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Il grido silenzioso



 

Il cardinale dell'Ulivo che voleva scomunicarmi
 di Antonio Socci

[Da "Libero", 27 aprile 2006]

Da sempre la stampa italiana e internazionale accredita al cardinal Martini un’immagine progressista, illuminata e tollerante. No Martini, no party. Anche nella sua ultima intervista all’Espresso egli ostenta inviti al dialogo, ad astenersi dal giudizio e si oppone a condanne e anatemi. E tuttavia l’unico che (dai tempi del Concilio) ha sottoposto dei laici a un tribunale dell’Inquisizione è proprio lui. Il Giornale di Montanelli - che per primo dette notizia del fatto - titolò in prima pagina: "A Milano è tornata l’Inquisizione".
Accadde nel 1987, quando la diocesi di Milano, guidata da Martini, sottopose a processo canonico il sottoscritto ed altri due giornalisti. Il caso - su cui i commentatori, a cominciare da Indro Montanelli, versarono fiumi d’inchiostro - riguardava noi che eravamo laici, non degli ecclesiastici, né dei teologi e dunque era particolarmente assurdo, anche perché noi non eravamo imputati per aver messo in discussione dei dogmi della fede cattolica (alla quale, anzi, aderivamo totalmente), ma solo per aver espresso liberamente le nostre idee critiche sugli intellettuali cattolici che si erano accodati al conformismo progressista. Era paradossale, perché si poteva mettere in discussione l’Immacolata Concezione, ma non Scoppola, padre Sorge, Prodi, Alberigo, Dossetti o Lazzati. In quegli anni nei libri dei teologi, che magari insegnavano nei seminari e nelle università ecclesiastiche, si metteva in discussione tutto (dalla resurrezione di Gesù, alla storicità dei Vangeli, dai dogmi su Maria, al primato di Pietro), ma a finire sotto la scure dell’Inquisizione (milanese) fummo noi che, stando dalla parte del Papa, osavamo mettere in discussione il "magistero parallelo" degli intellettuali: sia quello di certi teologi che quello degli intellettuali progressisti.
Come finì? Finì che la Curia di Milano impose un’abiura, come ai tempi del caso Galileo: non poté ottenerla dal sottoscritto, ma la ottenne dal giornale per il quale scrivevo che, essendo un settimanale cattolico, non poteva dire no al cardinale di Milano.
Dovette subire, con tanti saluti alla libertà di coscienza e alla tolleranza. 

L’INTERVISTA ALL’ESPRESSO 

La vicenda mi è tornata in mente in questi giorni proprio per la clamorosa intervista di Martini all’Espresso. Che rappresenta un segnale politico-ecclesiale molto esplicito. Innanzitutto per la scelta - come ha detto monsignor Maggiolini - di affidare riflessioni così delicate a "un settimanale non soverchiamente pio" come l’Espresso. Poi per avere deciso la forma del "dialogo filosofico" con un senatore neo eletto dei Ds, il professor Ignazio Marino, che è in predicato di fare il ministro della Sanità nel governo Prodi e che il cardinale ha definito "credente", dando una notizia sorprendente perché dai suoi argomenti non si sarebbe evinto. Ma l’intervista ha un peso anche nella Chiesa.
Il vaticanista dell’Espresso, Sandro Magister, ha sottolineato che è stata fatta (e lanciata con clamore) proprio «negli stessi giorni in cui i media di tutto il mondo illustravano e commentavano il primo anno da Papa di Benedetto XVI». Osserva Magister: «Durante il pontificato di Giovanni Paolo II, il cardinale Martini è stato universalmente considerato come il più autorevole esponente dell’opposizione "progressista". E il medesimo giudizio continua a circolare, su di lui, anche in rapporto al Papa attuale». Magister sottolinea tutti passaggi in cui Martini si oppone o si differenzia dall’insegnamento del Papa e della Chiesa. E conclude ricordando che il Papa lo scorso 6 aprile aveva avuto per lui parole molto belle, in pubblico, in piazza San Pietro: «due settimane dopo il cardinale Martini», nota Magister, «ha risposto con il primo grande atto di opposizione a questo Pontificato, ai livelli alti della Chiesa». Questo è l’aspetto più grave. Perché Martini è il simbolo a cui guarda quel mondo cattoprogressista che sta anche dietro a Romano Prodi. Certo, ci sono nell’intervista martiniana passaggi particolarmente pesanti. Come quello in cui il prelato chiede alla Chiesa «il superamento di quel rifiuto di ogni forma di fecondazione artificiale» (e addirittura attribuisce questo rifiuto non alla Chiesa,ma - vagamente - a «non pochi ambienti», come se la Chiesa fosse un centro culturale).
Ma il problema maggiore è che Martini sembra ridurre tutti questi gravi argomenti morali (fecondazione, aborto, contraccezione, eutanasia), su cui la Chiesa ha un magistero preciso e che impegna i fedeli, a livello dell’opinabile, dove non esistono autorità, ma ciascuno, cattolico o no, può avere la sua idea e fare come crede.
Ciò ricorda più la prassi dei protestanti che la Chiesa Cattolica.
Nell’intervista ovviamente ci sono anche spunti interessanti, che potrebbero pure essere accolti, ma colpisce il sostanziale soggettivismo. 

GLI ATTACCHI A WOJTYLA 

È questo, credo, che induce un osservatore attento come Magister, a ritenere il pronunciamento di Martini come «il primo grande atto di opposizione a questo Pontificato, ai livelli alti della Chiesa».
Del resto non sorprende chi ricorda l’ostilità di questo mondo cattoprogressista verso Giovanni Paolo II. Particolarmente dura fu negli anni in cui la stampa laica e di sinistra accusava Papa Wojtyla di essere un integralista, un polacco anticomunista, un reazionario, un fondamentalista. In un libretto uscito dal Mulino nel 2003, "A colloquio con Dossetti e Lazzati", dove Leopoldo Elia e Pietro Scoppola pubblicano le loro conversazioni del novembre 1984 con i due vecchi intellettuali cattolici, l’ostilità per Papa Wojtyla tracima da ogni parte (perfino con la critica di Dossetti al rinnovo del Concordato). Ma c’è anche la liquidazione snobistica del cardinale Ratzinger. Dossetti ha alcuni passaggi un pochino megalomani («la mia esperienza assembleare ha capovolto le sorti del Concilio stesso... io agivo come partigiano»). Ma soprattutto in Lazzati emerge la virulenta ostilità verso certi movimenti cattolici che sembra addirittura odiare. Dice poi Lazzati: «rapporti fra Cei e Papa non sono certo i migliori... il Papa non si rende conto della situazione italiana, chiuso com’è nel modello della sua esperienza polacca... non per niente appoggia movimenti come Comunione e liberazione e l’Opus Dei». E ancora: «Il Concilio si sta svuotando». Dossetti aggiunge che è «un’infedeltà gravissima di ordine sostanziale a tutti i livelli». Poi a proposito dell’Opus Dei Dossetti ha parole molto pesanti. Sono gli stessi apologeti di Lazzati a rilevare che «il suo giudizio sul pontificato di Wojtyla è senza sconti». Lo scrivono Malpensa e Parola nel volumone "Lazzati" (Il Mulino) dove danno anche una ricostruzione faziosa e completamente sbagliata dal "caso Lazzati" (quello del mio processo ecclesiastico) addirittura coinvolgendo «un cardinale amico» e l’on. Andreotti (che non c’entrarono per niente) nella pubblicazione dei nostri articoli.
L’ "autonomia" dalla Chiesa di Roma di questo "magistero parallelo" (Martini e compagni) ricorda l’autonomia rivendicata da Romano Prodi, degno erede politico di questi ambienti, nel recente referendum sulla fecondazione assistita. Definendosi "cattolico adulto" Prodi liquidò le indicazioni morali molto vincolanti della Chiesa sul voto nel referendum e declassò automaticamente il popolo cristiano a "minorenni". Del resto il suo programma sui temi della vita, sui Pacs e via dicendo è quello che è. E poi c’è la forte polemica che ha investito Prodi quando George Bush pose il veto al finanziamento di alcuni organismi internazionali accusandoli di appoggiare le politiche demografiche ed abortive, soprattutto nel terzo mondo, e «la Commissione europea», presieduta da Prodi, ha scritto Lucetta Scaraffia «ha deciso di colmare con i propri fondi... stanziando 32 milioni di euro», scelta fatta «senza obiezioni pubbliche del presidente». 

L’AMBIGUITÀ PRODIANA 

Non so come se la sarà cavata Prodi con la sua coscienza (perché il Codice di diritto canonico è molto pesante in questa materia). Ma avrà certamente trovato un modo da "cattolico adulto". Del resto lo stesso caso della "seduta spiritica" sul "caso Moro", a volerla considerare seriamente (la Chiesa condanna molto duramente lo spiritismo), dimostra anch’essa una certa disinvoltura dottrinale, soprattutto da parte di un docente universitario cattolico, che è stato proposto nelle parrocchie come cattolico esemplare. Ma forse questo è il "cattolicesimo adulto". E lo deve essere anche quello di Giuseppe Alberigo, simbolo del mondo cattolico progressista che fu assistente di Dossetti al Concilio. Il professore, che per decenni, con il suo centro bolognese, ha diffuso un’immagine ideologica e di parte del Concilio (recentemente criticata anche dal cardinal Ruini), in una stupefacente intervista alla "Repubblica", se n’è uscito fra l’altro con questo racconto che, nelle sue intenzioni, dovrebbe spiegare come e perché il Concilio "ruppe con l’immobilismo degli anni Cinquanta". Eccolo: «in quegli anni talvolta veniva a casa un padre benedettino, pio e assai famoso. Si fermava anche a dormire. Una sera, sul finire del 1953, al momento delle preghiere chiamò me e mia moglie Angelina: "E ora preghiamo per la morte del Pontefice". Con mia moglie ci guardammo stupefatti: Papa Pio XII stava benissimo. Lui, quieto, replicò al nostro disagio: "Ora il Santo Padre è un peso per la Chiesa. Preghiamo perché il Signore se lo prenda presto"». E questo era il religioso "pio e famoso".
Il popolo cattolico stava, allora come oggi, con il Papa, ma il "magistero parallelo" lo pretende al suo seguito. Come Pannella.    

© Libero

 


 
   

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