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Il grido silenzioso



 

Le rivolte dei "lunatici"
 di Vittorio Messori

Archiviati i "moti" genovesi del G8, è bene come cristiani ragionare sui motivi della protesta (passati in secondo piano) e su quella strana voglia di contestazione fine a sé stessa che caratterizza da sempre le esplosioni di piazza. È ciò che fa Vittorio Messori in questa prima puntata della sua nuova rubrica "La bussola".

[Da "Jesus" n. 9, settembre 2001]

Inizio con questo numero una nuova serie mensile di interventi, dopo le molte altre serie succedutesi su Jesus sin dalla prima uscita, nel gennaio del 1979. "Dialoghi su Gesù", "Il caso Cristo", "Taccuino mariano" e, da ultimo, "Incontri" hanno accompagnato in questi anni i lettori.

Tocca ora a "La bussola": il nome vorrebbe alludere al bisogno di orientarsi in un mondo confuso, in ogni caso sempre più complesso. Si ha l’impressione che i cristiani – e i cattolici in particolare – abbiano difficoltà a riscoprire e ad applicare la loro prospettiva agli eventi che ogni giorno si succedono. La mia piccola, eppur sincera, ambizione è di riflettere sull’attualità assieme ai fratelli nella fede per cercare quell’orientamento cattolico che nasce dal sensus fidei, dal magistero della Chiesa, dalla Tradizione. Insomma, questo mio sarà un tentativo di "ritrovare la bussola", ovviamente senza pretesa di erigersi a maestro, meno che mai indiscutibile. Semplici proposte, le mie; anche se fondate sul meglio della documentazione disponibile, senza lesinare tempo e fatica nella ricerca dei dati sui quali ragionare.

Per capire ancor meglio le intenzioni, rinvio a quella rubrica "Vivaio" che scrissi su Avvenire, per cinque anni, dal 1987 al 1992, e che è confluita prima in tre volumi della San Paolo (Pensare la storia, La sfida della fede, Le cose della vita) e ora, da poco, in una corposa antologia stampata dalla Rizzoli-Bur con il titolo Uomini, storia, fede. Vorrei riprendere con queste pagine quel discorso interrotto quasi dieci anni fa e che pure continua a suscitare nostalgia in coloro che leggevano quel "Vivaio": molti per assentire, altri per dissentire. Tutti, comunque, con passione. Tanto che non è quasi passato giorno in cui non abbia ricevuto sollecitazioni a ricominciare.

A quelle sollecitazioni, rispondo ora sulle colonne di Jesus. Ai lettori giudicare se il loro desiderio sarà stato soddisfatto dalle pagine che ogni mese, a Dio piacendo, si succederanno. Segnalo, tra l’altro, che accanto a questa "Bussola" continuerà, con la stessa scadenza mensile, "ABC Un sillabario cristiano", il cui discorso affianca e integra quello della presente rubrica.

Quando queste righe appariranno, le giornate di Genova saranno ormai solo un ricordo che va sbiadendo: questo il destino delle tante cose che, spesso, prendiamo troppo sul serio, scambiando la cronaca con la storia e attribuendo etichette "epocali" a ciò che in quel momento serve solo a risolvere il problema quotidiano dei miei colleghi. Che è poi questo: come riempire le prime pagine dei giornali e i titoli di testa dei telegiornali? Che cosa "gonfiare", su quale fiammella soffiare per tenere desta l’attenzione di clienti delle edicole e di impugnatori di telecomandi? I media, ormai, non registrano le notizie: sono essi stessi che, in buona parte, le creano.

Soprattutto se cristiani (dunque, chiamati a fare i conti anche con l’Eterno), dovremmo imporci di limitare l’inflazione attuale dell’aggettivo "storico"; dovremmo evitare di drammatizzare l’effimero; dovremmo unire la serietà con cui guardare alle cose al sorriso demitizzante, se non ironico, davanti a ciò che sfila senza tregua sulla scena del mondo. Se penso anche al solo arco della mia vita – un soffio nello scorrere del tempo – mi rallegro di non essermi mai eccitato per nulla di ciò che era presentato, appunto, come "storico" e che poi non si è rivelato affatto tale. È che sono consapevole che nessuna novità può lontanamente avvicinarsi a ciò che – senza che alcun giornalista se ne accorgesse – avvenne tra Nazareth e Betlemme.

Sono altresì consapevole che la folla innumerevole di quanti sono giunti alla meta promessaci dalla Speranza evangelica guarda benevola e affettuosa, ma scuotendo un poco il capo, al nostro prendere drammaticamente sul tragico ciò che – semmai, e in poche occasioni – meriterebbe di essere preso solo sul serio. Comunque, mentre scrivo, devo ancora difendermi dalla richiesta di articoli, interviste, firme in calce a documenti e manifesti a proposito di "globalizzazione" e del cosiddetto G8. Tutti i postulanti, seppur con le buone maniere, ho mandato a quel paese, rifiutando ogni intervento, per non contribuire io pure al gonfiaggio dell’evento.

Mi decido solo ora a fare qui qualche considerazione, più che nel merito, in margine a questa periodica riunione del Gruppo degli Otto – G8, appunto -, cioè i capi degli Stati più industrializzati del pianeta. Ognuno di quei Paesi ospita a turno l’incontro.

Stavolta è toccato all’Italia che, come sede, ha scelto Genova. Una scelta che sino a tempi recenti era gratificante per le città, sulle quali piovevano finanziamenti straordinari per restauri e lavori vari che le tirassero a lucido. Non è più così, da quando – a Seattle, sulla costa occidentale degli Stati Uniti – si materializzò un’orda eterogenea di contestatori dell’economia sempre più mondiale ("globalizzata": dunque, a dimensione del globo terracqueo) che mise a sacco quella metropoli. I disordini si sono ripetuti in un’altra occasione internazionale, in Svezia, con decine di feriti. Così, l’appuntamento genovese è stato preceduto da un clima gridato di allarme, tra minacce e tentativi, ovviamente falliti, di "dialogo", tanto che il Governo italiano ha dovuto difendere lo svolgimento dell’incontro con ben 15.000 tra agenti di Polizia e Carabinieri, alcune delle migliori unità dell’Esercito, navi militari e persino degli ospedali da campo.

Se anche noi volessimo indulgere alla demagogia, oseremmo una prima osservazione: fatti due rapidi conti, pare che le misure di sicurezza siano costate quasi cento miliardi di lire. Che è il costo di un grande e superattrezzato ospedale o di un vasto e moderno campus universitario o di un programma per liberare dalla malaria interi Paesi. Quella massa di miliardi è stata necessaria per fronteggiare una folla minacciosa che chiede giustizia e, dunque, anche stanziamenti, per i poveri del mondo. Quel che invece ottiene è lo spreco, in spese di polizia, di un notevole capitale da parte di un membro dei "Paesi ricchi". Un serio impegno, una promessa solenne del cosiddetto "popolo di Seattle" a evitare ogni violenza e la contemporanea richiesta di destinare i cento miliardi in attività utili nel Terzo Mondo invece che in questurini, non sarebbe stato più coerente?

Ma, ripeto, ho troppo "in dispetto" ogni cedimento demagogico per fare seriamente certe domande. Non solo: tentando di praticare, sempre e comunque, la spesso dimenticata virtù cristiana del realismo, in casi come questi davvero non m’illudo che dialoghi e relativi accordi siano possibili. Né con questi né con altri "contestatori" di piazza, quale che sia la causa.

Non ho, infatti, dimenticato quanto mi insegnarono ai corsi di sociologia quando, all’università torinese, studiavo Scienze politiche: è una costante statistica la presenza, in ogni società – e in ogni tempo –, di quelle che gli americani chiamano the lunatic fringes, le frange lunatiche. Sono costituite da scontenti cronici, professionisti del mugugno, disadattati o marginali spesso per scelta; ma anche da utopisti, idealisti, sognatori alla continua ricerca di "ideali" per i quali "battersi" o "crociate" per le quali sacrificarsi. Gente che ha bisogno di "militare" e, spesso, di menare le mani.

La presenza di queste "frange" è costante nei secoli, ma la loro emersione alla grande avvenne con la Rivoluzione francese: è tra questi pericolosi "lunatici" che reclutarono soprattutto i club giacobini che diedero una svolta agli eventi, portando poi al Terrore. Quando i manuali scolastici parlano del "popolo" che, ad esempio, prese d’assalto la Bastiglia o le Tuileries, non è ai popolani veri, alla gente "normale" che ci si riferisce, ma a questi signori (e talvolta signore) di cui gli archivi ci conservano nomi e cognomi, sempre ricorrenti, da veri e propri professionisti del tumulto e della protesta. È quella folla dei "moti di San Martino" di cui ci parla, da cattolico, Manzoni nel suo romanzo: il pretesto è il pane, ma la motivazione vera è altrove, nell’oscurità della psiche umana. In tutte le rivoluzioni (anche in quelle comuniste, come in quelle fasciste e naziste) è decisiva la presenza di queste "frange" che qualche sociologo ha calcolato misurare attorno all’uno e mezzo per cento della popolazione: sembra poco, ma per un Paese come l’Italia, questo significa circa un milione di persone. Era in fondo dal Sessantotto – con la sua coda durata quasi dieci anni – che, in Occidente, una simile massa, che si rinnova a ogni generazione, non aveva una possibilità di individuare uno "scopo" per mobilitarsi.

È sembrato entusiasmante quello del tutto eterogeneo, anzi confuso, del cosiddetto "popolo di Seattle", dove l’egoismo di contadini europei in cerca di protezione autarchica per i loro prodotti convive con il massimalismo di superstiti trotzkisti, l’utopismo di anarchici, l’antimodernismo e l’antiamericanismo di gruppi fascistoidi, il fanatismo ambientalista, l’idealismo di "anime belle" e, al contempo, spesso ingenue. Quale "dialogo" sarebbe dunque possibile con questa armata internazionale che non vuole certo lasciarsi sfuggire l’occasione ghiotta di scendere in strada e di conquistarsi una platea televisiva davvero "globale", soddisfacendo così la voglia di protagonismo che è tra i bisogni vitali del nostro tempo e in particolare tra i gruppi di cui parliamo?

Intendiamoci: non vorrei fare la parte di chi liquida sommariamente questa specie di insurrezione alla quale partecipano anche molti gruppi cattolici del tutto rispettabili. E non voglio certo negare che ci siano, qui, anche obiettivi condivisibili, buone intenzioni, propositi lodevoli. Pure il Papa è intervenuto con parole, come al solito, equilibrate (l’et-et cattolico...), anche se, sempre al solito, deformate dai titoli, riconoscendo i problemi ma invitando a esaminarli con oggettività serena, al di fuori degli schematismi ideologici.

Dobbiamo però essere consapevoli che, come la storia mostra con costanza, in questi casi non è mai l’equilibrio ma l’estremismo a prevalere. Chi guida è la "frangia lunatica", spinta dalle sue motivazioni sulle quali, più che i politologi, gli psicologi (e magari, per chi ci creda, persino gli psicanalisti) avrebbero parecchie cose da dire. Il ritorno alla ragionevolezza, il Termidoro, arriva semmai dopo, alla fine di una parabola violenta se non sanguinosa. In effetti, per rifarci di nuovo alla "madre di tutti gli eccessi", la Rivoluzione francese, i pochi ma determinati radicali diedero alle cose un andamento imprevisto dalla grandissima maggioranza che si era riunita negli Stati generali, aperti da una messa solenne, con intenzioni di pacifico riformismo. Prevalse il fanatismo dei "lunatici", i giacobini.

Accadde così anche con il socialismo, all’origine una sorta di "questione di cuore", di sentimentale aiuto ai più deboli: non a caso un Edmondo De Amicis ne scrisse, in Italia, il manifesto con il romanzo strappalacrime Primo Maggio. Il tutto, pochi decenni dopo, finì negli orrori di Lenin e poi di Stalin. Le radici insospettate del fascismo sono in poeti rugiadosi come Pascoli, commosso dalle prime imprese coloniali in Africa ("La Grande Proletaria si è mossa"), e in innocui professori che coltivavano il culto della romanità e del patriottismo italiano. Altrettanto avvenne con le prime manifestazioni studentesche nel mitico ’68: partite, esse pure, con obiettivi limitati e pragmatici, soprattutto di riorganizzazione universitaria, finirono col portare prima alle violenze di piazza e infine al terrorismo.

C’è una legge dell’economia secondo la quale "la moneta cattiva scaccia sempre quella buona". Esistono leggi anche in sociologia e ve ne è una che è in simmetria con quella appena ricordata: "L’estremismo, almeno nella prima fase dei fenomeni sociali, prevale sempre sul moderatismo. La minoranza radicale, rivoluzionaria, prevale sulla maggioranza equilibrata, riformista". Come annunciavamo, più che dei problemi planetari posti dal G8, abbiamo parlato di ciò che sociologia e storia (e, prima ancora, buon senso) possono suggerire a un credente sulla genesi dei movimenti umani. Ma proprio questa ci sembra una delle tante occasioni per ritrovare la nostra "bussola" e, dunque, per non farci troppo eccitare da ciò che impressiona tanti commentatori da giornale.

I contestatori antiglobalizzazione – per quanto costituiscano un gruppo assai eterogeneo – vengono complessivamente definiti "il popolo di Seattle". Il nome rimanda alla città del Nordovest americano che, il 30 novembre 1999, in occasione del summit dell’Organizzazione mondiale per il commercio (Wto), fu teatro di una imponente protesta e di gravi disordini. Era la prima volta dagli anni Settanta che un vertice internazionale subiva un’opposizione "di piazza" così dura, con episodi violenti di contestazione: cassonetti in fiamme, vetrine distrutte, intervento massiccio della polizia.

Fin dal giorno di Seattle, gli episodi di violenza sono stati attribuiti a frange di facinorosi: "Un piccolo segmento di manifestanti", disse all’epoca il direttore generale del Wto, Michael Moore, "con queste azioni danneggia chi è venuto per una protesta costruttiva. Nella storia, solo le contestazioni pacifiche hanno condotto a grandi riforme".

"Una cultura della solidarietà": è quanto Giovanni Paolo II si augurava venisse promosso durante il G8 di Genova, nel messaggio inviato il 19 luglio ai partecipanti al summit. Il Papa aveva chiesto che venissero trovate "soluzioni concrete ai problemi che più assillano i nostri fratelli nella vita e nei rapporti con gli altri: la pace, la salute e l’ambiente", in modo che "nessuna persona e nessuna nazione siano escluse dalle vostre preoccupazioni". 

© Jesus

 


 
   

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