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Il grido silenzioso



 

Paolo VI: questo è il Credo dei cattolici
 di Andrea Tornielli

Anno 1968: in un momento di confusione dottrinale, sbandamento e autodemolizione della Chiesa, papa Montini riafferma con forza il contenuto della fede.

[Da "Il Timone" n. 27, Settembre/Ottobre 2003]

Il 30 giugno 2003 ha coinciso con un importante anniversario, passato piuttosto in sordina: il trentacinquesimo del "Credo del popolo di Dio", la solenne professione di fede che papa Montini, nel mezzo della bufera della contestazione post-conciliare, si sentì in dovere di proclamare davanti alla Chiesa e al mondo. Uno dei documenti che testimoniano la grandezza di questo Papa. Ormai ottantenne, quando già presentiva la fine imminente, nell’omelia per la festa dei santi Pietro e Paolo del 29 giugno 1978, Paolo VI ricordava: «Benché ci consideriamo l’ultimo e indegno successore di Pietro, ci sentiamo a questa soglia estrema confortati e sorretti dalla coscienza di aver instancabilmente ripetuto davanti alla Chiesa e al mondo: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente"; anche noi, come Paolo, sentiamo di poter dire: "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede"». E nella stessa omelia citava proprio il "Credo", spiegandone il contesto e il significato: «Ma soprattutto non vogliamo dimenticare — disse il Papa cinque settimane prima di morire — quella nostra "Professione di fede" che, proprio dieci anni fa, il 30 giugno del 1968, noi solennemente pronunciammo in nome e a impegno di tutta la Chiesa come "Credo del Popolo di Dio", per ricordare, per riaffermare, per ribadire i punti capitali della fede della Chiesa stessa, proclamata dai più importanti Concili Ecumenici, in un momento in cui facili sperimentalismi dottrinali sembravano scuotere la certezza di tanti sacerdoti e fedeli, e richiedevano un ritorno alle sorgenti». «Grazie al Signore — aggiunse — molti pericoli si sono attenuati, ma davanti alle difficoltà che ancor oggi la Chiesa deve affrontare sul piano sia dottrinale che disciplinare, noi ci richiamiamo ancora energicamente a quella sommaria professione di fede, che consideriamo un atto importante del nostro magistero pontificale, perché solo nella fedeltà all’insegnamento di Cristo e della Chiesa, trasmessoci dai Padri, possiamo avere quella forza dl conquista e quella luce di intelligenza e d’anima che proviene al possesso maturo e consapevole della divina verità. E vogliamo altresì rivolgere un appello, accorato ma fermo, a quanti impegnano se stessi a trascinare gli altri, con la parola, con gli scritti, con il comportamento, sulle vie delle opinioni personali e poi su quelle dell’eresia e dello scisma, disorientando le coscienze dei singoli, e la comunità intera, la quale dev’essere anzitutto koinonìa nell’adesione alla verità della Parola di Dio, per verificare e garantire la koinonìa nell’unico Pane e nell’unico Calice». «Li avvertiamo paternamente — concluse —: si guardino dal turbare ulteriormente la Chiesa; è giunto il momento della verità, e occorre che ciascuno conosca le proprie responsabilità di fronte a decisioni che debbono salvaguardare la fede, tesoro comune che il Cristo, il quale è Petra, è Roccia, ha affidato a Pietro, Vicarius Petrae, Vicario della Roccia, come lo chiama San Bonaventura».

Ecco il senso profondo di quella professione di fede, che precedette soltanto di pochi giorni la promulgazione dell’ultima enciclica del pontificato montiniano, la contestatissima Humanae vitae. L’occasione per la solenne professione di fede fu offerta al Papa dalla celebrazione dalla conclusione del XIX centenario del martirio degli apostoli Pietro e Paolo. Montini decise dunque di parafrasare il Credo di Nicea. «Nel far questo — spiegò il Papa nell’omelia che precedette la proclamazione — noi siamo coscienti dell’inquietudine, che agita alcuni ambienti moderni in relazione alla fede. Essi non si sottraggono all’influsso di un mondo in profonda trasformazione, nel quale un cosi gran numero di certezze sono messe in contestazione o in discussione. Vediamo anche dei cattolici — aggiunse Paolo VI — che si lasciano prendere da una specie di passione per i cambiamenti e le novità. Senza dubbio la Chiesa ha costantemente il dovere dì proseguire nello sforzo di approfondire e presentare, in modo sempre più confacente alle generazioni che si succedono, gli imperscrutabili misteri di Dio, fecondi per tutti di frutti di salvezza. Ma al tempo stesso, pur nell’adempimento dell’indispensabile dovere di indagine, è necessario avere la massima cura di non intaccare gli insegnamenti della dottrina cristiana. Perché ciò vorrebbe dire — come purtroppo oggi spesso avviene — un generale turbamento e perplessità in molte anime fedeli». «A tale proposito — ricordò ancora il Papa, riferendosi alle opinioni teologiche che sembrano mettere in discussione anche le verità di fede — occorre ricordare che al di là del dato osservabile, scientificamente verificato, l'intelligenza dataci da Dio raggiunge la realtà (ciò che è), e non soltanto l’espressione soggettiva delle strutture e dell’evoluzione della coscienza; e che, d’altra parte, il compito dell’interpretazione — dell’ermeneutica — è di cercare di comprendere e di enucleare, nel rispetto della parola pronunciata, il significato dì cui un testo è espressione, e non di ricreare in qualche modo questo stesso significato secondo l’estro di ipotesi arbitrarie».

Il "Credo del popolo di Dio" rappresenta dunque una parafrasi con la quale il Papa ripercorre e approfondisce ogni affermazione. Eccone il brano dedicato a Gesù: "Noi crediamo in Nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio. Egli é il Verbo eterno, nato dal Padre prima di tutti i secoli, e al Padre consustanziale, homoousios to Patri, e per mezzo di Lui tutto è stato fatto. Egli si è incarnato per opera dello Spirito nel seno della Vergine Maria, e si è fatto uomo: eguale pertanto al Padre secondo la divinità, e inferiore al Padre secondo l’umanità, ed Egli stesso uno, non per una qualche impossibile confusione delle nature, ma per l’unità della persona. Egli ha dimorato in mezzo a noi, pieno di grazia e di verità. Egli ha annunciato e instaurato il Regno di Dio, e in Sé ci ha fatto conoscere il Padre. Egli ci ha dato il suo Comandamento nuovo, di amarci gli unì gli altri com’Egli ci ha amato. Ci ha insegnato la via delle Beatitudini del Vangelo: povertà in spirito, mitezza, dolore sopportato nella pazienza, sete della giustizia, misericordia, purezza di cuore, volontà di pace, persecuzione sofferta per la giustizia. Egli ha patito sotto Ponzio Pilato, Agnello di Dio che porta sopra di sé peccati del mondo, ed è morto per noi sulla croce, salvandoci col suo Sangue redentore. Egli è stato sepolto e, per suo proprio potere, è risorto nel terzo giorno, elevandoci con la sua Resurrezione alla partecipazione della vita divino, che è la vita della grazia. Egli è salito al Cielo, e verrà nuovamente, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, ciascuno secondo i propri meriti; sicché andranno alla vita eterna coloro che hanno risposto all’Amore e alla Misericordia di Dio, e andranno nel fuoco inestinguibile coloro che fino all’ultimo vi hanno opposto il loro rifiuto. E il suo Regno non avrà fine. Ecco il passaggio dedicato alla ferita dei peccato originale: "Noi crediamo che in Adamo tutti hanno peccato: il che significa che la colpa originale da lui commessa ha fatto cadere la natura umana, comune a tutti gli uomini, in uno stato in cui essa porta le conseguenze di quella colpa, e che non è più lo stato in cui si trovava all’inizio nei nostri progenitori, costituiti nella santità e nella giustizia, e in cui l’uomo non conosceva né il male né la morte. È la natura umana così decaduta spogliata della grazia che la rivestiva, ferita nelle sue proprie forze naturali e sottomessa al dominio della morte, che viene trasmessa a tutti gli uomini; ed è in tal senso che ciascun uomo nasce nel peccato. Noi dunque professiamo, col Concilio dì Trento, che il peccato originale viene trasmesso con a natura umana, "non per imitazione ma per propagazione", e che esso per tanto è "proprio a ciascuno" Questo infine il brano dedicato all’unicità salvifica di Cristo: "Noi crediamo che la Chiesa è necessaria alla salvezza, perché Cristo, che è il solo mediatore e la sola via dl salvezza, si rende presente per noi nel suo Corpo, che è la Chiesa. Ma il disegno divino della salvezza abbraccia tutti gli uomini: e coloro che, senza propria colpa, ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, ma cercano sinceramente Dio e sotto l’influsso della sua grazia si sforzano di compiere la sua volontà riconosciuta nei dettami della loro coscienza, anch’essi, in un numero che Dio solo conosce, possono conseguire la salvezza".

Insomma, non si è trattato null’altro che della fedele riproposizione dell’essenziale della fede cattolica, che il Papa ho ritenuto indispensabile proclamare in un momento di confusione e di sbandamento, quando anche all’interno della Chiesa certe correnti teologiche sembravano mettere in dubbio il depositum fidei. Proprio quattro giorni prima della promulgazione del "Credo", il 26 giugno 1968, Paolo VI durante l’udienza pubblica nella Basilica vaticana annunciò ai fedeli che le reliquie di Pietro erano state ritrovate e identificate. Quella scoperta era il frutto del paziente dell’archeologa Margherita Guarducci. «Abbiamo ragione di ritenere — dice papa Montini — che siano stati rintracciati i pochi, ma sacrosanti resti mortali del Principe degli Apostoli».

Quei resti che testimoniavano la presenza fisica della sepoltura del pescatore galileo al quale Gesù aveva affidato di pascere il gregge, quella "roccia" fonte dell’autorità che permetteva al Papa di ripetere infallibilmente i fondamenti della fede cattolica in un momento buio della storia della Chiesa.

Bibliografia

Pasquale Macchi, Paolo VI nella sua parola, Morcelliana, Brescia 2001.
Carlo Cremona, Paolo VI, Rusconi, Milano 1991.
Margherita Guarducci, La tomba dl San Pietro, Rusconi, Milano 1989. 

Da non perdere

Andrea Tornielli, Paolo VI il timoniere del Concilio, Edizioni Piemme

“Gli ultimi anni dei pontificato dl Paolo VI furono carichi dl dolore per la Chiesa dl Dio, provato da mille pericoli. Ricordo l’uscita dell’Humanae Vitae e immagino il dolore che deve avere provato Paolo VI per l’imprevista onda dl ostilità suscitata dalla sua enciclica. Quel fatto, mi pare, segna come un punto dl svolta tra la prima e la seconda stagione del pontificato. Egli avvertiva la presenza operante del Maligno in lotta con la realtà storica della Chiesa, quasi schiacciandola in certi momenti o lunghi. Ma proprio questa percezione rinnovò in lui la certezza purissima della più forte azione del Signore operante in un “piccolo gregge” a Lui fedele: la comunità cristiana, nata per l’energia dello Spirito di Cristo risorto o unita intorno a Pietro o ai successori egli apostoli.
Ne parlò, quasi “confessandosi” a Jean Guitton nei 1977: “C’è un grande turbamento in questo momento nel mondo e nella Chiesa, e ciò che è in questione è la fede... Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non-cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia” (J. Guitton, Paolo VI segreto). (...) Così un libro che ricorda Paolo Vi è per fare memoria di una fede maturata nella sofferenza in una purità di abbandono alla volontà del Padre che è nei cieli, e germogliata come tenerezza di sguardo, come quando il Papa salutò i nostri studenti dl Firenze, alla fine di dicembre del 1977: “Siate contenti, siate fedeli, siate forti e siate lieti di portare intorno a voi la testimonianza che la fede cristiana è forte, è lieta, è bella e capace di trasformare davvero nell’amore e con l’amore la società in cui essa si inserisce” (dalla Prefazione di Luigi Giussani).

Paolo VI, Professione di Fede, previa relativa Esortazione omiletica, del 30 giugno 1968.

© Il Timone

 


 
   

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