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Il grido silenzioso



 

Dal "silenzio" all'evangelizzazione
 di Marco Invernizzi

Kazakhstan e Armenia: il Papa incoraggia l’ex Chiesa del Silenzio. Dall’eroismo della fede vissuta nelle catacombe è ora di passare alla coraggiosa opera di evangelizzazione.

[Da "Il Timone" n. 16 Novembre/Dicembre 2001] 

Dal 22 al 27 settembre 2001, il Papa ha compiuto il 95° viaggio apostolico del pontificato, recandosi in Kazakhstan e in Armenia. I discorsi pronunciati nel corso della visita assumono un significato particolare alla luce delle vicende particolarissime che hanno segnato la storia delle due nazioni nel Novecento.

Il Kazakhstan è una nazione indipendente dal 1991, quando "implose" l’Unione Sovietica di cui faceva parte, ed è abitato da circa 16 milioni di abitanti, dei quali circa la metà musulmani, mentre l’altra metà sono cristiani, principalmente ortodossi. Per la verità, gran parte dei suoi abitanti non si riconoscono in alcuna religione e questo è un retaggio del lungo dominio comunista, che ha inaridito le radici religiose della popolazione con l’imposizione dell’ateismo di Stato. Quando il mondo finalmente rifletterà in modo adeguato sugli effetti dell’ideologia comunista dove quest’ultima ha potuto esercitare il potere, emergerà questa dimensione solitamente trascurata da analisti che preferiscono vedere soltanto le conseguenze economiche o geopolitiche di tale oppressione.

Abitato da circa cento etnie, il Kazakhstan è abitato da circa cinquecentomila cattolici, figli e nipoti dei deportati dall’Ucraina, dalla Polonia, dalla regione tedesca del Volga durante il regime comunista, che hanno dato vita a una "Chiesa del silenzio" straordinaria ed eroica, che ha saputo vivere e praticare la fede nella clandestinità, riunendosi nelle abitazioni dove venivano celebrate Messe e dove, in assenza di sacerdoti, i fedeli pregavano sfidando la repressione dei regime. Ai cattolici, il Papa ha dedicato la celebrazione eucaristica nella cattedrale di Astana, la capitale del paese, il 24 settembre, ricordando l’eccezionale e provvidenziale presenza di Dio nella loro storia, che ha saputo trarre dal male della deportazione la possibilità, oggi, dell’evangelizzazione: "La Chiesa non vuole imporre la propria fede agli altri. È chiaro, tuttavia, che questo non esime i discepoli del Signore dal comunicare agli altri il grande dono del quale essi sono partecipi: la vita in Cristo". Ma la presenza del Papa, oltre che occasione di conferma e di apostolato per i cattolici, è comunque un invito a tutti a riscoprire il valore personale e sociale della religione, come fondamento necessario per ricostruire una nazione.

L’Armenia, Stato anch’esso indipendente dalla fine dell’URSS nel 1991, celebra quest’anno il 1700° anniversario della conversione del popolo, in quanto tale, al cristianesimo, appunto avvenuta nel 301 con la conversione del Re Tiridate III grazie alla predicazione e alla testimonianza di san Gregorio l’llluminatore, patrono del paese, anche se la fede cristiana era già arrivata in Armenia grazie alla predicazione degli apostoli Bartolomeo e Taddeo.

L’Armenia così è la più antica cristianità del mondo e ancora oggi, nonostante le diverse persecuzioni e dispersioni subite, rimane una nazione cristiana. La Chiesa Apostolica Armena, alla quale appartiene la grande maggioranza dei cristiani, è una Chiesa autocefala rimasta estranea alle decisioni del Concilio di Calcedonia (451), che ha percorso una sua storia autonoma rispetto alle altre Chiese cristiane, vicina ma non ancora in completa comunione con Roma. Gli Armeni non hanno subito soltanto la persecuzione comunista, ma erano stati anche oggetto di un bestiale tentativo di annientamento, il primo genocidio del XX secolo, cominciato nel 1894 all’interno dell’Impero Ottomano, che raggiungerà l’apice nel 1915 con la deportazione e la scomparsa di un milione e mezzo di Armeni e verrà completato nel 1920 da Mustafà Kemal Ataturk (il Padre dei Turchi) in quella che nel frattempo era diventata la prima Repubblica Armena.

Come già aveva fatto con la Lettera apostolica in occasione del XVII centenario del Battesimo della nazione armena, il Papa ha ricordato le sofferenze accumulate dal popolo armeno anche nella dichiarazione comune sottoscritta con il capo della Chiesa Apostolica, Sua Santità Karekin II. Il viaggio di Giovanni Paolo II ha avuto anche lo scopo di avvicinare ulteriormente le due Chiese (in Armenia esiste anche una comunità di Armeni cattolici peri quali il Papa ha celebrato la Messa al "Grande Altare", situato nel giardino dell’antichissima cattedrale di Etchmiadzin, offerto dalla Chiesa Armena Apostolica) e "accelerare il giorno in cui celebreremo insieme il divino sacrificio, che fa di tutti noi una cosa sola".

Bibliografia

La Lettera apostolica di Giovanni Paolo II del 2 febbraio 2001 si trova in L’Osservatore Romano del 18 febbraio 2001, mentre la dichiarazione comune del Papa con Sua Santità Karekin II in L’Osservatore Romano del 28 settembre 2001. Cfr. le voci Kazakhstan (pp. 265-268) e Armenia (pp. 190-192) del Rapporto 2001 sulla libertà religiosa nel mondo a cura di Aiuto alla Chiesa che Soffre; Marco Impagliazzo, Una finestra sul massacro. Documenti inediti sulla strage degli armeni (1915-1916), Guerini e associati, Milano 2000 e Claude Mutafian, Metz Yeghérn (Il Grande Male). Breve storia del genocidio degli armeni, a cura di Antonia Arslan, trad. ìt., Guerini e associati, Milano 1998, 3 ed.

© Il Timone

 


 
   

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