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Il grido silenzioso



 

Cattolici e antiglobal
 di Rino Cammilleri

[Da "Il Giornale", 5 settembre 2001]

Non dà alcuna soddisfazione far da cassandra, profeta-in-patria e inascoltato vate. Quando poi il patatrac succede, a che serve il fregiarsi dell’inane «io ve l’avevo detto»?

Giusto la sera prima del fatale 19 luglio volai a Roma per partecipare a un dibattito televisivo, in diretta e in prima serata, su Sat 2000, la televisione satellitare dei vescovi italiani.

Alla mia destra, Lucio Caracciolo, lucido e acuto direttore della rivista Limes; alla mia sinistra, il presidente delle Acli, Bobba. Alle nostre spalle, un economista e un sociologo.

L’argomento, facilmente intuibile, verteva sulla partecipazione della cinquantina di sigle cattoliche alle manifestazioni anti-G8 del giorno appresso a Genova. Le sigle di cui sopra avevano stilato un manifesto in cui esprimevano le ragioni della loro presenza. Poiché l’impressione mediatica che se ne ricavava era che quella fosse la posizione cattolica tout court, su iniziativa del settimanale Tempi era stato diffuso un altro manifesto, nel quale parecchi intellettuali cattolici prendevano le distanze dal primo.

Tra i firmatari, nomi noti come Gianni Baget Bozzo, Pietro Gheddo, Antonio Socci. C’era anche il mio. Ovviamente, dal momento che fanno più notizia le Acli e Nigrizia, solo pochi quotidiani ripresero l’avvento di questo secondo manifesto; così, quel che c’era dentro finì con l’apparire come frantumato in una giustapposizione di posizioni personali. Pazienza.

Fu per questo che, dopo essere stato intervistato uti singulo su Avvenire, decisi di accettare l’invito televisivo, sebbene oberatissimo, e proprio in quel momento, di impegni. Naturalmente, fu un dialogo tra sordi, né speravo in qualcosa di diverso.

Il manifesto delle cinquanta sigle (lo chiamerò così per brevità) aveva una caratteristica che balzava subito agli occhi: la sua totale a-cattolicità, nel senso che i punti trattati e la loro esposizione potevano benissimo venire sottoscritti da qualsiasi persona fornita di generica «buona volontà».

Appelli alla fratellanza, alla riduzione degli armamenti, alla remissione del debito terzomondiale, auspìci di un supergoverno planetario, di introduzione di tobintax, pacifismo, solidarietà, accoglienza. Insomma, a me sembrava più che altro la «religione dell’umanità» di bensoniana memoria, tanto cara a Comte e ai sansimoniani.

Lodevole iniziativa, certo, di quelle che cercano più «ciò che unisce» guardandosi bene dal solo accennare a «ciò che divide». Ma che hanno come esito il pastiche che finisce più che altro col confondere le idee di quelli che si vuol rappresentare.

Un altro punto che non mancai di sottolineare è questo: la redazione del manifesto delle cinquanta sigle non fu praticamente preceduta da alcun dibattito, e il più ampio possibile, all’interno del mondo cattolico, al quale l’iniziativa fu presentata per così dire a cose fatte, con l’appuntamento a Genova già preso.

E dire che, tra i cattolici, non sono pochi quelli ai quali un supergoverno mondiale evoca temibili suggestioni anticristiche. Non solo: un ultrapotenziamento dell’Onu (come auspicato nel manifesto di cui sopra) non assicura affatto che il problema del terzomondo non venga affrontato col solito sistema dei preservativi e dei ricatti prima-la-pillola-poi-il-cibo, tanto invisi ai cattolici. Ancora: le manifestazioni di piazza le hanno inventate i comunisti; i cattolici dovrebbero avere (ed hanno) altri modi di far sentire la loro voce.

Altrimenti si finisce dove si è finiti: ad accorgersi, a tre mesi di distanza e dopo che ci è scappato il morto, che ci sono «troppi comunisti fra gli antiglobal» (come titolava ieri il Giornale). C’erano anche prima, ma figurarsi se cinquanta sigle danno retta a qualche cattolico ritenuto (superficialmente, va detto) «di destra».

© Il Giornale

 


 
   

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