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Il grido silenzioso



 

Non farà chic ma produce scelte più salde
 di Maurizio Blondet

Il papa e la confessione individuale.

[Da "Avvenire", 3 maggio 2002]

Il curato d’Ars assicurava che non c’è nessuno all’inferno per aver commesso troppi peccati e troppo gravi. Aggiungeva che molti invece ci sono per un solo peccato, di cui non si erano pentiti. Il curato d’Ars, povero e sempliciotto com’era, era anche un tremendo anticonformista. Diceva cose come "peccato" e "perdizione eterna" - e ci credeva, visto che restava anche dieci ore filate nel confessionale, e poi digiunava per scontare di suo i "peccati" dei penitenti che aveva ascoltato - anche se già ai suoi tempi non faceva bon ton. 

Mai come oggi però. Il tema ormai imbarazza anche fini prelati e famosi teologi. Politicamente scorretto. Lontano dalla "sensibilità contemporanea" accertata settimanalmente nel salotto di Costanzo. Sicché il Papa ha un bel coraggio, ad emanare il suo ultimo "motu proprio", Misericordia Dei. Ricorda che la confessione ("ministero della riconciliazione", nella neolingua ecclesiasticamente corretta) deve essere "individuale e completa", per ottenere l’assoluzione dai peccati. 

A quanto pare, in molte diocesi di Canada ed Usa era invalso l’uso delle confessioni collettive. Generiche e in coro. Con le migliori intenzioni: cosa volete, la gente non gradisce le confessioni individuali, diserta il sacramento, vediamo di agevolarla ché non si allontani del tutto. 

E così arrivarono le assoluzioni generali per una religione sentita in termini sempre più generici, e senza impegno. Accade in America, ma anche da noi. Da bambini, ricordate?, ci vergognavamo intensamente di "dire" quel che avevamo fatto, al prete. Oggi, adulti, non ci vergognamo più. Anzi, non abbiamo più niente da dire al prete. Ci guardiamo dentro e non troviamo niente da confessare. E la pratica scade.
E’ un brutto sintomo, direbbe il curato d’Ars, per la salute eterna (usava parole così). Il cardinal Ratzinger, nel commentare il richiamo del Papa alla confessione personale, parla di "delirio d’incolpevolezza" dell’uomo moderno. È questa la nostra malattia: "infarto spirituale", la chiama il teologo Julius Herranz. Un aggravamento: quella vergogna che provavamo da bambini (l’orgoglio umiliato), è diventata indifferenza, fors’anche superbia, il vizio incancrenito di credersi già a posto. Cecità della coscienza. 

Nella sua forma estrema e abissale, è il peccato contro lo Spirito, il solo imperdonabile, perché non ce ne si può pentire. La confessione personale, con la rettifica che esige, il tu per tu con la propria coscienza e con Dio, la direzione e la correzione delle deviazioni piccole, prima che diventino come tragici errori di rotta - ne è sola la cura. Io lo dico da esperto, ossia da peccatore: medio-piccolo, non credete (per essere un Grande Peccatore non occorre il reddito né il potere), ma sperimentato.
Naturalmente potete, con l’opinione pubblica, non credere a nulla di questo. Ma almeno, va riconosciuto che il Papa ha coraggio - e carità. Ci ha ricordato che la Chiesa non è l’agenzia delle gradevolezze benefiche, la dispensatrice di certificati collettivi di buona condotta, o l’ente che deve stare attento ad "attrarre i giovani", o "l’uomo d’oggi". Il business della Chiesa è: vincere la morte. Se ci state, quelli sono i mezzi.

© Avvenire

 


 
   

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