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Il grido silenzioso



 

La gara a stimarci di più
 di Maurizio Blondet

Con Avvenire il Papa, le religioni, Ofena.     

[Da "Avvenire", 01 Novembre 2003]

«Il riconoscimento dello specifico patrimonio religioso di una società richiede il riconoscimento dei simboli che lo qualificano». Così ha detto il Santo Padre ai ministri dell’Interno d’Europa riuniti a Roma, e si può star certi di una cosa: il circuito mediatico lo presenterà come l’intervento diretto del Papa nella nota polemica sul crocifisso a scuola. Tanto più che, nella frase seguente, Giovanni Paolo II ammoniva: «Se, in nome di una scorretta interpretazione del principio di eguaglianza, si rinunciasse ad esprimere tale tradizione religiosa [quella specifica di un popolo] e i connessi valori culturali, la frammentazione delle odierne società multietniche e multiculturali potrebbe facilmente trasformarsi in un fattore d’instabilità e, quindi, di conflitto. La coesione sociale e la pace non possono essere raggiunte cancellando le peculiarità religiose di ogni popolo». Non è chiaro? Il Papa approfitta dell’attualità per enunciare un criterio fondamentale al benessere delle nazioni. Che nel parlare avesse sotto gli occhi l’inopinata rivolta popolare contro Adel, rivendicando così implicitamente un trattamento di favore per la fede cattolica in quanto "peculiare" del popolo italiano? Meglio capire bene il ragionamento del Papa. Dove finisce sennò la specificità dello Stato laico, potrebbero chiedersi i laicisti uniti, una volta tanto, agli islamisti.

E avrebbero ragione. Ma è proprio dal riduzionismo facile che bisogna guardarsi. Se non altro, perché la Chiesa viene da lontano, e anche Wojtyla non è nato ieri. Magari avrà avuto in mente Ofena. Probabilmente però anche la sua Polonia. Ancor più probabilmente, pensava a quei ministri europei che aveva davanti: esponenti dell’Unione che finora non ha voluto o potuto riconoscere nella sua Costituzione le «radici cristiane», ma che si sono riuniti a Roma in una conferenza che aveva per tema: «Il dialogo interreligioso come fattore di coesione sociale in Europa». Guarda un po’: l’Europa, lo voglia o no, dal discorso religioso non può sfuggire. Tanto meno nell’ora delle immigrazioni non cristiane.

Sarebbe bello se i musulmani più avvertiti e seri leggessero integralmente - e non soltanto nelle riduzioni dei media - questo discorso del Papa. Scoprirebbero che non alza il crocifisso per esorcizzarli. Anzi. Contro ogni tentazione di chiusura (avete visto che è successo, in reazione all’iconoclastia di Adel) il Papa ricorda Assisi. E ricorda l’accordo, là raggiunto fra le varie religioni, sul «diritto di ogni persona a vivere un’esistenza degna secondo la propria identità culturale». Rifiuta, il Papa, l’idea che nell’Islam sia inevitabile la violenza e la sopraffazione. Anzi giura che nella fede in Allah ci sono «le risorse necessarie per favorire la reciproca amicizia fra i popoli». Insomma, la sfida è a gareggiare nel meglio, non nel peggio e nel facile. Certo, in un ambiente storicamente e culturalmente cristiano, in Italia cattolico. Dunque rivendica un primato? Sarebbe strano se il Papa non credesse di avere ricevuto una più alta e completa verità. Ma il punto è che il possesso della verità, per chi è cristiano, non è un privilegio né un favore capriccioso; è una responsabilità, di cui dovremo rispondere. In un Paese cattolico, essere cattolici significa essere responsabili anche dei musulmani. Significa essere accoglienti, ma anche esigenti: perché la verità che è stata data a loro fiorisca, anziché arretrare nell’oscurantismo e nel settarismo incivile. Lo so, è difficile. E’ la sfida di civiltà per l’Europa del futuro.

© Avvenire

 


 
   

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