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Il grido silenzioso



 

I seguaci del niente
 di Antonio Socci

[Da "Il Giornale", 28 agosto 2001]

E’ sorprendente confrontare l’estate 2001 con la precedente. L’anno scorso, con mesi di anticipo, si paventarono sui giornali disastri apocalittici per l’arrivo a Roma dei pellegrini del Giubileo, specialmente di quella marea di giovani che si ritrovò col papa a Tor Vergata. Si mise sotto accusa la Chiesa che avrebbe devastato Roma, si inalberò il vessillo della laicità dello Stato. C’era pure chi pretendeva di proibire i pellegrinaggi e davanti al miracolo allegro di due milioni di giovani che per una settimana pregarono e cantarono nel caldo dell’urbe senza provocare un solo incidente, un solo atto di vandalismo, i soloni del lamento anticlericale s’indispettirono invece di stupirsi piacevolmente come i romani.
Quest’anno sapevamo che a Genova sarebbero calate orde di vandali contro il G8. Si sapeva che avrebbero messo a ferro e fuoco la città (l’avevano annunciato), ma nessun opinionista ha osato prospettare la proibizione delle manifestazioni. L’esito: 7 banche e 2 uffici postali dati alle fiamme, devastate 51 agenzie di credito e 3 agenzie assicurative, 45 esercizi commerciali, 20 distributori di benzina, 23 uffici pubblici, incendiate o distrutte 90 automobili E poi centinaia di feriti e un morto. Nessuno ha osato dire che si dovevano proibire le manifestazioni per motivi di ordine pubblico: tutto lo schieramento dell’Italia "democratica e antifascista" sarebbe insorto per difendere la sacra libertà di manifestare, cioè di sfasciare una città. Così per il prossimo autunno nessuno osa prospettare divieti: già Cofferati ha messo in guardia Berlusconi e D’Alema e Violante sono pronti a strillare "governo cileno". Un cinismo irresponsabile. Ma interroghiamoci sull’abissale differenza fra Tor Vergata e Genova. Indro Montanelli, commosso, l’anno scorso commentò sul Corriere della sera: "credo che questi ragazzi cercano e vogliono in un mondo dell’effimero come questo qualcosa che non abbia tempo perché è eterno e che gli offra alcunché di stabile su cui posare ­ e riposare ­ i piedi". Chi oggi risponde a quell’attesa, a quella sete che è sete di conoscere il senso della vita? E chi sa decifrare il vuoto che sta all’origine della violenza nichilista che si è scatenata a Genova? Uno dei teppisti, a chi gli chiedeva cosa volevano con quelle devastazioni, ha risposto gelidamente: "niente!". Il niente che si ha dentro, che divora le vite di tutti come un deserto che avanza, che dilaga nei rapporti umani e che icinici professionisti dell’ideologia ­ a sinistra ­ cercano di sfruttare per meschini calcoli politici "usando" ancora una volta i giovani più manipolabili o i più fragili e disperati.

Una voce vera e struggente, però, si è sentita nel brusio di chiacchiere di questa estate. Don Luigi Giussani ha parlato ­ come sa far lui: con la sua "passione per l’umanità", rendendo presenza amica anche le parole - alla sete di eternità di molti e allo smarrimento e alla violenza di tanti altri. "Un uomo che trascuri l’aspirazione a un significato non ama veramente se stesso: è come se fuggisse, è come se fosse sempre fuori. Riempie il silenzio con il clamore dei suoi pensieri, essendo incapace o pauroso di ritrovarsi di fronte alla nudità", "fugge nella distrazione, o peggio nella giustificazione di quello che fa. Così l’ideologia domina non solo la società, ma anche il piccolo mondo dei rapporti privati". Ma Dio, annuncia don Giussani, "si prende cura dell’uomo", "non abbandona la vita dopo averla chiamata all’essere".

Egli parla in modo familiare di Cristo "è un rapporto tra uomini" che "purifica punti di vista, sostiene nelle delusioni, non permette la parzialità, la faziosità". Qui don Giussani riecheggia le parole che Giovanni Paolo II pronunciò a Tor Vergata davanti a quei due milioni di giovani: "In realtà, è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. E’ Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande". Se si avesse questo orizzonte, aggiunge don Giussani, "sulla politica non si scaricherebbe la responsabilità di dare la salvezza. Il secolo passato" ricorda "ha dimostrato che questa pretesa diventa parzialità, faziosità, ideologia ". Cioè violenza. E intervenendo ancora a chiusura del Meeting di Rimini, egli ha di nuovo descritto la nostra povera umanità: "tutti i nostri desideri infranti e tutte le nostre attese, lecite e giuste, ma stroncate", per la dinamica dell’esistenza e per il peso del nostro male. Però su tutto ha ripetuto la parola più grande pronunciata da Dio per gli uomini: Misericordia.
Riecheggia da qualche radio questa parola sui nostri esodi d’agosto, fra le file ai caselli, le chiacchiere da ombrellone e il gossip dei giornali. Finiscono le ferie e passano anche le stagioni della vita, s’invecchia e una polvere sottile si posa su tutto. La palude delle cose da fare e della distrazione tende a ingoiare i rari incontri veri, quando per un qualche miracolo accadono. Eppure l’accento di certi uomini, toccati dalla grazia, sembra arrivare da profondità dimenticate, proprio lì dove spesso ci porta la vita, come dimostra lo splendido reportage di Stefano Zurlo ("Il Giornale" di domenica) sulle preghiere degli italiani. E’ la gente comune, milioni di esseri umani con i loro piccoli e grandi drammi quotidiani, che affollano silenziosamente i luoghi toccati dalla grazia, dalla presenza dei santi, per chiedere quella misericordia, per implorare grazie che sanino tragedie, che allevino la fatica di vivere, tutti assetati dell’eterno, cioè dei segni di un Dio "che non abbandona la vita degli uomini dopo averla chiamata all’essere", che "si prende cura di loro". I mass media non si accorgono di questi immensi movimenti di persone. Stanno dietro a Casarini e a Vitaliano della Sala. E gli intellettuali?

Perfino Nietzsche, che voleva essere l’anticristo, quando venne sfiorato dalla brezza del cristianesimo crollò, per un momento. Lo si avverte in un frammento inedito dell’estate 1886, dove commenta il Preludio del Parsifal di Wagner che gli pare intriso di nostalgia cristiana: "il più grande beneficio che da lungo tempo mi sia stato reso", "indescrivibile", "non conosco nulla che prenda così in profondità il cristianesimo e che spinga così acutamente verso la compassione", "elevato e commosso in modo totale", "nessun pittore ha dipinto un tale sguardo", "è come se dopo molti anni, alla fine, qualcuno mi parlasse dei problemi che mi preoccupano, non naturalmente con le risposte che tengo pronte in proposito, ma con le risposte cristiane, alla fine questa è stata la risposta di anime più forti di quelle prodotte dai nostri ultimi due secoli".
Così questa prima estate del secolo e del millennio ci ripropone la secca alternativa della vita: da una parte la violenza (anche contro se stessi), dall’altra un’immensa compassione per gli esseri umani e il loro destino.

© Il Giornale

 


 
   

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