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Il grido silenzioso



 

La domenica andando alla messa
 di Roberto Beretta

Che cosa non va nelle messe odierne? Quali errori si commettono più frequentemente? Come rimediare? Intervista a don Silvano Sirboni, parroco e liturgista.

[Da "Il Timone" n. 27, Settembre/Ottobre 2003]

La domenica andando alla Messa: una volta era una canzone allegra. Ma adesso? "Oggi troppi fedeli escono di chiesa stanchi, annoiati, storditi dalle parole e senza aver fatto una vera esperienza religiosa". Parola di parroco: e il nostro pensiero di poveri praticanti corre subito alle molte prediche soporifere, ai canti puerili e/o insignificanti, alla siderale freddezza di certi riti domenicali.

"Ma la colpa non è della riforma liturgica, con cui il Concilio ha tradotto in italiano il rito della Messa. Siamo sbagliati noi". Ne è convinto, don Silvano Sirboni: titolare di una parrocchia ad Alessandria, ma anche uno tra i più accreditati liturgisti italiani, docente e collaboratore di illustri riviste sulla materia.

Dunque, don Sirboni, vediamo alcuni di questi "errori" nella liturgia. Cominciando da quelli del celebrante.

"Più che di errori, si tratta di difficoltà che impediscono una corretta applicazione della riforma liturgica e favoriscono il diffondersi di abitudini sconcertanti nelle messe domenicali. Secondo me, il celebrante corre tre rischi, Primo: eseguire un rito come se fosse un programma per computer, con ferrea fedeltà ma cadendo spesso nel formalismo, nell’osservanza maniacale delle rubriche del messale, o anche dell’esoterismo. Il prete infatti non è uno stregone che esegue un rituale oscuro e affascinante; il senso del mistero cristiano è ben diverso dal fascino dell’occulto pagano. Bisogna passare dalla semplice esecuzione di una procedura all’arte viva del celebrare. Secondo rischio: pensare di essere l’unico protagonista della liturgia. Invece è tutta l’assemblea che celebra, la Messa non è un atto individuale bensì l’azione di Cristo in modo integrale, cioè di tutte le sue membra che sono la Chiesa".

Questo significa che i laici devono partecipare più attivamente?

"Anche, ma senza occupare ruoli che non appartengono loro. Si partecipa anche ascoltando, per esempio, e non è necessario affannarsi a inventare novità perché tutti devono fare qualcosa; la liturgia non è una catena di montaggio. Parteciparvi non è tanto "fare" , quanto essere presenti all’azione comunitaria. Questa esagerazione di "creatività" e di confusione è stata uno dei più grandi malintesi del post-concilio".

Ma ho interrotto la serie degli "errori" del celebrante. Quale sarebbe il terzo rischio?

"È l’opposto del precedente. C’è chi ha scambiato la necessaria vitalità della liturgia con un certo liberalismo. Ma il rito ha le sue regole, per esempio la ripetitività. Si confonde la liturgia con uno show televisivo, in cui ci dev’essere sempre una sorpresa. Invece è importante conservare una certa solennità del gesto, curare la bellezza degli spazi liturgici (semplicità infatti non significa squallore). Non si tratta di tornare al trionfalismo del passato, ma di rispondere alle esigenze di oggi con arte e competenza. li linguaggio della liturgia non può essere quello dell’osteria".

Dunque è giusto manifestare una certa solennità nei riti?

"Naturalmente. È la solennità che fa il rito e senza di essa non c’è liturgia. Il gesto di pace, ad esempio, non va scambiato come un semplice saluto tra amici o come un atto di galateo: è un segno di riconciliazione vera e propria. Così è deviante che li sacerdote passi per tutti banchi scambiando quattro chiacchiere coi fedeli. Oppure: il fatto che l’omelia sia una conversazione fraterna e comprensibile a tutti non significa che debba somigliare ad un’assemblea di condominio, tanto meno all’esibizione di un prete showman. Così darsi la mano al Padre Nostro, formando una specie di girotondo, è un modo per infantilizzare il rito, e anche l’abuso dell’applauso in chiesa dev’essere controllato.
Insomma, non fanno bene alla messa la banalizzazione della liturgia, la mancanza di un linguaggio solenne, le forme di cameratismo non adatte, l’esecuzione meccanica dei riti".

Veniamo ai fedeli, però: anche loro faranno degli errori, no?

"Anzitutto è doveroso riconoscere che le nostre assemblee sono molto cresciute e migliorate qualitativamente, dopo il Concilio. La Messa domenicale è quasi sempre una scelta consapevole, per esempio, fatta anche controcorrente rispetto alle mode dominanti. Purtroppo, per molti altri però le liturgie si riducono spesso a riti sociologici di passaggio: basta pensare a certe cresime, o battesimi, o comunioni e funerali. La Messa è vissuta ancora come una "tassa" da pagare a Dio, o come un’assicurazione per il futuro perché "non si sa mai".
Mentre il modo di partecipare alla liturgia non è innocuo: è lì che diamo l’immagine fondamentale della Chiesa, lì si impara ad essere cristiani.
Un’assemblea muta darà luogo a una Chiesa passiva, e così via".

Quali sono, a suo parere, le possibilità non sfruttate della riforma liturgica?

"Ci sono punti non interpretati correttamente. Per esempio un aspetto fondamentale, di cui nessuno sembra essersi accorto, è il valore del silenzio: oggi a Messa non si osservano quasi mai momenti di silenzio, oppure si fanno nel modo sbagliato. Il silenzio invece è un preciso gesto rituale comunitario, non un tempo morto d’attesa in cui i chierichetti possono agitarsi qua e là sull’altare in attesa di fare qualcos’altro...
Anche la preghiera dei fedeli è usata male; è diventata una lettura di orazioni standard, riprese direttamente dal foglietto, che non toccano più nessuno, e quando si vogliono attualizzare diventano una forma di autoesaltazione o di polemica politica. La preghiera dei fedeli non è questo, è una preghiera universale per le intenzione della Chiesa e del mondo".

E il canto?

"Ah, ecco un altro punto dolente!
Possediamo infatti un ricco patrimonio canoro e musicale del passato e non è detto che debba essere mandato al macero: molte ricchezze possono essere riutilizzate, proprio nei momenti in cui la liturgia prevede l’ascolto e il silenzio. D’altra parte non possiamo non dar spazio alla creatività musicale moderna.
L’idea errata è che qualunque canto vada bene per la Messa. Certo, non abbiamo avuto molti esempi felici in questi quarant’anni di riforma liturgica, non c’è stata una produzione di canti liturgici e popolari all’altezza: ma secondo me si tratta di una crisi come quelle che capitano agli adolescenti: i quali dapprima sembra che buttino via anche le cose di valore, poi però le vanno a ripescare e le riscoprono".

A cosa dovrebbero dunque badare i preti, per migliorare le loro messe domenicali?

"lo consiglierei loro anzitutto di rileggere la Sacrosanctum concilìum, il documento del Vaticano II sulla liturgia: è da il che si riparte. E poi di ascoltare di più i loro fedeli, che in questi 40 anni sono maturati e desiderano celebrare una liturgia qualitativamente migliore, capace di comunicare il mistero di Dio.
Insomma, la domenica chiedono di non uscire più dalla chiesa stanchi, annoiati e vuoti". 

La Messa

“L’efficacia salvifica del sacrificio si realizza in pienezza quando ci si comunica ricevendo il corpo e sangue del Signore. Il Sacrificio eucaristico è di per sé orientato all’unione intima di noi fedeli con Cristo attraverso la comunione: riceviamo Lui stesso che si è offerto per noi, Il suo corpo che Egli ha consegnato per noi sulla Croce, il suo sangue che ‘ha versato per molti in remissione dei peccati’ (Mt 26,26)” (Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, n. 16).


© Il Timone

 


 
   

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