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Il grido silenzioso



 

A proposito di “dialogo”
 di Giacomo Biffi

La necessità che gli uomini debbano dialogare tra loro è quasi un’ovvietà: come potrebbero convivere gli abitanti di un pianeta così fortemente comunicante e unificato, senza parlarsi e confrontarsi tra loro? E possiamo anche essere d’accordo sulla doverosa ricerca della reciproca comprensione attraverso una benevola attenzione “all’altro”, che è il significato generalmente assunto dal termine “dialogo” nella cultura attuale. Ma oggi e diventato un tema cosi diffuso ad enfatizzato, che qualche riflessione sul dialogo - specificamente sul dialogo tra i credenti e non credenti - sembra meritare qualche attenzione. 

[Da "il Timone" n. 35, luglio/agosto 2004 ]

L’enciclica Ecclesiam suam

Paolo VI, appena arrivato al sommo pontificato, si è reso conto che la parola “dialogo” nella mentalità generale era ormai diventata emergente e quasi mitica, acquistando un’innegabile rilevanza culturale. Generosamente e intelligentemente ha cercato allora di darle legittima cittadinanza entro l’insegnamento della Chiesa, adoperandosi al tempo stesso a orientare e a regolare la riflessione in proposito. Appunto all’argomento del “dialogo” è dedicato oltre un terzo della sua prima enciclica Ecclesiam Suam. Presentando il «dialogo» come dovere ecclesiale ineludibile, egli non aveva inteso certo attenuare o mettere in ombra il compito di evangelizzazione che il Signore risorto aveva dato alla sua Chiesa.

Il «dialogo» — nota l’enciclica — è la nuova forma del perenne slancio apostolico: «Noi daremo a questo impulso di carità, che tende a farsi dono di carità, il nome, oggi comune, di dialogo».

L’ammonimento dl Paolo VI

Non è che non si rendesse conto del rischio di malintesi ed esagerazioni implicito in affermazioni cosi inedite e forti: si preoccupa anzi di prevenirlo. Perciò riafferma la supremazia dell’annuncio esplicito e della predicazione, avvertendo: «La sollecitudine ad accostare i fratelli non deve tradursi in una attenuazione, in una diminuzione della verità. Il nostro dialogo non può essere una debolezza rispetto all’impegno verso la nostra fede. L’apostolato non può transigere con un compromesso ambiguo rispetto ai princìpi di pensiero e di azione che devono qualificare la nostra professione cristiana... Solo chi e pienamente fedele alla dottrina di Cristo può essere efficacemente apostolo».

Le intemperanze postconciliari

Nell’epoca post-conciliane, invece, tra i cristiani e gli ecclesiastici è affiorata talvolta una prospettiva che finiva col presentare il «dialogo» non come una condizione benefica e in una certa misura doverosa dell’annuncio evangelico e della stessa presenza cristiana nel mondo, ma come un valore assoluto, indipendentemente dai suoi contenuti e dai suoi risultati. A sentire certi pronunciamenti sembrerebbe quasi che da taluno si sia identificato nel «dialogo» l‘intero contenuto della fede cristiana, sicché il «dialogare» sarebbe già per se stesso obbedire alla missione fondamentale di predicare il Vangelo.

Possibilità di un dialogo “naturale”

È ovvio che qualsiasi forma di dialogo è possibile solo a misura che tra gli interlocutori ci sia qualcosa di comune. Ora gli esseri costituiti nell’identica natura umana hanno in comune tutto un patrimonio di concetti, di regole logiche, di interessi, di sentimenti; ed e una verità che non dobbiamo dimenticare mai. Perciò tra gli uomini — pur dissimili per carattere, cultura, appartenenza etnica e sociale — c’è sempre spazio per qualche scambio e per qualche intesa. Ed è già una base preziosa di relazione, che consente ai credenti e ai non credenti di arrivare a convincimenti condivisi e a collaborazioni preziose nel campo operativo: civile, sociale, assistenziale, solidaristico; e anche nell’individuare possibili convergenze politiche al servizio di una pace vera, di un reale progresso e della difesa della dignità umana.

Fede e incredulità

Se però vogliamo occuparci specificamente del rapporto tra il credente in quanto credente e il non credente in quanto non credente nelle questioni fondamentali e decisive dell’esistenza, è naturale che i nostri interrogativi possano trovare risposta solo se si chiarisce che cosa sia propriamente la fede — cioè l’elemento che con la sua presenza o la sua assenza diversifica la condizione del credente e dell’incredulo — e che cosa di fatto comporti nella vita spirituale e intellettuale del singoli.

La fede è atteggiamento integrale dell’uomo che coinvolge tutte le sue facoltà, dotandole di potenzialità che eccedono l’ambito puramente culturale. La fede è un’intelligenza assolutamente nuova e imparagonabile, che ci deriva dalla luce comunicataci dallo Spirito del Signore risorto: tale luce ha come effetto proprio di farci partecipare alla conoscenza stessa che possiede Gesù glorificato alla destra del Padre. «Credere» vuol dire dunque guardare la realtà con gli occhi del Risorto.

Chi è investito di questa luce superiore è in grado di contemplare il disegno che e stato pensato e voluto per questo ordine di provvidenza; disegno che non è coartato entro l’entità creaturale delle cose ma ha un significato, uno scopo, un traguardo che la trascende. Chi invece ne è privo, non cogliendo il disegno unificante di Dio, non può esaurire l’intelligibilità di nessun esistente, perché, ogni esistente in concreto è «vero» solo in quanto e inserito nella «unitotalità» del progetto ed e finalizzato ad esso; se ne è avulso e isolato, non è più colto nella sua piena autenticità.

È l’insegnamento di san Paolo in uno dei passi neotestamentari più importanti e oggi più trascurati: “L’uomo naturale [psichòs, cioè l’uomo non credente] non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui… L’uomo spirituale invece [pneumaticòs, cioè l’uomo credente] giudica ogni cosa.

I limiti del dialogo

Ci può essere possibilità di intendersi tra chi in virtù di questa luce superiore vede le cose come stanno e chi, sprovvisto di questa luce, non le vede? Senza dubbio, ci possono essere colloqui e affinità di vedute circa i singoli esseri, e solo in quanto sono opachi, frammentati, senza destino; ma non su ciò che davvero conta e importa nella nostra vita. Per esempio, non sul significato dell’universo, non sull’uomo che ha come sua indole propria di essere immagine di Cristo, non sul matrimonio che è annuncio e figura del mistero sponsale che connette la creazione al Creatore, non sull’amore, sulla giustizia, sulla bellezza, e sul fondamento ultimo di questi valori. Eccetera. Ascoltare su questi temi i discorsi di coloro che onorano Cristo e la sua causalità esemplare e finale nei confronti di ogni essere, è pressappoco come ascoltare i giudizi su un’esecuzione musicale di chi fosse sordo dalla nascita o le disquisizioni di chi è sempre stato cieco sul cromatismo di un maestro della pittura.

Sara dunque meglio persuadersi che non potrà essere né facile né frequente la convergenza sia pure parziale tra coloro che affermano e coloro che negano un disegno divino all’origine delle cose; coloro che affermano e coloro che negano una vita eterna oltre la soglia della morte; coloro che affermano e coloro che negano l’esistenza di un mondo invisibile, di là della scena variopinta e labile di ciò che appare; coloro che credono e coloro che non credono nel Signore Gesù, crocifisso e risorto, Figlio unico e vero del Dio vivente, salvatore dell’universo.

Le comunità cristiane devono affrontare ad occhi aperti, con serenità e con vigore di spirito, le inevitabili tensioni tra le diverse “culture” che di fatto convivono nell’ambito di una società pluralistica.

L’evento cristiano

Il dialogo interreligioso in particolare dovrà sempre fare i conti con una certezza per noi irrinunciabile; e cioè che l’evento salvifico - nei due fatti fondamentali dell’incarnazione del Verbo e della risurrezione di Gesù - non solo sta all’origine del cristianesimo, ma ne costituisce in modo perenne e definitivo il senso, il “cuore”, la ragione d’identità. Essendo un “evento” e non una pura dottrina, non è “trattabile” e non consente un accoglimento parziale: o lo si accetta o lo si rifiuta. Di conseguenza, esso e, per cosi dire, culturalmente “lacerante”: il credente non può - se vuol restare intellettualmente onesto - né attenuare quei due “fatti” né metterli tra parentesi né evitarli nel desiderio di essere ritenuto comprensivo e “politicamente corretto”. Il Signore ci aveva preavvisato: “Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione” (Lc 12,51); frase che ai nostri giorni dà l’impressione di essere soggetta a qualche censura.

La libera azione dello Spirito

Una “teologia del dialogo” compiuta ed equilibrata non può però disattendere un altro dato del problema. All’azione dello Spirito Santo effuso sull’umanità dal Signore che sta alla destra del Padre non si possono assegnare confini: il Paraclito può illuminare chi vuole, anche al di fuori della cattolicità. In realtà, le intelligenze umane, se si pongono sinceramente al servizio della verità, vengono in alcuni momenti “pneumatizzate” (cioè paste sotto l’influsso del “Pneuma”), anche se di solito non arrivano a percepirlo.

Anzi, appunto perché il disegno salvifico di Dio è unico e unificante, dovunque c’è un disinteressato culto della sapienza lì opera lo Spirito che purifica le menti e le rende feconde. È ciò che voleva dire san Tommaso d’Aquino, con la frase che amava ripetere: “Ogni verità, da chiunque sia detta, viene dallo Spirito Santo”.

Il non credente può essere talvolta portavoce inconsapevole dello Spirito; perciò dobbiamo stare sempre in un atteggiamento di ascolto, per cogliere qualche scintilla di luce (cioè qualche asserto a qualche parere consonante col disegno del Padre e con il Vangelo di Cristo) anche dalle bocche che non ci aspetteremmo. Si rende, come si vede, indispensabile un atteggiamento ai tempo stesso di rispetto e di vigilanza, che sappia accuratamente soppesare e vagliare. È la raccomandazione di Paolo: “esaminate tutto, tenete ciò che è buono” (1 Ts 5,21).

Conclusione

Tutta la riflessione sul “dialogo” va condotta senza superficialità o spensieratezza, perché la pasta in gioco è altissima: ci può essere il rischio in nome di una improvvida durezza o intransigenza, di accostare gli “altri” senza amore, dimenticandosi che tutti gli uomini senza eccezioni (per il fatto di essere stati creati in Cristo sono immagini sempre vive dell’unico Signore dell’universo, della storia e dei cuori; ma c’è anche il rischio per noi con una incauta apertura scambiata per magnanimità, di non riconoscere più in pratica Gesù Cristo come l’unico maestro di vita, l’unico Salvatore dell’uomo, l’unico vero senso dell’esistenza: e quindi di non essere più in grado di presentarci chiaramente ed efficacemente come suoi testimoni “fino agli estremi confini della terra” (At 1,8).

© il Timone

 


 
   

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