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Il grido silenzioso



 

Arrivano i nuovi terzomondisti
 Editoriale di "Tempi"

Che il principio animatore di ogni terzomondismo sia la secolarizzazione dell’idea di peccato originale, l’ha spiegato in maniera ancora insuperata Pascal Bruckner quindici anni fa...

[Da "Tempi" n. 17, 26 Aprile 2001]

Che il principio animatore di ogni terzomondismo sia la secolarizzazione dell’idea di peccato originale, l’ha spiegato in maniera ancora insuperata Pascal Bruckner quindici anni fa nel suo Il singhiozzo dell’uomo bianco (edito in Italia da Longanesi e purtroppo fuori catalogo da due anni). Decenni di ateismo e agnosticismo militante e pratico hanno cancellato nella maggioranza degli europei la memoria ebraico-cristiana di una decisiva colpa umana contro Dio, ovvero di una ferita originaria che renderebbe l’uomo incapace di realizzare compiutamente quel bene che pure costituisce l’oggetto del suo desiderio (nella dottrina cattolica il battesimo cancella la colpa ma non le conseguenze del peccato originale). Ma solo per trasferirla in un ambito di metafisica politica: l’uomo bianco è cattivo perché la sua potenza e ricchezza attuali dipendono dallo sterminio degli indios, dalla tratta degli schiavi africani, dal colonialismo e dall’imperialismo. Occorre dunque espiare ammettendo la propria malvagità, indennizzando le vittime (aiuti internazionali) e appoggiando le loro cause (fiancheggiamento di tutte le campagne anti-imperialiste). Ma oggi la metafisica terzomondista sembra giunta ad una svolta epocale. Ne è un segno la vicenda della nave Etireno nel Golfo di Guinea, erroneamente indicata per una settimana come vettore di un traffico di bambini schiavi. A bordo gli schiavi non c’erano, il fenomeno, reale e di antiche radici, è tutto africano, ma la colpa dei bianchi non è giudicata minore: l’uso delle navi ricorda i secoli della tratta trans-oceanica, e comunque, si dice, è la povertà post-coloniale la causa del comportamento snaturato delle famiglie. Fin qui siamo nello schema classico terzomondista, che esige sempre il mea culpa occidentale. Dov’è la novità? Nell’idea di autoredenzione che emerge dai dettagli della storia: a lanciare l’allarme internazionale è stata l’Unicef, ente Onu diretto dalla clintoniana Carol Bellamy; a raccoglierlo è stato il Pm planetario Baltazar Garzon, che ha attivato l’Interpol, mentre altri hanno chiesto l’intervento del Tpi, il Tribunale penale internazionale diretto da Carla Del Ponte che vuole processare, fra gli altri, Milosevic. I bianchi, autori della colpa, diventano i redentori della medesima. Le precedenti versioni secolarizzate del messianismo mantenevano la distinzione fra peccatore e redentore: nel comunismo i borghesi sperano la salvezza dai proletari, classe sociale incontaminata; nel primo terzomondismo i bianchi confidano nella purezza pre-capitalista dei popoli oppressi per una palingenesi. Resta cioè l’idea religiosa che la salvezza viene da un Altro. Non così oggi: con infantile arroganza l’uomo bianco pretende di far coincidere carnefice ed eroe nella sua persona, e quindi nelle sue istituzioni. Ma questo atteggiamento prelude a mali peggiori di quelli prodotti dal terzomondismo classico. Prima della redenzione, la coscienza della colpa implica sempre l’odio di sé e della propria storia: lo sappiamo bene tutti noi che siamo immersi nel clima culturale terzomondista. Il punto è proprio questo: quali orrori, quali ingiustizie ci riserva l’azione redentrice di un redentore che odia se stesso? Un anticipo di risposta ci viene dalla memoria storica dei borghesi che, in odio alla propria condizione e travolti dall’ansia di redenzione, hanno capeggiato rivoluzioni comuniste che, insieme all’Olocausto hitleriano, hanno scritto i capitoli più atroci e sanguinari della storia della violenza dell’uomo sull’uomo.

© Tempi

 


 
   

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