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Il grido silenzioso



 

Più marxisti di Marx
 di Antonio Socci

[Da "Il Giornale", 07 Gennaio 2003]

Giorni fa su Liberazione, l’organo di Rifondazione comunista, si poteva leggere - su due pagine dedicate alla situazione sanitaria in Russia - una stupefacente apologia del vecchio regime comunista. Mentre l’attuale paese di Putin sarebbe al tracollo, quello comunista fu - secondo il giornale di Curzi - «uno dei sistemi sanitari più efficienti del mondo». E prosegue: «Il successo era stato edificato sui metodi autoritari del periodo staliniano - metodi molto efficienti sia per combattere le malattie infettive che per reprimere "patologie sociali" come l’alcolismo o il dissenso politico - ma poi era continuato attraverso la pianificazione di uno dei sistemi sanitari più efficienti che il mondo abbia mai conosciuto».

Viene da rabbrividire. Ma al di là del giudizio morale su simili «argomenti» che vengono ancora propalati fra i compagni della base, bisogna chiederci che senso e che scopo hanno poi - in altri contesti - le recenti prese di distanza dai vecchi regimi comunisti pronunciate da Bertinotti. Preceduto, qualche anno fa, dalla classe dirigente DS. E soprattutto cosa significa la convergenza sulla mitologia noglobal anche - a sorpresa - di personalità «pragmatiche» come Massimo D’Alema, nella sua versione brasiliana raccontata ieri su queste colonne da Luca Telese. Sembra un indolore congedo dal passato, con autoassoluzione, per propor-si come protagonisti del futuro.

Pare che l’insieme della leadership ex-Pci si sia ormai assestata su questa versione dei fatti, almeno quando si rivolge all’esterno: i regimi comunisti fin qui vissuti hanno in realtà frainteso o tradito Marx. Ma il filosofo di Treviri resta un analista profetico soprattutto oggi in tempi dì globalizzazione. Perfino Il Riformista - che fa sfoggio quotidiano della sua posizione liberal - in un sorprendente commento di pochi giorni fa, ripete questa versione. Del resto si tratta di una posizione molto diffusa fra gli intellettuali occidentali che - nella gran parte - hanno trascorsi comunisti.

È stato l’Economist a mettere il dito nella piaga, svolgendo una riflessione sul comunismo e sul pensiero marxista che - se solo l’avessimo accennata noi - ci avrebbe guadagnato sputi e sberleffi a non finire, come fossimo dei fissati paranoicì.

Dunque l’Economist ha notato l’attuale fortuna editoriale dei testi di Marx che vendono enormemente più di quelli di Adam Smith, Non solo. A dieci anni dalla caduta del Muro di Berlino la Bbc fece un’inchiesta su quelli che - fra la gente - erano ritonati i maggiori pensatori e Marx risultò in vetta. Come è possibile dopo l’immane tragedia che la sua ideologia ha prodotto?

Scrive l’Economist: «Un collasso - morale, materiale e intellettuale - più totale o vergognoso sarebbe stato difficile da immaginare. Il comunismo, ha tiranneggiato e impoverito i suoi sottoposti, e li ha massacrati a decine ai milioni. Nei decenni passati in Urss e nei Paesi satelliti, ogni allusione allo scopo dichiarato della dottrina comunista - eguaglianza, libertà dallo sfruttamento, vera giustizia - provocava solo amare risate».

E allora come può accadere che in Occidente ancora se ne accrediti - senza vergogna né senso del ridicolo - l’autorevolezza e la serietà? L’argomento usato, secondo l’Economist, è questo; Marx e’ stato frainteso», le realizzazioni storiche del Comunismo ne hanno pervertito il pensiero. Per cui buttiamo pure il socialismo reale, ma, non Marx, le cui analisi hanno previsto l’era della globalizzazione. Ovviamente non è vero, spiega l’Economist. Innanzitutto perché quei regimi furono esattamente l’applicazione di quell’ideologia e della sua dottrina economica (del resto non è possibile che tutti, ma proprio tutti, a ogni latitudine, l’abbiano fraintesa) e soprattutto perché le pretese facoltà profetiche di Marx sono una sciocchezza. Gli anni in cui visse, nel XIX secolo, furono tempi di globalizzazione economica ed egli fu solo uno dei tanti che analizzò quel fenomeno, che poi si interruppe nel 1914 con la Grande Guerra.

Inoltre a proposito delle altre analisi Marx le sbagliò tutte. Anche chi non avesse seguito il successivo dibattito scientifico - per dire - attorno alla teoria del valore, con la scuola neoclassica e poi Keynes, Sraffa e soprattutto con Hayek che affonda definitivamente Marx e i succedanei, potrebbe e dovrebbe armato di buon senso e consapevolezza storica - mettere una pietra sulla credibilità di Marx. Per sempre.

E invece, nota l’Economist, «colpisce che gli attuali noglobal, che si dichiarino marxisti o no, percorrano la stessa strada. Presentano un’alternativa non funzionante all’odierno ordine economico. Allo stesso tempo invocano una Utopia libera dalle tensioni ambientali, dall’ingiustizia sociale e dalle merci griffate, tornando indietro a un’età dell’oro pre-industriale che non è mai realmente esistita». Questo «futuro alternativo» non è mai stato espresso in una forma chiara «né è mai stato delineato in modo tale da essere esaminato».

Del resto i noglobal - secondo l’Economist - hanno ereditato anche altro da Marx: «La rabbia autogiustificata, la retorica violenta, la volontà di ricorrere alla concreta violenza (in risposta alla "violenza" dell’altra parte), la demonizzazione del grande business, la divisione del mondo in sfruttatori e vittime, il disprezzo per lo riforme graduali, lo zelo attivistico, l’insofferenza per la democrazia, il disdegno per i valori liberali come "diritti" e "libertà", il sospetto per il compromesso, la presunzione dell’ipocrisia (o l’ingenuità puerile) sugli argomenti che difendono il libero mercato».

Come sì giustifica dunque questo revival (esplicitamente o implicitamente) marxiano se non ha più alcuna base razionale, storica e scientifica?

Secondo il giornale economico «l’antiglobalismo è stato appropriatamente descritto come una religione secolare. Così è il Marxismo. Marx non era uno scienziato come si dichiarava. Ha fondato una fede, I sistemi economici e politici che egli ispirò sono morti o moribondi. Ma la sua religione ha ancora un’ampia chiesa e continua a vivere».

Sì, sarà anche una superstizione, un colossale caso di abuso della credulità popolare, però risponde (fraudolentemente) all’innato bisogno di assoluto e di significato degli umani. E soprattutto usa come alibi l’esistenza dl drammi reali - come quelli della fame e del sottosviluppo - la cui soluzione però non sta nella vecchia Thule dell’ideologia e del manicheismo, ma si trova in Occidente. É una soluzione fatta di democrazia, istruzione, solidarietà, libertà e tecnologia.

© Il Giornale

 


 
   

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