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Il grido silenzioso



 

Liturgia, mettiamo le cose a posto
 di Andrea Tornielli

Giovanni Paolo II interviene con una lettera apostolica per celebrare la costituzione conciliare sulla liturgia Sacrosanctum Concilium. Il culto liturgico deve tornare a risplendere. Eliminando gli abusi e ricordando il primato del canto gregoriano. Come voleva san Pio X.

[Da "Il Timone" n. 29, Gennaio 2004]

Due documenti sulla liturgia in appena quarantott’ore. Un doppio appuntamento provocato da diverse ricorrenze (il centesimo anniversario del Motu proprio «Tra le sollecitudini» di San Pio X, dedicato alla musica sacra, e il quarantesimo anniversario dalla Costituzione conciliare «Sacrosanctum Concilium») ma che testimonia dell’attenzione di Giovanni Paolo II per questi temi. Papa Wojtyla ha pubblicato il 3 dicembre un chirografo per ricordare la riforma della musica sacra attuata da Papa Sarto. E due giorni dopo, il 15 dicembre, ha reso nota una lettera apostolica per celebrare la «magna charta» della riforma liturgica voluta dal Concilio.

É giusto partire da questo secondo testo, perché più importante. Giovanni Paolo II spiega che «Ogni celebrazione liturgica è opera dl Cristo Sacerdote e del suo Corpo mistico, "culto pubblico integrale", nel quale si partecipa, pregustandola, alla liturgia della Gerusalemme celeste. Per questo "le Liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù"».

Il Papa invita a riscoprire l’arte sacra, a darle spazio «sicché il culto possa risplendere anche per il decoro e la bellezza dell’arte liturgica» e si appella ai vescovi perché sia promossa una «formazione adeguata dei ministri e dl tutti i fedeli, in vista di quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche che è auspicata dal Concilio».

Un paragrafo importante della lettera è dedicato alla preghiera e alla devozione popolare: «C’è bisogno di un cristianesimo che si distingua innanzitutto nell’arte della preghiera. La Sacrosanctum Concilium interpreta profeticamente questa urgenza, stimolando la comunità cristiana a intensificare la vita di preghiera non solo attraverso la liturgia, ma anche attraverso i "pii esercizi", purché compiuti in armonia con la liturgia, quasi da essa derivino e ad essa conducano». «L’esperienza pastorale di questi decenni — continua Papa Wojtyla — ha consolidato questa intuizione», un’intuizione pienamente accolta dalla Congregazione per il Culto Divino, che ha pubblicato un Direttorio sulla pietà popolare (invocando una sua riscoperta, dopo il periodo travagliato del post-concilio) e della quale si è fatto testimone lo stesso Pontefice pubblicando, un anno fa, la lettera sul Rosario.

Il Papa chiede poi che sia coltivata «con maggiore impegno all’interno delle nostre comunità l’esperienza del silenzio». «Di esso abbiamo bisogno per accogliere nei cuori la piena risonanza della voce dello Spinto Santo, e per unire più strettamente la preghiera personale con la Parola di Dio e con la voce pubblica della Chiesa, In una società che vive in maniera sempre più frenetica, spesso stordita dai rumori e dispersa nell’effimero, riscoprire il valore del silenzio è vitale. Non a caso, anche al di là del culto cristiano, si diffondono pratiche di meditazione che danno importanza al raccoglimento.

Perché non avviare, con audacia pedagogica, una specifica educazione al silenzio dentro le coordinate proprie dell’esperienza cristiana?». Infine, Giovanni Paolo II cita «gli abusi» che purtroppo vengono commessi in campo liturgico: «Il rinnovamento realizzato in questi decenni ha dimostrato come sia possibile coniugare una normativa che assicuri alla liturgia la sua identità e il suo decoro, con spazi di creatività e di adattamento, che la rendano vicina alle esigenze espressive delle varie regioni, situazioni e culture. Non rispettando la normativa liturgica — spiega Papa Wojtyla — si giunge talvolta ad abusi anche gravi, che mettono in ombra la verità del mistero e creano sconcerto e tensioni nel Popolo di Dio. Tali abusi non hanno nulla a che vedere con l’autentico spirito del Concilio e vanno corretti dai Pastori con un atteggiamento di prudente fermezza». Quella fermezza che purtroppo, in tante occasioni i pastori non dimostrano, permettendo alle Messe di degenerare in show, come lucidamente denuncia da tempo il cardinale Joseph Ratzinger. Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

L’altro documento al quale abbiamo accennato all’inizio è il chirografo (letteralmente «scritto a mano», un tipo di testo di carattere amministrativo, non solenne, con firma autografa, attualmente usato molto di rado) pubblicato il 9 dicembre per ricordare il Motu proprio con il quale Pio X, pochi mesi dopo l’elezione, aveva riformato la musica sacra per riportare in auge la semplicità e la bellezza del canto gregoriano, mettendo fine all’uso della musica operistica durante le funzioni liturgiche. Papa Wojtyla accoglie lo spirito contenuto nel testo del suo grande predecessore, e spiega: «In varie occasioni anch’io ho richiamato la preziosa funzione e la grande importanza della musica e del canto per una partecipazione più attiva e intensa alle celebrazioni liturgiche, ed ho sottolineato la necessità di purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti e poco consoni alla grandezza dell’atto che si celebra, per assicurare dignità e bontà di forme alla musica liturgica».

Giovanni Paolo II spiega che la «qualità» della musica e del canto non bastano, ma che essi devono rispondere a «specifici requisiti»: «La piena aderenza ai testi, la consonanza con il tempo e il momento liturgico, l’adeguata corrispondenza ai gesti che il rito propone». Il Papa sottolinea la necessità delle «legittime esigenze di adattamento e di inculturazione», ma aggiunge: «È chiaro tuttavia che ogni innovazione in questa delicata materia deve rispettare peculiari criteri, quali la ricerca di espressioni musicali che rispondono ai necessario coinvolgimento dell’intera assemblea nella celebrazione e che evitino, allo stesso tempo, qualsiasi cedimento alla leggerezza e alla superficialità».

Un paragrafo del documento è dedicato al canto gregoriano: «Il Concilio Vaticano II lo riconosce come "canto proprio della liturgia romana" a cui occorra riservare a parità di condizioni il primo posto nelle celebrazioni liturgiche celebrate in lingua latina... Il canto gregoriano continua ad essere anche oggi elemento di unità nella liturgia romana». Lo straordinario successo (oltre diecimila presenze, una cifra da concerti rock) dell’iniziativa dei concerti di musica sacra - gregoriana e polifonica — tenutisi di recente a Roma, sta a indicare quanto sia importante promuovere lo studio in questo campo, per dare, a fianco del canto popolare, un po’ di spazio a questo immenso patrimonio plurisecolare della Chiesa, che un’errata interpretazione del Concilio ha messo frettolosamente in soffitta.

Bibliografia

Giovanni Paolo II, Lettera apostolica nel 40° anniversario della Costituzione Conciliare Sacrosanctum Concilium sulla sacra Liturgia, 4 dicembre 2003.

© Il Timone

 


 
   

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