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Il grido silenzioso



 

«Obiettivo centrato» macabro timbro
 di Maurizio Blondet 

[Da "Avvenire", 21 Marzo 2002]

BOLOGNA. "Obiettivo centrato": la scritta è stampigliata su un muro dirimpetto alla casa di Marco Biagi con un timbro circolare. Diametro tre centimetri. Sembra fresco, e pare che stanotte non ci fosse mentre la Scientifica faceva le rilevazioni. Ora le telecamere riprendono all’infinito quella firma sardonica, riprendono la stella a cinque punte graffita in fretta sul portoncino di via Valdonica 14; è mattina presto e già una folla intrusiva di giornalisti staziona telefonando davanti alla casa in cui sono assediati la moglie e i figli dell’obiettivo centrato. Tutti avidi di captare "il dolore dei familiari".

I cerchi di gesso tracciati dagli investigatori diventano più numerosi verso vicolo Luretta, da cui probabilmente gli assassini sono fuggiti: pare siano state raccolti persino mozziconi di sigarette. Due netturbine in giacca giallo-verde hanno appena buttato un altro secchio d’acqua sotto il portico, non c’è più traccia del sangue.

Su quella pozza bagnata si cominciano a posare i primi fiori. C’è un docente straniero che depone fiori, si sottrae ai microfoni perché la voce gli si incrina, si asciuga gli occhi con un fazzoletto di carta. C’è un consigliere comunale che depone rose rosse: si chiama Nicola Rocco di Torrepadula e impreca: "Questi assassini devono aver mangiato in città, dormito presso qualcuno, fatto benzina: chi sa denunci, abbia il coraggio". Ci sono passanti che si fermano sgomenti.

Andrea Onofri ("Oggi pensionato, ex lattoniere") ha l’Unità in tasca e dice: "Questo può solo danneggiare i lavoratori, aiutarli no". Poi pensa all’ucciso: "Un signore che era voluto bene da tutti". C’è chi discute: "Gli hanno tolto la scorta". Chi dice: "Certo, lo scontro sociale è così alto". Bologna, stranita, razionalizza, ideologizza, cerca i punti di riferimento per un misfatto così assurdo, così anacronistico. "Anacronistico? Ricordatevi di Ruffilli. Ricordatevi dell’Autonomia", mi dice criptico il professor Nicola Matteucci, che va’ di fretta.

Chiedo lumi a Roberto Canditi, un collega del Carlino che s’è fatto tutti i processi di terrorismo bolognesi, una memoria storica. "Beh, Prima Linea è nata qui", medita: "Nel settembre ’77, un raduno al Palazzo dello Sport fra le varie Autonomie e Potere Operaio, e lì nacque Prima Linea. Corrado Alunni abitò in un appartamento-rifugio davanti alla Questura". Ma sono cose di trent’anni fa. È d’accordo: "Oggi gli ex si sono riciclati, Rifondazione, no-global, centri sociali. E anche allora, l’estrema sinistra usava Bologna come santuario sicuro, da non "sporcare" con azioni. Erano i neri a colpire la città".

Questi, i nuovi, sono diversi. Ma c’è un ambiente, un clima nella Bologna di oggi che possa far da santuario a criminali così? Luigi Pedrazzi, storico membro del "Mulino", rievoca fatti lontani: "La polizia scoprì in un covo una mappa col percorso che Romano prodi faceva ogni mattina per portare i figli alle elementari di via Zamboni". Ma i figli di Prodi ormai sono uomini fatti. Pedrazzi annuisce. "Credo sia inutile cercare di capirli, "quelli". Colpiscono studiosi perché sono bersagli facili".

Il rettore dell’Università, Pierugo Calzolari, finisce per dire la stessa cosa: "È un delitto contro il mondo delle idee. Biagi era un intellettuale vero, responsabile, integro, serio". Inutile attribuire motivazioni razionali a chi tronca le idee con la pistola. Gli studenti invece cercano di capire. In piazza Verdi un gruppo aspetta il corteo che parte da Giurisprudenza. Uno striscione per terra, un megafono. Sono ragazzi della Sinistra giovanile, diessini.

"Non sono sicura che Bologna sia estranea al terrorismo"; dice una di loro, Claudia Cagnarini. Ma non vuol aggiungere altro. Antonio, capelli Rasta, proclama: "È un delitto di Stato, basta vedere a chi giova. Berlusconi lo userà per spegnere la società civile che si sta svegliando". "Non ci credo", dicono però altre voci. "Non giova a nessuna delle due parti, anche il governo perde credibilità" dice Valeria, secondo anno di Legge. Tutti d’accordo su un punto: "La mobilitazione per l’articolo 18 deve continuare, non si può consentire che un omicidio influisca sulla dialettica democratica". Il corteo degli studenti confluisce a piazza Maggiore, dov’è indetta la manifestazione di tutta la città. Molte bandiere rosse dei Ds, stendardi sindacali. La folla (80 mila persone si dice) applaude educatamente il sindaco Giorgio Guazzaloca che parla di Biagi: "Un riformista convinto, che metteva la sua competenza al servizio del Paese", e che fa appello all’etica della responsabilità: "Bisogna prevedere l’effetto delle nostre parole".

Ma più vivi applausi accolgono i tre sindacalisti Denis Merloni, Giuseppe Cremonesi, Danilo Balbi (della Cgil, e nessuno di livello nazionale) quando protestano: "Mi rifiuto di credere a un collegamento fra il duro scontro sociale in atto e questo atto bestiale". Cremonesi: "Il terrorismo è contro i lavoratori e i lavoratori, tutti, sono contro il terrorismo". Balbi riscuote applausi quando dice: "Discutere, contrastarsi anche, ma l’assassinio non ha diritto di parola". Il comizio dura poco, la gente sfolla. Sul sagrato della cattedrale rimane un gruppetto con uno striscione: "Delitto di Stato".

È un comizio autogestito di no-global e centri sociali. Una voce di donna grida al megafono: "Non sono così ipocrita da dire che uno che è morto ha ragione. Quello era contro le donne". Un’altra voce femminile: "Il terrorismo di Stato colpisce adesso, per far arretrare il movimento di massa!". Torno verso la casa. Ancora giornalisti in attesa. Lassù, dietro quelle vecchie finestre, c’è una donna che non ha più marito e due figli senza più padre.

(c) Avvenire

 


 
   

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