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Il grido silenzioso



 

Il segreto infrangibile
 di Vittorio Messori

[Dal "Corriere della Sera", 15 Giugno 2001]

Il processo al vescovo di Bayeux e Lisieux non è inquietante soltanto per i fatti di pedofilia di cui è responsabile un prete della sua diocesi. Allarma anche il fatto che né la giustizia né la stampa francesi sembrino rendersi conto che, da quando esiste, è dovere della Chiesa difendere con rigore implacabile tutto ciò che abbia a che fare con la riservatezza in materia di colpe del prossimo. Un rigore che, lo sappiamo bene, talvolta scandalizza. Anche oggi, come in ogni epoca, il potere civile, a cominciare dalla magistratura, non sopporta che quella singolare categoria di cittadini costituita dai preti preferisca ogni condanna umana alla eventuale condanna della scomunica (la più grave, riservata alla Sede Apostolica) per avere tradito il sacramentale sigillum , il segreto della confessione.
Certo, il caso in cui è implicato il vescovo della diocesi francese è complesso, in quanto c’è di mezzo il vicario generale che avrebbe fatto da tramite per le confidenze ricevute dalla madre del ragazzo molestato. Resta però da stabilire se quelle confidenze fossero una sorta di pubblica denuncia o se, invece, facessero parte di una confessione sacramentale. In questo caso, tutto da accertare, la gravissima violazione del "sigillo" (un sacrilegio, secondo il diritto canonico) sarebbe stata compiuta da quel collaboratore; e il vescovo, rifiutando di parlare dei pur gravi fatti, avrebbe invece compiuto il suo dovere. Come da canone 983, secondo il quale "all’obbligo di osservare il segreto sono tenuti anche coloro ai quali, in qualunque modo sia giunta notizia dei contenuti della confessione". Non si tratterebbe, dunque, di un generico "segreto professionale" di cui parlano gli stessi avvocati francesi, ma di quel "sigillo sacramentale" per non infrangere il quale moltissimi sacerdoti hanno preferito affrontare il martirio. Pur ignara, a quanto pare, della dimensione religiosa della vicenda, sarà la magistratura francese a stabilire come si siano svolte le cose. Può darsi ci sia stata davvero imprudenza da parte del presule, un suo illudersi che il male minore passasse attraverso i tentativi di riparare alla situazione in modo riservato. Non siamo "innocentisti" per partito preso: anche gli
uomini di Chiesa sono, appunto, uomini e - come tutti – possono sbagliare. Ma, checché ne sia di questo caso concreto, va constatato che, nella nostra società, è sempre più difficile comprendere lo "scandalo" di un segreto che non si può infrangere neanche per evitare la morte di qualcuno o i più gravi danni personali o sociali. In effetti, come dicono i teologi, "ut homo, come uomo, il sacerdote ignora, al di fuori della confessione, tutto ciò che è stato rivelato a lui ut Christus, cioè come Cristo nel tribunale del confessionale". Il sacerdote non è che uno strumento che non ha alcun diritto di utilizzare - né per sé né per altri - quanto è stato confessato a Dio attraverso di lui. Quali che siano le conseguenze, anche le più drammatiche, di un silenzio che non cessa mai, neanche dopo la morte di chi si è confidato a un sacerdote. E neanche nel caso si trattasse di rivelare cose positive: in effetti, i confessori dei candidati alla beatificazione e canonizzazione non possono venire convocati al processo, fosse pur per contribuire alla gloria del candidato. Di esso, devono dimenticare l’intimità e mostrare di conoscere soltanto quanto era noto anche ad altri. Niente testimonianze ai processi ecclesiali: a maggior ragione, nessuna testimonianza davanti ai tribunali statali. In un mondo dove nessuno sembra più conoscere la riservatezza, una simile, gelosa tutela del segreto degli uomini è - si sia credenti o no - un segno singolare. Certamente, unico.

© Corriere della Sera

 


 
   

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