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Il grido silenzioso



 

Caro Evangelisti, è fantasy il tuo Sant'Uffizio
 di Massimo Introvigne

POLEMICHE. Tornano i pregiudizi anticattolici in un intervento dello scrittore sull’Inquisizione.

[Da "Avvenire", 14 Giugno 2000] 

In occasione della Fiera del libro di Torino è stata lanciata una nuova traduzione italiana de Il manuale dell’inquisitore di Nicolau Eymerich e Francisco Peña, curata da Louis Sala-Molins e pubblicata da Fanucci, una casa editrice nota al pubblico italiano soprattutto nel campo della fantascienza e del fantasy. Forse per scarsa abitudine alla letteratura scientifica, o per la necessità di esordire in un campo nuovo suscitando il massimo clamore possibile, l’editore si è mosso con la proverbiale grazia dell’elefante in un negozio di cristalleria, facendo precedere l’opera da due testi - una nota del curatore catalano e un’introduzione (dal titolo che è già tutto un programma: «I volonterosi carnefici del Papa») del romanziere Valerio Evangelisti - di una truculenza anticattolica che si credeva dimenticata nelle soffitte di qualche loggia ottocentesca. 

Al di là delle polemiche contro una precedente edizione dell’opera di Eymerich, curata nel 1998 da Rino Cammilleri per Piemme, per la quale lo storico catalano già in passato aveva sollevato critiche rivendicando un diritto d’autore (e anche ora Sala-Molins, nella sua breve nota, interviene duramente), va segnalato che egli lascia a Evangelisti il compito di liquidare, in dieci pagine, gran parte degli ultimi trent’anni di ricerca accademica sull’Inquisizione. Il bersaglio vero non è Cammilleri, ma «quasi tutte le ricerche sull’Inquisizione» recenti che sono opera di «revisionisti», artefici di una operazione «inquietante» che il romanziere italiano beninteso «si guarda bene» dall’assimilare al negazionismo filo-nazista ma che comunque aggancia «alle correnti che, un po’ in tutto il mondo, muovono all’attacco della Rivoluzione francese, dell’antifascismo italiano ed europeo, della Spagna repubblicana e via dicendo; in poche parole, di ogni evento storico che abbia visto manifestarsi idee più o meno egualitarie». Trascurando chi storico di professione non è, come Vittorio Messori, bersagli sono, tra gli altri, «Tedeschi Monter, Benassar, Henningsen, Prosperi, Kamen, Dedieu, Cardini»; Kamen, in particolare, sarebbe meno «intelligente» degli altri perché sottotitola apertamente il suo The Spanish Inquisition del 1997 «Una revisione storica», così confessandosi «revisionista». Può darsi che il medio lettore di Fanucci, più abituato alla fantascienza (genere, peraltro, rispettabilissimo e dove l’editore romano ha indubbi meriti), non se ne accorga, ma in questa lista di «revisionisti» apologisti della Chiesa romana e sospettati di antisemitismo ci sono, accanto a luterani come Henningsen, diversi eminenti storici ebrei. Volgarizzando e portando alle conseguenze estreme una già discutibile tesi di Sala-Molins, Evangelisti ci spiega che la ricerca sull’Inquisizione va condotta solo sulle «leggi» e sui manuali, di cui si deve presupporre l’applicazione integrale, senza pretendere di ricavare da altre fonti dati sul numero (secondo gli storici citati, minore di quanto di solito si creda) e sulla percentuale delle condanne. La tesi è bizzarra. Ma più bizzarro ancora è il complotto che secondo Evangelisti accomunerebbe università americane, storici protestanti, ebrei, laici, tutti o almeno molti d’accordo fra loro e intenti a riabilitare la Chiesa cattolica. Può darsi che Evangelisti sia abituato a volumi come questo di Fanucci dove passa anche una traduzione dal francese «Concilio di Latran» (dove sarà mai «Latran»?) per «Concilio del Laterano». Dovrebbe però sapere che pietre miliari della ricerca storica sull’Inquisizione come The Spanish Inquisition di Kamen escono da templi della cultura come la Yale University Press, dove non si stampa nulla che non sia oggetto per mesi (talora anni) di peer review da parte di altri accademici e di attente riletture. Tre commenti finali. In primo luogo, si poteva immaginare che - come molti scrittori che mettono in scena complitti nei loro romanzi - Evangelisti fosse ben consapevole della differenza fra fiction e realtà. Si deve concludere che non è così. In secondo luogo, dovrebbe essere ovvio che il problema non è quello di «difendere» o «riabilitare» l’Inquisizione ma di prendere atto con serenità delle sue deviazioni sulla base però di una preliminare ricerca storica seria. Terzo: Evangelisti ha ragione, «i libri uccidono». Se questo vale per qualche manuale inquisitoriale, vale anche per i testi dell’Illuminismo che, alimentando una «leggenda nera» sull’Inquisizione fatta di esagerazioni grossolane, hanno sparso a piene mani odio anticattolico contribuendo così a preparare (come molti storici hanno mostrato) le stragi della Rivoluzione francese, dai massacri di preti e suore al genocidio della Vandea. Dopo avere chiesto scusa per le loro colpe (che nessuno vuole negare) del passato, i cattolici attendono ora con fiducia che chi di quella Rivoluzione - e di quei libri - si dichiara orgogliosamente erede faccia a sua volta ammenda. 

[Per completezza pubblichiamo di seguito la replica di Evangelisti e la controreplica di Introvigne, ndw]

Ritorno al passato? 
di Valerio Evangelisti 

[Da "Avvenire", 21 Luglio 2000]

Caro Direttore,
solo ora ho potuto prendere visione della sorta di lettera aperta che, sul numero del 14 giugno di «Avvenire», mi ha dedicato Massimo Introvigne, a proposito della mia introduzione al Manuale dell’inquisitore di Nicolau Eymerich, nell’edizione Fanucci. Nel caso possa ancora interessare i vostri lettori, ecco la mia risposta.
Alcune delle obiezioni sollevate da Massimo Introvigne, nel suo commento peraltro abbastanza garbato, riguardano più l’editore che me. Mi riferisco per esempio all’errore di traduzione di Latran, o al fatto che Fanucci abbia lasciato fantasy e fantascienza per addentrarsi in un campo che non gli è consono. Rilevo solo che nella precedente edizione del Manuale una congerie di errori madornali (a partire dalla biografia pasticciata di frate Eymerich) non ha suscitato altrettante proteste, e che l’editore di allora ricavava e ricava buona parte dei suoi proventi da thrillers americani e russi. Ma questo mi interessa poco, e forse interessa poco anche Introvigne. Non mi soffermo neanche sulla ricorrente insinuazione, nei miei riguardi, di ignoranza della letteratura scientifica e accademica. Evidentemente Massimo Introvigne ignora la mia biografia, ma questa non è una colpa che io possa addebitargli. Vengo invece all’accusa principale che mi viene mossa, e cioè di coltivare «una truculenza anticattolica che si credeva dimenticata nelle soffitte di qualche loggia ottocentesca». Io non sospettavo che esprimere un giudizio duro, anzi, durissimo sull’Inquisizione equivalga a una presa di posizione «anticattolica». Anche perché alla fine del mio breve intervento scrivevo, testualmente: «La Chiesa cattolica odierna non è la stessa del Medioevo o del Rinascimento, e la Congregazione per la dottrina della fede del cardinale Ratzinger ha poco a che vedere con la vecchia Inquisizione. Non occorreva attendere la richiesta di perdono di Giovanni Paolo II per capire che, comunque si giudichi l’operato odierno della Chiesa di Roma, il giudizio non può fondarsi su fenomeni remoti ormai espulsi dalla vita ecclesiale». E terminavo lodando quei cattolici che, nel corso dei secoli, trovarono il coraggio per condannare le crudeltà degli inquisitori e l’effetto perverso dei loro manuali anche sulla giustizia civile. Tutto questo è espressione di «truculenza anticattolica»? A me non pare, e anche buona parte (anzi, oserei dire la totalità) dei cattolici che frequento non la definirebbe tale.
Mettiamo allora le carte in tavola, e diciamo a tutte lettere che Massimo Introvigne aderisce a una particolare lettura del cattolicesimo (perfettamente legittima, beninteso), per la quale una continuità con l’Inquisizione non sarebbe per nulla riprovevole, o la sarebbe ben poco. Certo, Introvigne può coltivare le concezioni che più gli garbano, ma dovrebbe essere molto cauto nel definire «anticattolico» chi non le condivide. Rischierei di trovarmi in ampia e ottima compagnia anche nel campo cattolico militante. Del resto, l’episodio sembra confermare la tesi di fondo della mia introduzione: certi «revisionismi» dilaganti non già in forma di complotto, ma di moda storiografica, celano sotto l’apparente serenità scientifica prese di posizione ideologiche molto nette e radicali. Che sono forse consustanziali al lavoro dello storico, ma che andrebbero dichiarate.
Quanto alle ulteriori considerazioni di Massimo Introvigne, dalla pretesa mia accusa di
antisemitismo a storici di origine ebraica come Tedeschi e altri (io parlavo di strumentalizzazione delle loro tesi da parte di libellisti antisemiti, il che è ben diverso), fino alle divagazioni sulla Rivoluzione francese e sulla Vandea, sembrano riferirsi a testi diversi dal mio e le lascio perdere. Trattavo invece di ebrei uccisi perché intendevano restare tali, e di donne uccise perché definite streghe, molte o poche che fossero. La Chiesa si è totalmente emendata da simili macchie, sulla base di un doloroso, ma coraggioso, processo di riflessione e di consapevolezza. La negazione, invece, non permette né consapevolezza né riflessione, ma solo un ritorno al passato che non mi pare né auspicabile, né giusto, né utile al mondo cattolico.
Valerio Evangelisti
via e-mail 

Risponde Massimo Introvigne 

Se posso brevemente replicare - spero con il garbo che Evangelisti mi riconosce -, è evidente che il valoroso romanziere non è fra i miei lettori abituali. Se lo fosse, saprebbe che mi capita talora di essere, semmai, criticato per una difesa intransigente della libertà religiosa, anche nei confronti delle minoranze più marginali e impopolari.
Quanto alla «truculenza anticattolica», era riferita nell’articolo all’insieme delle due introduzioni al testo, di Sala Molins e di Evangelisti. Il primo, partendo da una polemica su cui non sono entrato, definisce un autore apprezzato per le sue biografie di santi «agiografo da quattro soldi di tutti i santi del paradiso» e - a proposito di idee che ha certo diritto di non condividere - parla dell’«olezzo della compunzione «bigotta» di un De Maistre». Una prosa non proprio accademica, da cui Evangelisti e me ne dispiace - si lascia coinvolgere, definendo per esempio l’ultima fatica di Vittorio Messori - che è valsa all’autore, in questi giorni, un’alta onoreficenza dal Regno di Spagna, di cui ha dato rispettosa notizia anche la stampa nazionale più laica - «uno dei libri più demenziali dell’ultimo cinquantennio».
Dell’Inquisizione si può discutere (nell’articolo, lungi dal farne l’apologia, invitavo a «prendere atto con serenità delle sue deviazioni»): se si riuscirà a farlo con pacatezza, si eviterà di rialzare, appunto, antichi steccati.
Cordiali saluti. 

© Avvenire

 


 
   

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