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Il grido silenzioso



 

L'ateo al cimitero per far diga all'oblio
 di Maurizio Blondet

Va ad assicurarsi che sopravviverà qualcosa di chi l’ha preceduto. Un due novembre tutto speciale, quest’anno.

[Da "Avvenire", 03 novembre 2002]

Quest’anno il ricordo dei morti, il due novembre, ha voluto coincidere con il dolore nazionale per la morte dei 26 bambini di San Giuliano. È impossibile decidere se la coincidenza sia l’opera del caso indifferente, oppure di una volontà, che ci manda un messaggio da decifrare. Certo è che il caso o il messaggio unisce nel dolore i bambini, le vite non sbocciate, le possibilità che non fioriranno, alle vite compiute dei nostri vecchi, nonni, zii, papà e mamme che non ci sono più. 

Una cosa, mi pare, le unisce nel nostro compianto: noi sentiamo che la loro perdita impoverisce il mondo. Sospetto sia questo il pensiero inespresso dei tanti, anche non credenti, che in questi giorni vanno a portare crisantemi là dove riposa il nonno o il papà. E’ gente che abbiamo amato e conosciuto, di cui sappiamo le sofferenze, le prove superate, le gioie: ed ora, tutto questo - la loro unicità, che ce li rende preziosi - è minacciato dal tempo e dall’oblio. 

E chissà se sono i non credenti, più che chi ha fede che i morti "riposino in Dio" e nella sua memoria infallibile e amore infinito, a sentire vivo per un giorno il dolore della perdita. A sentire, profondamente, che la perdita di ogni uomo - il piccolo non sbocciato e la vita fiorita fino alla fine - è irrimediabile e ingiusta. 

Chi non crede, e in questi giorni varca il cancello dei cimiteri coi lumini e i fiori, non va a curare tombe. Va ad assicurarsi che, finché lui è vivo, sopravviverà qualcosa anche del nonno che lo ha portato a cavalluccio, che è stato ferito nella Grande Guerra e gliel’ha raccontata; del papà che l’ha fatto studiare tirando la cinghia, che è stato fedele al suo compito, che ha sofferto nell’agonia. Finché "lui", il figlio e nipote, è vivo: è questo il punto. La memoria di coloro che abbiamo amato non viene mai senza il dolore - strano e irriducibile dolore - che, noi morti a nostra volta, nessuno li ricorderà più. Che erano unici, preziosi e fragili, e che sono ormai "come lacrime nella pioggia".
E’ la frase, forse la ricorderete, che dice un personaggio doloroso in un film di culto, Blade Runner. Nel film, è un robot biologico (un essere artificiale, benché fatto di carne) che sta per essere eliminato, e protesta: "Ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare...ed ora tutto questo finirà come lacrime nella pioggia". E allora gli spettatori capiscono che quel robot, che può protestare così, è in realtà un uomo. Che ha un’anima, non solo un Dna modificato geneticamente. Perché tutti noi, anche se lavoriamo in banca, abbiamo visto e provato "cose che non potete neanche immaginare", e non ci rassegniamo che finiscano "come lacrime nella pioggia". E questa protesta non nasce da egoismo: nasce dalla certezza che la sparizione della nostra vita, unica e insostituibile, impoverisce l’universo. 

La gente che magari non crede, in questi giorni, va per cimiteri per curare come può questo oblio, e per dire, accendendo un lumino, la sua protesta: tutto ciò che sei stato, nonno, papà, mamma, non deve finire come lacrime confuse nella pioggia. Quella è acqua, i tuoi sono stati dolori, esperienze, gioie. "Qualcuno" li dovrà ricordare, quando anche noi non ci saremo più. È questo il pensiero religioso più radicale: viene prima del "problema di Dio", prima dei preti e della Chiesa. È da questa domanda, da questa protesta, che viene tutto: la ricerca di Dio, le risposte della Chiesa. E il dono, per chi ce l’ha, di credere che Dio dice nella Scrittura: "Ti ho chiamato per nome", proprio te unico e insostituibile, e non ti abbandonerò come lacrime nella pioggia. Ma soprattutto chi non lo sa, chi dubita e non ci crede, pone la domanda religiosa primaria, quando accende il lumino al nonno.

© Avvenire

 


 
   

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