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Il grido silenzioso



 

Se il mondo trasforma il Papa in uno "showman"...
 di Vittorio Messori

[Da "Jesus" n.1, Gennaio 2002]

Tutti sanno della venerazione di don Bosco per Pio IX. Eppure, don Bosco insegnò sempre ai suoi ragazzi che non bisognava gridare "Viva Pio IX!", bensì sempre e solo "Viva il Papa!". Il santo, in effetti, sapeva bene che ciò che importa, in una prospettiva di fede, non è il Papa bensì il papato; non è la persona concreta bensì il servizio di paternità e di magistero che in quel momento quella persona è stata chiamata a incarnare. Per molti secoli, all’interno della Chiesa stessa, le folle cattoliche spesso non seppero neppure come si chiamasse il pontefice regnante né, meno che mai, che fattezze avesse, essendo rare e care le incisioni o le stampe che lo rappresentavano. Non interessava di certo sapere non solo se fosse giovane o anziano, bello o brutto ma neanche, in fondo, quale fosse il suo carattere, quali predilezioni o avversioni avesse in quanto uomo privato. Ciò che contava per il popolo cattolico era sapere che a Roma il Cristo aveva un suo Vicario, eletto su ispirazione dello Spirito Santo stesso: obbedendo a lui non si sbagliava nel vivere il Vangelo.

Stando agli storici, è proprio con Pio IX che inizia la – come dire? – "personalizzazione" del papato. Non so se Papa Mastai sia il primo pontefice fotografato: di certo è il primo la cui immagine ripresa dal nuovissimo apparecchio abbia una diffusione di massa, finendo appesa non solo in tutti gli episcòpi ma anche in tutte le parrocchie e in moltissime case di buoni cattolici. Aiutando poi il clima eroico, da assedio, di quel pontificato, con il mito (nel senso migliore) del "Prigioniero in Vaticano", la stampa cattolica lo rende popolarissimo e lo trasforma in "personaggio", moltiplicando su di lui i racconti e gli aneddoti. È proprio ciò cui reagisce don Bosco, con il sensus fidei dei santi: avverte, cioè, che si va verso una personalizzazione che può avere effetti distorcenti. Personalizzazione che, naturalmente, è andata sempre crescendo col tempo, con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa posti a servizio del gusto del pubblico per il "privato", per le "storie umane", per i retroscena e le vere o presunte rivelazioni. Sino ad arrivare ai nostri giorni dove il Papa (al di là, ovviamente, delle sue intenzioni) è trasformato nel protagonista più richiesto della società dello spettacolo. Durante tutto l’Anno santo, ad esempio, la basilica di San Pietro è stata trasformata nel più grande e prestigioso studio televisivo del mondo, con postazioni fisse al lavoro praticamente ogni giorno e con le liturgie presentate come rutilanti show. Non occorre essere dei don Bosco per rendersi conto del pericolo. Se il "mondo" trasforma il Papa, per riluttante e incolpevole che sia, in showman, è chiaro che anche per lui funzionano le regole dello spettacolo, con relativi indici di gradimento. Seguendo quelle regole, il sistema dei media prima ha puntato, con Giovanni Paolo II, sull’immagine dell’"atleta di Dio", giovane e vigoroso. Poi, coll’avanzare dell’età, ha giocato, con l’abituale cinismo, sul look del vecchio e malato che non si arrende e con voce roca grida nobili appelli alla pace e alla giustizia.

Tutto questo rischia di indebolire lo stesso magistero, poiché il pubblico finisce col vedere nel Papa un protagonista che recita la sua parte, così come gli altri protagonisti dello "spettacolo del mondo" (politici, artisti, sportivi, letterati) recitano la loro, tutti uniti sul colorato proscenio televisivo. È inquietante scoprire che anche le dirette di eventi religiosi sono sottoposte al sistema dell’auditel, che misura l’indice di gradimento (indice, tra l’altro, la cui funzione principale è stabilire le tariffe pubblicitarie). Ma, crediamo, il rischio maggiore è per gli stessi cattolici che potrebbero essere indotti a modulare la loro fiducia e obbedienza al Papa di turno a seconda del gradimento che riservano al "personaggio". Il Papa attuale "buca lo schermo", è uomo eccezionale, le sue doti di simpatia e di umanità sono straordinarie. Ma che succederà se (come è molto probabile) il suo successore non avrà le stesse doti? Legheremo la nostra fedeltà e fiducia al look, alla biografia personale, alla resa mediatica? Insomma, ci sembra urgente ritrovare la consapevolezza che ciò che conta è il ruolo di Pietro, non il volto e il nome di Pietro. Il papato, nella prospettiva cattolica, è un dono di Cristo che ha voluto che avessimo in terra una guida e un padre. E un padre è tale, quale che siano le caratteristiche del suo corpo e del suo temperamento.

Vittorio Messori

© Jesus

 


 
   

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