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Il grido silenzioso



 

Un Impero senza autorità?
 di Paolo Sorbi

[Da "Studi cattolici" n. 495, maggio 2002]

Toni Negri non si smentisce mai. Il suo recentissimo Impero, scritto in collaborazione con il letterato e politologo americano Michael Hardt, è già annoverato tra i riferimenti culturali obbligatori della globalizzazione, specialmente in quell’area movimenti sta che, in Europa e non solo, guarda ai cosiddetti Centri sociali giovanili (1). È il tentativo di descrivere e comprendere il nuovo sistema di comando dell’economia e della società costituitosi nell’ultimo decennio attraverso il processo di globalizzazione dei mercati: l’impero americano appunto, divenuto a giudizio di Toni Negri ormai mondiale. La vita militans di Negri si rispecchia sempre nei suoi scritti: dagli anni Sessanta, e dalle prime esperienze nell’estremismo del gruppo dei «Quaderni Rossi», alle moltitudini antiglobalizzanti. L’intelligenza analitica indubbiamente c’è. Che poi la sua analisi disincantata sia connessa e volta al rafforzamento di una mondializzazione solidale e di una responsabile formazione educativa costituisce altro discorso. Anche perché gli avvenimenti dell’11 settembre 2001 hanno complicato, e in parte sconvolto, le analisi del processo dì globalizzazione descritto da Negri e Hardt.

Con «l’attacco a Manhattan», infatti, ritengo siano per lungo tempo cambiati i trends della geopolitica. L’accertato monopolio intercontinentale del potere nordamericano aveva orientato le forze politiche, nonché la stessa comunità di studiosi di scienze sociali, a interessarsi maggiormente del processo di internazionalizzazione negli scambi delle merci. Dinamiche che, negli ultimi anni, hanno formato quel macrosistema che convenzionalmente viene denominato "impero". L’attacco dei terroristi di bin Laden ha colpito fortemente la grande democrazia americana: da qui il prevalere ormai negli Usa delle dmamiche strettamente politico-militari su scala internazionale. Si registra un ritorno a meccanismi di governo dell’economia di tipo "keynesiano" e protezionistico. Lo Stato, le sovranità nazionali e l’intervento pubblico nei sistemi della produzione e degli scambi riappaiono, al presente, come incisive controtendenze al superamento internazionalista delle frontiere storiche che Negri, prima dell’11 settembre, aveva dato troppo per scontato.

Origini del conflitto sociale

La prima parte del volume delinea la formazione dell’attuale ordine politico internazionale e, intellettualmente, ruota attorno al paradigma interpretativo di quello che, negli anni Sessanta, fu già definito l’operaismo politico e teorico italiano, nel quale si riconobbero Mario Tronti con il libro Operai e capitale, Alberto Asor Rosa, autore di Scrittori e popolo, Massimo Cacciari e io stesso Antonio Negri. i conflitti precedono e prefigurano i mutamenti e le innovazioni del capitalismo moderno, dove gli "sfruttati" sono, a un tempo, parte e motore primario (2). Questo paradigma teorico legge la nozione di proletariato non come una categoria meramente economica, ossia il soggetto reale del lavoro subalterno al capitale, ma intende la classe operaia come una categoria propriamente politica, cioè come "autonomia operaia" in grado di prendere il potere. Già dal secondo capitolo della prima parte ("La produzione biopolitica"), Negri insiste sulla concezione marxiana del "cervello sociale" operaio che, a un certo punto dell’ipersviluppo della globalizzazione, si amplia e si manifesta quale antagonismo assoluto fuori dalle fabbriche, nella vita concreta delle moltitudini sociali sfruttate in tutto il mondo.

Di qui anche la convinzione degli autori che il lavorare sia soprattutto assalire, ribellarsi e lottare contro. In Impero l’affermazione che il lavoro è il primo bisogno umano viene declinata nel senso della costituzione di una psicologia polemica, compresa sotto la categoria della lotta e della forza. L’uomo contro la natura, ma anche contro l’altro uomo. Vi è, insomma, la proposta antropologica dell’etica della lotta. Tale spinta conflittuale, assunta come originaria nell’uomo e gestita in tutto l’arco del Novecento industriale, si trasforma da parte imprenditoriale in continue ristrutturazioni e innovazioni tecnologiche, producendo un insieme di stimoli e sollecitazioni intesi a superare le complesse rigidità produttive che avevano provocato il malcontento delle masse. Secondo le linee ricostruttive di Negri, a iniziare dagli anni Sessanta si aprì su scala europea, ma anche americana, uno dei più diffusi e intensi cicli di conflittualità operaia e sociale che abbiano caratterizzato i Paesi altamente sviluppati. Tanto che Negri e i suoi amici parlarono, in quegli anni, di una simbolica presenza di «Marx a Detroit» e di «Lenin in Inghilterra». Conflittualità pervasiva delle realtà aziendali e istituzionali.

Su questo sfondo si veniva affermando quella che, in molti capitoli della prima parte del volume, viene denominata la «costituzione» politica dell’attuale ordine mondiale; così come si definivano i tratti del processo di globalizzazione economica in rapporto alle vecchie e nuove forme di potere. Attraverso veri e propri «passaggi» di sovranità (è uno dei temi centrali di tutto il libro) e fruendo delle analisi dei grandi teorici del realismo politico da Tucidide a Polibio a Machiavelli -, Negri descrive il compimento del ciclo iniziato nel Cinquecento con la formazione degli Stati nazionali.

Un principio in crisi

La crisi e la fine degli imperialismi storici - e delle loro sovranità - che hanno caratterizzato buona parte del Novecento politico è delineata nella prima parte del volume. Negri e Hardt rilevano come quegli imperialismi abbiano basato le loro fortune su forme di allargamento continuo della repressione sociale, richiamandosi alle classiche analisi della Scuola sociologica di Francoforte sulla personalità autoritaria indagata già negli anni Trenta da Theodor W. Adorno ed Herbert Marcuse. Nondimeno, la repressione autoritaria non ha storicamente impedito la crescita quantitativa del proletariato industriale fino agli anni Settanta dello scorso secolo. Ma tutto questo appartiene al passato, al lungo ciclo imperialistico di lotte, guerre e rivoluzioni sociali da metà Ottocento al 1989, l’anno fatale del comunismo sovietico. Un nuovo impero si va oggi costituendo sotto i nostri occhi, dove essenziale è per Negri il legame tra informazione, comunicazione, sapere e produzione; il che rivela, secondo il nostro autore, come la vera scommessa non è la banale «proposta» neoliberistica, ma (ben di più!) il progressivo superamento della stessa forma moderna di Stato, per Carl Schmitt definita da un’identità territoriale sovrana e circoscritta. Il nuovo impero lascia invece alle spalle tutte le sovranità nazionali, formando una nuova civitas planetaria postindustriale: è l’impero americano. Questo nuovo impero esercita oggi una sovranità decentrata, che gradualmente incorpora l’intero pianeta. E un ordine che, di fatto, secondo il nostro autore, vuole abolire le dinamiche storiche, come già sostenuto dal sociologo nippo-americano Francis Fukuyama.

Certo l’impero ha una serie di fragilità che lo minacciano, come appare dalla limitata razionalità con cui è capace di gestire i conflitti ingenerati dalle tante moltitudini sociali ai confini o nei ghetti della grande metropoli. Ma Negri non individua le condizioni di sovvertimento della galassia imperiale. Chi sono i soggetti del mutamento? Vuole veramente, Negri, cambiare e dove l’impero americano? Non è possibile nemmeno dire che scommetta su quell’arcipelago di criticità sociali che forma il cosiddetto «movimento di Seattle». Le moltitudini «neo-barbare» da lui individuate sono piuttosto confusi portatori di contraddizioni violente o di bisogni «desideranti» nei confronti della scienza, come le applicazioni robotiche all’umano o l’accettazione acritica dei processi di ingegneria genetica. Queste moltitudini antagonistiche, ipermoderne, dovrebbero condurre alla formazione di comunità di destino e alla ricerca di inedite forme di libertà contro il dominio del mercato globale. Negri non si rende conto dell’eterogenesi dei finì di tanti di questi conflitti. Lotta, lotta e... come risultato si giunge all’orgia dell’individualismo nei comportamenti e negli stili di vita. Dov’è l’errore? Se non vi sono responsabilità etica e formazione personale, l’agitazione, fine a sé stessa, rafforza «i confini» dell’impero. Negri rivendica per contro tuffo il filone del materialismo utopistico, da Bruno a Spinoza, per arrivare ai contemporanei Foucault e Deleuze (3).

Sono, le sue, proposte paradossali convergenti proprio con le punte più radicali delle culture oggi dominanti nell’impero. Quello di Negri (e del suo sodale) resta così programma lacerato e negativo. Infatti la sua è una specifica linea culturale impiantata nella «morte del soggetto» nell’intento di realizzare il collegamento Nietzsche-Foucault attraverso l’elaborazione di un metodo genealogico che in ogni istituzione ravvisa la radice autoritaria. Anche la speranza marxiana di fuoriuscire dal dominio dell’alienazione sarebbe vana. Al termine del processo di universale estraneamento, il soggetto tende infatti a dissolversi. E qual è la parola chiave in grado di raccogliere sinteticamente, per il nostro autore, questo complicato processo di trasformazioni sociali ed economiche? È sicuramente l’emergere del concetto di autonomia. Autonomia da nessuno normabile, con la quale il singolo decide ciò che per lui è morale in una data situazione.

Dilegua, nelle pagine di Impero, qualsiasi possibilità di legge morale umana e la realtà diviene per sé medesima negativa. In questo contesto muta necessariamente anche la relazione dell’uomo con il proprio corpo. lì corpo è qualcosa che si possiede e se ne usa, nella perfetta sua modificabilità. In tal senso Negri parla di dinamiche biopolitiche (4), con allusione al crescente impatto dei la biologia e delle scienze genetiche in una molteplicità di àmbiti disciplinari. Non stupisce così che una nozione come quella di biopolitica, già elaborata da Gianfranco Miglio e Michei Foucault nel corso degli anni Settanta, venga ripresa in questo saggio sulle nuove conflittualità antiautoritarie e antimperiali. È una riflessione complessiva sul potere a tentare il nostro autore, che critica la consolidata tradizione istituzionale-giuridica, secondo cui il potere si configura come una sorta di realtà compatta che successivamente viene delegata e suddivisa.

Per l’analitica negriana, il potere non è un’entità cumulabile, ma diviene realtà «vivente» nell’atto del suo esercizio, nelle tante conflittualità disseminate tra i rapporti di forza nella società contemporanea: l’impero come sistema mondiale di potere. All’origine della cultura del principio d’autorità occidentale, proveniente (è la tesi di Negri) dall’eredità del monoteismo giudaicocristiano, vi sarebbe l’uccisione del padre o di una figura paterna, così come un ruolo importante giocherebbero i desideri di morte nei confronti dell’autorità paterna. Rifacendosi alle classiche riflessioni freudiane, e rinnovandole con il contributo dei filosofi francesi Derrida e Guattari, Negri radicalizza quelle tesi affermando il decisivo primato del soddisfacimento degli istinti sul rispetto delle leggi esterne (5).

Chi sono i barbari?

Tutti questi scenari di turbolenze e trasformazioni inducono a raffigurare il tempo nostro simile all’epoca dell’impero romano nella fase della sua massima espansione. Quella fase storica dell’antico impero si fondava sulla volontà di egemonia politica e culturale assicurata dal diritto romano, con la capacità tuttavia di includere e cooptare i «diversi» non solo con il mero dominio autoritario. In questa analogia Negri segnala le dinamiche suggestive dell’antico impero di Roma e le derive dell’attuale impero americano.

Chi ha elaborato proposte antropologiche in alternativa a quelle di Negri, tratte dall’antica storia romana, è l’antichista Marta Sordi (6). Non pochi sono gli spunti e le indicazioni nei suoi lavori, utili per capire «dove» viviamo e ancor più quale debba essere il nostro comportamento nell’Occidente «vittorioso». Tra tante considerazioni, la studiosa fa notare come lo storico Polibio colga la coerenza dell’impero romano in una costante superiorità militare coniugata a scelte di giustizia sempre convalidate dalla prassi. Inoltre, nella riflessione di Marta Sordi, è proprio la decisiva questione del modo in cui affrontare «i barbari» che lascia emergere l’irriducibile contrasto con le ipotesi di Negri e del suo sodale. Gli antichi barbari, quelle forze nuove prementi sull’impero romano, produssero certo vaste fratture sociali, ma elaborarono atteggiamenti positivi verso il futuro e realizzarono dinamiche tali da permettere alla straordinaria novità cristiana di egemonizzare culturalmente il trapasso dal declinante politeismo.

Le attuali moltitudini indifferenziate, invece, secondo il quadro offerto da Negri e Hardt, vogliono «tutto» e il suo contrario, concependo e attuando a questo fine un «esodo» di tipo antropologico, cioè una «fuga» radicale dalle virtù umane. Negri è il maudit della sociologia industriale e delle dinamiche drammatiche della globalizzazione, che possiede certamente caratteri autoritari. Non si rende tuttavia conto (o invece fin troppo?) delle conseguenze «ipermoderne» dei suoi messaggi, portando allo sbando molti giovani dei movimenti di antiglobalizzazione.

Il militare o il santo?

In definitiva questo lavoro di Negri è una ricerca di antropologia negativa nell’epoca del la post-modernità. Per una sorta di continua gemmazione produttiva, dalle viscere dell’impero emergerebbe, secondo il nostro autore, un tipo di superuomo, somma di tecnologie robotiche e condotte trasgressive. Il passaggio verso la politica, tuttavia, resta: il messaggio dì Impero non è semplice negazione dello stato di cose presenti, non è nichilismo ingenuo. E, ancora una volta, nel filone di quell’antico operaismo teorico italiano, proposta di militanza, di organizzazione della sovversione sociale. È insurrezione. La tipologia del «militante», per Negri, deve raccogliere l’eredità delle tante resistenze «comuniste» contro il dominio degli imperialismi passati e presente, coniugandosi alla «tenerezza francescana», come sostenuto nelle ultime pagine di Impero: un incontro di gioia e di violenza politica «liberatrice».

Proposta radicalmente anticristiana e, prima ancora, dissolutrice di quelle virtù di temperanza, amicizia, fortezza e sapienza, solo terreno fecondo sul quale costruire solidamente antropologie che vadano cifre i limiti mercificanti dei processi di globalizzazione. Esse fondano il «personalismo comunitario», dove matura e trova pieno riconoscimento la dignità di ogni uomo, quegli stili di vita «antidesideranti» propri di quei primi cristiani così magistralmente descritti negli studi di Marta Sordi. lì contrario dell’anarchismo politico come lotta, proposto in Impero.

Per chiunque osservi in modo spassionato la scena mondiale della globalizzazione persistono frontiere etico-sociali in ordine alla concezione della famiglia, della vita, dell’ingegneria genetica, delle dinamiche demografiche che trovano una irriducibile differenziazione dalle proposte iperlibertarie di Negri. In tutti questi àmbiti l’atteggiamento critico dei cristiani muove a scelte esistenziali sante nella quotidianità della vita ordinaria mai disgiunta da una condotta orante. Si tratta di non limitare la propria testimonianza entro nicchie private, ma di difendere il primato della Coscienza, e di non cedere agli interessi della globalizzazione o alla violenza più o meno morbida delle nuove gerarchie sociali, segnate da indifferenza e cinismo. Sono tra i compiti decisivi della nuova evangelizzazione, in una congiuntura storica ben più ardua e complessa di quella che, alle origini, il cristianesimo e la Chiesa si trovarono a vivere al declino dell’impero di Roma.

Paolo Sorbi

(1) Michael Hardt - Antonio Negri, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, Milano 2002, pp. 460, euro 20. L’edizione originale, in lingua inglese, è uscita negli Usa a cura dell’Harvard College.

(2) Si vedano in particolare le pp. 63-70 e le note relative, dove vi è una interessante bibliografia sui conflitti operai avvenuti tra il 1917 e gli anni del "New Deal" rooseveltiano.

(3) Al riguardo cfr. in particolare il paragrafo "Manifesto politico" (pp. 73-76) e i due capitoli successivi.

(4) Specialmente nel capitolo stilla produzione biopolitica (pp. 38-54) e nel paragrafo "Rifiuto" (pp. 191-193).

(5) Nei capitoli II e III della Parte prima, nonché alla fine del capitolo VI della Parte II, Negri e Hardt sviluppano l’analisi del "corpo" come evoluzione/produzione assolutamente storica.

(6) Si vedano in merito Il crìstianesimo e Roma, Cappelli, Bologna 1974; I cristiani e l’impero romano, Jaca Book, Milano 1984; e L’impero romano-cristiano al tempo di Ambrogio, Medusa, Milano 2000. 

© Studi cattolici    

 


 
   

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