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Il grido silenzioso



 

Partita doppia in monastero
 di Maurizio Blondet

Le tesi di Todeschini su Medioevo cristiano ed economia: dai Vangeli ai modelli di "mercato" dei benedettini. I pauperismi? Sono stati una reazione.

[Da "Avvenire", 18 Maggio 2002]

L’economia "razionale" è nata nell’ambito culturale del cristianesimo. L’islam e l’induismo conoscono la pratica avidità dei mercanti, volti allo scambio e al profitto, magari anche predatorio. Ma solo in Occidente cresce una metodologia logica della produzione di merci e ricchezza, ben organizzata, ordinata in partita doppia, e in più soggetta al giudizio morale e sociale e inquadrato nel diritto. Perché? Già Max Weber affermava nel 1919 che l’inventore collettivo dell’economia scientifica era stato il monachesimo occidentale, ovviamente quello di san Benedetto, dell’"ora et labora": proprio perché "metodicamente" applicati al fine ultimo, la Salvezza, i monaci programmavano e rendevano funzionale allo scopo ogni attimo della vita, compreso quello economico. Sulle orme di questa intuizione Giacomo Todeschini, docente di Storia medievale a Trieste e studioso delle istituzioni economiche, l’approfondisce in modo sorprendente nel suo I mercanti e il tempio. La società cristiana e il circolo virtuoso della ricchezza fra Medioevo ed Età moderna. Il fatto sorprendente è che la giusta e utile amministrazione della ricchezza è già nelle parole di Cristo. Già la parabola dei talenti, e la punizione su colui che non li aveva fatti fruttare, indica ai cristiani una via che insieme è spirituale ed economica. La moltiplicazione dei pani e dei pesci, il mutare l’acqua in vino alla nozze di Cana, additano fin dal principio un Cristo "economista", attento al benessere materiale degli uomini. E ancor più profondamente, aggiunge Todeschini, "la natura alimentare e fisicamente moltiplicabile" del sacramento cristiano. Corpo e sangue sono pane e vino, cibi fondamentali e merci primarie di ogni giorno. Il culto della povertà ascetica verrà solo coi francescani, e in parte per motivi polemici. San Paolo diceva di sé nella Lettera ai Filippesi di poter vivere di poco (penuriam pati) ma anche navigare nel benessere (abundari) senza venir meno al proprio ideale cristiano. Certo, il ricco non passa per la cruna dell’ago: l’atteggiamento raccomandato fu fin dal principio il distacco interiore da beni che però si amministrano come fossero propri, non il disprezzo dei beni. Beni spirituali e beni materiali sottilmente si identificano, e nello stesso tempo vengono mantenuti distinti nella coscienza cristiana. Pier Damiani, verso il 1060, comparerà l’obbligo morale dei sacerdoti di essere "utili" all’efficienza dei mercanti: "Mentre tu, mercante incapace, tieni in mano tua il denaro, occupi il posto di un altro che saprebbe duplicarlo". Nel 1239 il re di Gerusalemme crociata, Baldovino, per le necessità del regno dà in pegno a mercanti veneziani la Corona di spine creduta autentica. Cinico commercio di reliquie? Nient’affatto: Baldovino, non potendo riscattarla, supplica Luigi IX di Francia di farlo per lui. Ma lo fa, aristocraticamente, non cedendogli l’obbligazione creditizia, bensì facendo dono al francese della reliquia impegnata: e re Luigi la riscatta a carissimo prezzo. Le reliquie potevano "circolare" come moneta, essere barattate, rubate, senza essere ridotte a meri beni economici da speculazione. Oculata gestione e distacco: con questo miracoloso equilibrio i benedettini hanno coltivato e accresciuto per secoli le ricchezze ricevute in dote o in dono da chi voleva salvarsi l’anima. Già una Regola, detta del Maestro e risalente al VI secolo, raccomanda l’attenta considerazione dei prezzi di mercato per "quei beni" prodotti artigianalmente nel monastero, che risultano "sovrabbondanti rispetto alle necessitò monastiche", e quindi devono essere venduti: ma per poi ordinare che siano venduti "a un valore più basso" di quello di mercato, "un prezzo minore del giusto". Questo per dare l’esempio ai laici, ma era anche un calmiere volto a favorire i poveri. Poveri, nel Medioevo, si chiamano soprattutto coloro che possono essere depredati (tipico povero, la vedova anche agiata), gli indifesi sociali: che devono essere protetti. E i testi giuridici ed ecclesiastici insistono, specie tra il IX e il XII secolo, sul fatto che i potenti patrimoni ecclesiastici devono essere destinati almeno in parte alla protezione dei poveri. E poiché i beni mobili e immobili ecclesiastici e monastici erano, per definizione, "dei poveri", ne seguiva l’obbligo spirituale di aumentarli, ben amministrarli, non sprecarli. I poveri, bisogna difenderli dall’usura: anche questo termine nel Medio Evo è più vasto. Per il monaco Graziano (1140) l’usurarius è chi usa malamente e per fini perversi ricchezze che possono – devono – essere usate "bene": definizione che, applicata alla finanza moderna e globale, la condannerebbe in blocco. L’usuraio era colui che manipola a suo vantaggio valori economici, la cui definizione spettava all’autorità spirituale (il "giusto" prezzo): in questo senso, il primo usuraio è Satana. "Dal quale", diceva sant’Ambrogio "Eva ha preso in prestito il peccato, indebitando il genere umano con le usure di una discendenza colpevole". Infatti il demonio "s’è tenuto il contratto, che poi il Signore ha cancellato col suo sangue".

© Avvenire

 


 
   

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