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Il grido silenzioso



 

I veri nemici dei poveri
 di Antonio Socci

[Da "Il Giornale", 15 Agosto 2001]

Nell’oscurità di tanta parte del mondo cattolico uno splendido esempio di intelligenza cristiana è venuto da padre Piero Gheddo, stimatissimo dal papa come la figura più rappresentativa del mondo missionario: "La Chiesa questo deve fare: educare predicando il Vangelo. Invece questi cattolici, ma anche ecclesiastici di rango elevato, non parlano altro che di debito estero, di tasse, di multinazionali, di armi, di materie prime. Con sotto un’idea disastrosa".

Eccola: "L’idea rozzamente marxista - spiega padre Gheddo - che i poveri sono poveri perché noi siamo ricchi. E quindi che bisogna distribuire con giustizia le ricchezze del mondo. Niente di più ingannevole - afferma il missionario - non si tratta di distribuire, ma di produrre e di insegnare a produrre, quindi di educare. Anche la Cei spero che lo capisca".

Oltre alla perfetta centratura cristiana, padre Gheddo dimostra una conoscenza delle leggi economiche che sfugge a tanti intellettuale i quali arrivano addirittura a ripetere le sciocchezze di Casarini. Padre Gheddo coglie nel segno. L’errore più puerile degli antiglobal consiste nel credere che l’economia sia "un gioco a somma zero" per cui i guadagni di chi guadagna determinano le perdite di chi perde. L’altro lato di questo analfabetismo sta nel pensare che vi sia una quantità data di risorse che annualmente debbano essere spartite in ottica collettivista.

In realtà le risorse di per sé non esistono: "Sono le idee che creano le risorse scoprendo i metodi per utilizzarle" scrivono Lottieri e Piombini in Privatizziamo il chiaro di luna. "Il petrolio, ad esempio, era considerato prima del 1840 una passività, un liquido melmoso che andava a inquinare i pozzi d’acqua e i campi in cui sgorgava".

Ha dunque ragione padre Gheddo: serve l’educazione, serve la risorsa umana, le conoscenze, la libera iniziativa della persona umana. Su questo punto, che è la vera discriminante, si scateneranno le polemiche per il prossimo vertice della Fao sulla nutrizione, che giustamente sta a cuore alla chiesa. E allora consideriamo quel bene primario che è il cibo: si trova qui la conferma più clamorosa del ragionamento finora svolto. Esiste forse una quantità di cibo che ogni anno la terra fornisce per nutrire i suoi sei miliardi di abitanti e che chiede solo di essere ben distribuito? No. "Si calcola che prima della rivoluzione agraria (circa diecimila anni prima di Cristo) - scrive Sergio Ricossa - quando l’umanità viveva soltanto di caccia, pesca e raccolta di frutti spontanei della natura, il nostro pianeta non potesse ospitare molto più di dieci o venti milioni di abitanti".

L’ingegno dell’uomo, la sua capacità d’iniziativa, di lavoro, la sua ricerca scientifica, la sua tecnologia permettono oggi al pianeta terra, che di per sé garantirebbe cibo per 10-20 milioni, di produrre cibo per più di sei miliardi di persone. E di farlo senza devastare il pianeta, ma anzi governandolo e controllando le forze distruttive della natura.

Lester Brown, come il Club di Roma specialista in profezie di sventura che puntualmente non si avverano, nel 1973 sostenne che la crescita della popolazione era tanto grande che la produzione alimentare non sarebbe stata più sufficiente a sfamare l’umanità.

In effetti dal 1961 al 1993 la popolazione mondiale è raddoppiata, ma la produzione alimentare è più che triplicata e questo fenomeno non ha affatto comportato come prevedevano i catastrofisti - un aumento insostenibile della superficie coltivata. La percentuale di cibo per persona è cresciuta dal 1961 di più del 20 per cento. Si dirà che questa è come la trilussiana statistica del pollo e invece non è vero perché il consumo di calorie pro capite nei Paesi in via di sviluppo è cresciuto del 27 per cento e il tasso di malnutrizione nei Paesi in via di sviluppo è stato ridotto del 33 per cento.

Certo, è ancora terribilmente poco di fronte allo scandalo di milioni di persone che tuttora muoiono di fame. Si è fatto troppo poco soprattutto negli anni Novanta che - sia detto en passant - sono quelli nei quali era "l’Ulivo mondiale" a governare i Paesi índustrializzati.

Del resto anche l’assistenzialismo ha fallito. Bisogna aiutare quei Paesi a creare sviluppo: quello sviluppo prodotto solo da democrazia e libero mercato che ha permesso a un Giappone uscito in ginocchio e affamato dalla guerra (come pure all’Italia) di diventare una grande potenza economica. Non sono mai stati regimi marxisti o guerriglieri marxisti a eliminare la fame, semmai l’hanno prodotta (in Corea del Nord un folle regime comunista ha provocato una carestia, tuttora in corso, che secondo l’Onu ha fatto dai 2 ai 3 milioni di vittime, mentre la Corea del Sud, grazie al libero mercato e alla democrazia ha livelli di benessere occidentali).

Il fenomeno veramente clamoroso è un’agricoltura che senza aumentare l’estensione dei terreni coltivati, con una forza lavoro impiegata ormai minima e non più abbruttita dalla fatica fisica, nell’arco di un secolo ha decuplicato la produzione complessiva a livello planetario. Certo - si dirà - grazie a pesticidi e fertilizzanti. E qui comincia la geremiade catastrofista. Ma senza pesticidi si perderebbe il 70 per cento degli alimenti vegetali e senza fertilizzanti si produrrebbe dal 30 al 50 per cento in meno. Rinunciare a tutto questo significherebbe non solo condannare alla fame nuove fasce di popolazione, ma richiederebbe superfici coltivabili che non ci sono se non a prezzo di micidiali devastazioni ambientali. E’ così che si pensa di risolvere i problemi della malnutrizione e dell’ambiente?

Eppure - si dirà - pesticidi e fertilizzanti sono un problema. E vero. Ma la soluzione c’è già, è a portata di mano e dopo quella chimica e quella della meccanizzazione rappresenta la terza rivoluzione agricola: le biotecnologie. Solo queste possono eliminare la chimica e garantire cibo sufficiente per il picco di popolazione che si raggiungerà nei prossimi anni (per poi stabilizzarsi). Le biotecnologie - spiegano Henry Miller e Gregory Conko - permettono "di produrre più cibo su meno terra, salvando milioni di ettari di habitat naturali e proteggendo la biodiversità. Le piante resistendo ai parassiti o alle malattie hanno già ridotto l’uso di pesticidi chimici da parte degli agricoltori e quindi anche l’inquinamento delle falde acquifere e l’esposizione dei lavoratori che producono, trasportano e maneggiano queste sostanze".

Ma incredibilmente proprio le biotecnologie - che dovrebbero essere la bandiera di chi ha a cuore l’ambiente e i popoli affamati - sono diventati il Satana dei no-global che si sono trascinati dietro l’Unione europea a guida socialista. Lo chiamano "Cibo di Frankenstein". Sebbene "non sia mai stato riportato un solo caso di danni anche lievi causati dalle piante o dai prodotti transgenici". Del resto già da secoli l’uomo fa prodotti biotecnologici: come il vino e la birra. Anche la spiga di granoturco che conosciamo non esisterebbe in natura. Pure l’insulina è un prodotto dell’ingegneria genetica.

Al prossimo vertice Fao assisteremo allo scontro fra i no-global e i Paesi del Terzo mondo che chiedono a gran voce di poter usare dell’ingegneria genetica per nutrire i loro popoli affamati. Così sarà ancora più chiaro come ha scritto Thomas Friedman sul New York Times che il "popolo di Seattle" è "la coalizione che vuole mantenere poveri i più poveri".

Chi vuole sulla coscienza milioni di morti per fame?

© Il Giornale

 


 
   

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