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La libertà religiosa
 di Marco Invernizzi

La libertà religiosa è il primo dei diritti umani. Ma in funzione del primo dei doveri: quello di muoversi verso Dio nella luce della verità. E questo esclude l’indifferenza religiosa e l’uguaglianza di tulle le fedi.

[Da "Il Timone" n. 17, Gennaio/Febbraio 2002] 

Di libertà religiosa si parla poco e male. Eppure sta diventando il problema politico centrale del nuovo secolo. Infatti, se è vera la tesi di Samuel P. Huntington che, dopo lo scontro ideologico che ha contraddistinto il secolo XX, l’umanità conoscerà lo "scontro delle civiltà", se è vero che l’immigrazione e le conseguenti società multiculturali sono una realtà, allora il problema politico principale del futuro prossimo è quello di individuare una piattaforma di principi fondamentali attorno ai quali organizzare la convivenza fra uomini di culture diverse, unica alternativa a un conflitto che sarebbe - che è già, purtroppo - molto doloroso.

Fra questi principi, quello di poter professare la propria religione senza costrizioni esterne è il più importante, perché riguarda il rapporto della persona con il suo Creatore, fonte della sua dignità. Invece, come dicevo, se ne parla poco e male. Poco, forse perché disturba i paesi islamici, soprattutto quelli considerati moderati, come l’Arabia Saudita, o alcuni paesi occidentali, come la Francia, che ne hanno un’idea statalista, come se la libertà religiosa tosse una gentile concessione dello Stato a quelle religioni ritenute da quest’ultimo "degne" di essere definite come tali. Male perché, all’interno del mondo cattolico, l’idea di libertà religiosa è ancora confusa con l’affermazione dell’uguaglianza delle diverse religioni o con l’idea liberale della completa separazione dello Stato dalla Chiesa. Come spiega Gabrio Lombardi in una sua opera sulla storia della libertà religiosa dall’editto dell’imperatore Costantino, nel 313, alla dichiarazione "Dignitatis humanae" del Concilio Ecumenico Vaticano II, e proprio il cristianesimo a porre la libertà religiosa come fondamento della civiltà fondata sull’affermazione dell’esistenza di un ambito, la coscienza della persona, nel quale il potere politico non ha il diritto di entrare. Ciò avviene molto prima che, nei secoli diciassettesimo e diciottesimo, nascesse l’idea moderna e liberale di libertà religiosa, come riduzione della religione alla sfera privata, sottraendo la società all’influenza della Chiesa cattolica e occupando lo spazio lasciato libero dalla religione con lo Stato, considerato come unico "creatore" del diritto e dei diritti, oppure neutrale circa quei valori non confessionali ma comuni a tutti gli uomini, essenziali per l’esistenza stessa della convivenza civile.

L’equivoco relativo alle due diverse idee di libertà religiosa ha gravato pesantemente sul mondo moderno e sui contenuti della concezione dell’uomo e del mondo che viene comunemente sottesa all’idea di modernità. Quest’ultima ha utilizzato un’idea sostanzialmente umana e cristiana - "rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (Mt 22,21) - per estromettere Dio dalla storia e togliere a Cesare ogni limite nell’esercizio del potere, contrapponendo il mondo moderno che si voleva far nascere a una civiltà religiosa come la Cristianità medioevale, che aveva un conseguente ordinamento giuridico sui generis e una pratica a volte discutibile per quanto riguarda appunto la libertà religiosa. Se si ricorresse più frequentemente al Magistero, almeno alcuni equivoci potrebbero essere più facilmente evitati. Aiuta in questo senso una recente raccolta di interventi di Papa Giovanni Paolo II sul nostro tema, nei primi vent’anni del pontificato.

Per esempio, il Papa ricorda che la libertà religiosa è un diritto, il primo dei diritti umani, fondato sulla dignità dell’essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio, ma un diritto "[...] in funzione di un dovere. Anzi come ha ribadito più volte il mio predecessore Paolo VI, è il più fondamentale dei diritti in funzione del primo dei doveri; qual’è il dovere di muoversi verso Dio nella luce della verità con quel moto dell’animo che è amore: moto che si accende e si alimenta soltanto in quella luce (cfr Evangelii nuntiandi, 39)" (discorso del 10 marzo 1984). Si tratta quindi di conciliare il dovere di ricercare la verità con il diritto di accettarla liberamente, e di trovare un ordinamento giuridico che "tenga insieme" entrambi i valori, senza avere la pretesa che ne possa esistere uno perfetto e adeguato a ogni epoca storica. Un altro equivoco è quello che vedeva la libertà religiosa come semplice rivendicazione "liberale" verso lo Stato totalitario socialcomunista, così come oggi nei confronti del mondo islamico, lasciando credere che il problema sia soltanto di reciprocità e non invece anzitutto del diritto di ogni persona di fronte a qualsiasi potere mondano. Infatti, Giovanni Paolo II ricorda che "nel difendere la libertà religiosa, la Chiesa non difende una prerogativa istituzionale, ma la verità sulla persona umana" (discorso del 7 dicembre 1995).

In sostanza, non si tratta dello scontro tra una modernità "buona" ed "emancipata" perché finalmente libera dal peso del "dogmatismo" e della verità oggettiva, opposta a una società arcaica e oscurantista. Il Magistero della Chiesa ha recuperato l’idea originaria cristiana della libertà religiosa, mentre il pensiero moderno sviluppava una propria idea laicistica della libertà religiosa, in un’ottica dialettica e antagonistica verso la Chiesa e la sua "pretesa" d’influenzare la società. Nasceva così, nel mondo contemporaneo, il conflitto fra due soluzioni diverse e opposte di libertà religiosa: "Tuttavia oggi faremmo bene a tener conto di un’altra forma di limitazione della libertà religiosa, meno evidente dell’aperta persecuzione. Mi riferisco alla pretesa che una società democratica debba relegare al puro ambito delle opinioni personali i credo religiosi dei suoi membri e le convinzioni morali derivanti dalla fede. A prima vista, ciò sembra essere un atteggiamento di dovuta imparzialità e ’neutralità’ da parte della società nei confronti di quei suoi membri che seguano tradizioni religiose diverse o nessuna affatto. E in vero è opinione diffusa che questo sia l’unico approccio illuminato possibile in un moderno Stato pluralistico. Ma, chiedere ai cittadini nella partecipazione alla vita pubblica, di mettere da parte le loro convinzioni religiose non vuol forse dire che la società, oltre ad escludere il contributo della religione alla sua vita istituzionale, si fa anche promotore di una cultura che dell’uomo offre una definizione che ne sminuisce la vera essenza?" (Giovanni Paolo II, discorso del 7 dicembre 1995).

Bibliografia

Università Cattolica del Sacro Cuore. Centro di ricerche per lo studio della dottrina sociale della Chiesa, La libertà religiosa negli insegnamenti di Giovanni Paolo II (1978-1998), a cura di Alessandro Colombo, Vita e Pensiero, Milano 2000.
G. Cantoni e M. Introvigne, Libertà religiosa, sette e "diritto di persecuzione". Con appendici, Cristianità, Piacenza 1996.
Gabrio Lombardi, Persecuzioni, laicità, libertà religiosa. Dall’Editto di Milano alla "Dignitatis humanae"; Studium, Roma 1991.

© Il Timone

 


 
   

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