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Il grido silenzioso



 

Aiutiamo l’Africa a crescere
 di Piero Gheddo

Non bastano i soldi: i Paesi poveri hanno bisogno di ben altro.

[Da "Avvenire", 4 luglio 2002]

All’incontro di Kananaskis (Canadà) i G8 si sono preoccupati dell’Africa, promettendo aiuti. Sufficienti, insufficienti? Il problema non è questo. L’Africa nera ha bisogno di ben altro che di qualche miliardo di dollari in più: i soldi servono, certo, ma solo se usati bene. Secondo un’indagine dell’Università italiana di Mogadiscio, dal 1960 al 1985 l’ex-colonia italiana aveva ricevuto aiuti dall’estero per una media annuale di 100 dollari per ciascuno dei 4 milioni di somali, cioè circa 400 milioni di dollari. Ma la Somalia, fra una guerra e l’altra, è ritornata al tempo pre-coloniale, non esiste più stato né governo riconosciuto. Lo Zimbabwe, una volta era "il granaio dell’Africa", nel 1969 nella Tanzania in carestia mi dicevano: "Meno male che il mais lo importiamo dalla Rhodesia". Poi è venuto Mugabe, ha smembrato le 6mila fattorie che producevano mais per mezza Africa e ha portato il paese alla fame: metà dei 400mila braccianti neri nelle fattorie dei bianchi hanno perso il lavoro e sono alla fame; lo Zimbabwe chiede urgenti aiuti alimentari per impedire la morte di 500mila persone! Da 40-45 anni la storia recente africana è costellata di illusorie speranze e atroci delusioni. Ogni tanto qualche conferenza internazionale si interessa dell’Africa alla deriva. I rimedi proposti sono sempre gli stessi: dare più soldi, mandare macchine e tecnologie, azzerare il debito estero, aumentare gli aiuti alimentari, ecc. Passano gli anni e un altro incontro ad alto livello prende coscienza che la situazione è peggiorata, ma ancora propone gli stessi rimedi. I soldi bisogna darli, il debito va azzerato, ma se non cambia qualcosa all’interno dei singoli Paesi l’Africa non può progredire. Per trovare motivo di speranza si fanno i discorsi dei "valori africani": molti giovani ben animati, la gioia di vivere, la solidarietà tra i poveri, la "grande famiglia", ecc. Tutto vero, l’umanità africana è ricca e commovente, ma abbiamo illuso le élites africane dicendo che il sottosviluppo viene dalle multinazionali, dal capitalismo, dall’Occidente; nessuno dice con chiarezza che in Africa viene essenzialmente da governi corrotti e inefficienti, da militari che vivono sull’instabilità politica e angariando la gente, da popoli di grandi potenzialità lasciati senza scuola né assistenza sanitaria. L’Europa ha la gravissima responsabilità di aver dato l’indipendenza all’Africa in pochi anni nell’ultimo dopoguerra, senza averla preparata a governarsi. Cosa fare? Arduo dirlo, ma indubbiamente bisogna partire dal popolo, educare il popolo, proteggerlo dai dittatori e dai militari, rispettare i diritti dell’uomo e della donna, far evolvere rispettosamente culture ancora inadeguate al mondo moderno. La Papua Nuova Guinea, indipendente dall’Australia dal 1975 e partita in situazioni molto peggiori di tanti Paesi africani, è un paese che funziona, non s’è mai verificato alcun colpo di stato (in Africa dal 1960 sono stati poco meno di 200). Perchè? I governanti della Papua Nuova Guinea, in assenza di personale locale preparato, hanno chiesto fin dall’inizio di avere consiglieri e tecnici australiani: le linee aeree sono guidate da australiani, le poste, i trasporti, la moneta, le banche, gli ospedali, l’esercito, la giustizia, le centrali e linee elettriche, le dogane hanno tecnici australiani (o stranieri), mentre il personale locale si prepara e a poco a poco assume le sue responsabilità. E’ una soluzione possibile in Africa? Non lo so, le élites africane ne discutano. Ma è illusorio continuare a pensare che solo coi dollari si risolvano i problemi dell’Africa. Qualsiasi missionario che vive e soffre a fianco dei popoli africani, questa è la prima cosa che vi dice.

© Avvenire

 


 
   

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