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Il grido silenzioso



 

Le «zone rosse» da rimuovere
 di Gerolamo Fazzini

No global e letture a senso unico della globalizzazione. La globalizzazione è un fenomeno maledettamente complesso. E sbaglia chi ha la pretesa di avere in tasca l’unica ricetta giusta per interpretare una realtà dai contorni tanto sfuggenti.

[Da "Avvenire", 06 novembre 2002]

A differenza di Genova 2001, Firenze non avrà alcuna "zona rossa" da difendere. Eppure la sensazione è che di "territori della mente" tuttora blindati, spesso presidiati a colpi di slogan e frasi fatte, ne sopravvivano ancora. Aleggia sui New global un pregiudizio che li vuole ingenui, strumentalizzati, facili prede di una politica vecchia che si fa bella dell’entusiasmo dei giovani per ritrovare una verginità perduta. Per contro, gli aderenti al composito movimento anti-globalizzazione paiono marciare uniti sotto bandiere e parole d’ordine che talora assomigliano a dogmi indiscutibili. Due "zone rosse" altrettanto inaccessibili e che nessuno ha voglia di smantellare. E invece se una lezione c’è, dopo quanto accaduto negli ultimi anni, da Porto Alegre al caso Enron, è che la globalizzazione è un fenomeno maledettamente complesso. E sbaglia chi ha la pretesa di avere in tasca l’unica ricetta giusta per interpretare una realtà dai contorni tanto sfuggenti.
Da Seattle ad oggi decine di manifestazioni si sono susseguite, tonnellate di articoli e centinaia di libri sono stati scritti per denunciare i guasti di una mondializzazione troppo spinta, tesa a escludere i più deboli dal mercato e dal futuro. Merito dei tanti che sono scesi in piazza (e continueranno a farlo, da domani a Firenze) è ricordare a politici e opinione pubblica che affrontare le questioni senza un orizzonte universale, senza tener conto del "bene comune" formato mondo, è pericoloso, oltre che ingiusto. Perché in una situazione come quella attuale, caratterizzata da una fortissima interdipendenza tra popoli, culture e continenti, gli squilibri irrisolti si ripercuoteranno fatalmente anche su quanti, pur avvertendoli, non hanno la volontà di porvi mano.
Detto questo, è però tutto da dimostrare che sin qui la globalizzazione abbia prodotto soltanto guasti, generato disuguaglianza, seminato odio. E invece sul versante no global le letture della realtà continuano tendenzialmente ad essere "a una dimensione". Cari amici che a Firenze parteciperete al Social Forum, posso confidarvi - da lettore di stampa terzomondista e missionaria - l’impressione di un dibattito condotto troppo spesso fra "mura amiche"? Noto (e quanto vorrei sbagliarmi!) una fatica a dialogare con l’altro proprio tra coloro che dovrebbe avere per il confronto aperto una predisposizione congenita, quella parresia, ossia una franchezza non polemica, che i primi cristiani ci hanno lasciato in eredità. Ebbene, vorrei chiedere a coloro che si metteranno in marcia per Firenze, quanti sono così controcorrente da discutere - ad esempio - le tesi innovative dell’economista peruviano Hernando De Soto. Il quale, anziché prendersela, al solito, con l’Occidente colonialista, indaga sul mancato sviluppo del Sud del mondo e sulle cause "interne" della povertà. Quanti, tra gli amici di Firenze, hanno letto, oltre ai "vangeli no global" (Zanotelli, Gesualdi, Naomi Klein), anche libri come quelli di Del Debbio ("Global, perché la globalizzazione ci fa bene") o di Casadei ("Appunti sulla globalizzazione"), magari per criticarli, per evidenziare punti di vista diversi, per denunciarne limiti o affermazioni poco convincenti?
Il 21 settembre scorso a Firenze associazioni e movimenti cattolici hanno firmato un documento che prova a delineare le condizioni per uno sviluppo a misura d’uomo. Lo hanno fatto dopo aver discusso e aver tolto di mezzo incomprensioni e pregiudizi incrociati. Quella è la strada giusta: finiamola con le etichette ("destra"/"sinistra") e ragioniamo finalmente nel merito dei problemi.

© Avvenire

 


 
   

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