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Il grido silenzioso



 

Ti siamo vicini, signora Marina
 di Maurizio Blondet 

[Da "Avvenire", 23 Marzo 2002]

Bologna. Non una lacrima, in pubblico. Straordinaria forza d’animo quella di Marina Orlandi, la vedova di Marco Biagi. Minuta, piccola, gli occhiali neri, stretta tra i figli Lorenzo il maggiore e Francesco, ancora un ragazzo, sul banco di prima fila a destra dell’altare, ha compiuto l’ultimo dovere - inevitabilmente pubblico - con pazienza straziata. Singhiozzava, nella terza panca a sinistra, Roberto Maroni, il ministro del welfare, che era già entrato in chiesa con gli occhi rossi; nero e aggrondato Pierferdinando Casini, accanto a Marcello Pera in seconda fila; commossi e partecipi Franca e Carlo Azeglio Ciampi, il presidente, nella prima panca a sinistra.
Abbattuti Enrico Boselli e Tiziano Treu, l’ex ministro, per i quali Marco era soprattutto un amico. Lei, Marina, no. Fermamente decisa a volere, per quanto in lei, riservato il suo dolore.

Si sa, era stata lei a chiedere un funerale privato. Ma può essere privata una cerimonia cui partecipano, anche se a titolo personale, le tre massime cariche dello Stato? Inevitabile il corteo delle auto blu e lo sgommare delle Alfa argentate delle scorte, le frotte di agenti in borghese con l’auricolare che precedono il presidente, e rudi allontanano i passanti. Inevitabile un servizio d’ordine pesante e insieme inefficace: comandati di tener lontani i giornalisti, gli agenti fermano quelli che riconoscono e ne lasciano passare altri, tanti altri. Le telecamere tutte fuori, avidamente puntate sul portone; i fotoreporter arrampicati su scale che scattano lampi. Un funerale di semi-Stato; solo la signora Marina ha mantenuto l’impegno: nessuna concessione (mai una volta del resto in questi giorni) alle telecamere.

Per mantenerlo, aveva cominciato presto la giornata. La messa nella chiesa di San Martino è per le otto; Marina e i figli sono entrati in chiesa inosservati alle sette, e lì, pazienti, hanno atteso che tutto il necessario si compisse.

Fuori, transenne, polizia, Alfa sgommanti. Arriva una corona: "Franca e Carlo Ciampi"; poi il sindaco Guazzaloca che accoglie il Capo dello Stato, poi Gianni Letta per il premier, Vittorio Prodi presidente della Provincia, poi Savino Pezzotta (unico fra i sindacalisti nazionali a testimoniare solidarietà umana e civile), insomma le figure istituzionali, le autorità.

Il presidente Ciampi, dentro, l’ha abbracciata forte Marina, che era già sulla panca destra con i figli, il suocero, la sorella dell’ucciso e altri parenti stretti. Ma il presidente deve aver sentito che quel gesto non bastava; quando è stato il momento dello "scambiatevi un segno di pace", ha lasciato il suo posto ed è andato a stringere fra le sue mani la mano di Marina e dei figli.

La chiesa di San Martino, uno splendido interno trecentesco di cotto e volte gotiche, con resti di affreschi di Paolo Ucello, potrebbe contenere anche duemila persone; ce n’erano forse duecento e un altro centinaio fuori. Chissà dov’era Bologna.

Vigorosa l’omelia del cardinale Giacomo Biffi: non le usurate parole buoniste sul perdono immediato, ma l’evocazione di Caino, e l’augurio amaro, tagliente, che gli omicidi di Marco Biagi, "questi eroi che colpiscono alle spalle", provino "il rimorso di Caino". Parole da Antico Testamento, le parole dello sdegno giusto davanti al sangue innocente, l’idea inaudita che la redenzione deve passare, anzitutto, per la pena e il rimorso. Monsignor Facchini, uno dei tre concelebranti (oltre al cardinale, c’era don Augusto Tollon, parroco e amico) ha letto il messaggio del Papa.

Poi, il momento dell’intimità, degli addii familiari. Don Augusto l’ha detto, nel benedire la bara: "Marco caro, rimarremo sempre grandissimi amici, ogni giorno ti ricorderò da questo altare". Quando hanno portato fuori la cassa, il padre di Marco, un dignitoso signore, l’ha salutata con la mano, come si saluta uno che parte. Poi, gli abbracci a Marina di parenti e amici; Ciampi, per farsi avanti, ha aspettato che finissero.

Alle nove di mattina è già tutto terminato. L’applauso educato dei pochi cittadini sul sagrato saluta il furgoncino nero coperto di corone che si porta via Marco Biagi, il professore; un altro applauso per le autorità che escono.

La sorveglianza pesante della polizia ha tenuto all’esterno gran parte della città. Persino molti amici di famiglia sono stati respinti, come Otello Ciovatti ("Mia figlia andava alle elementari con il figlio di Marco"), e assistono da fuori, guardando sfiduciati gli agenti. Sono gli stessi amici che ora ricordano l’aut aut di Marina, da tempo presaga del pericolo corso dal marito: "O questa scorta te la ridanno, oppure tu devi dimetterti", gli diceva negli ultimi mesi. E adesso, nei giorni del dolore, la vedova di Marco Biagi è tormentata dal rimpianto di non averlo messo alle strette con più insistenza...

Quando passa il procuratore Giovagnoli, amico dei Biagi, che ha in mano le indagini, qualcuno della piccola folla dice: "Questi non scopriranno nessuno". "No sanno più indagare - dice un altro -: se non si fa avanti un pentito...". Ma forse Bologna vive in altro modo il suo lutto. Questo Stato che sgomma e corre quando ormai è tardi, questa polizia che appare in forze adesso, e prima non c’era. Tutto questo forse non la convince.

Anche davanti al portone di via Valdonica, adesso, stazionano in permanenza due agenti in divisa, a turno, Ps e Carabinieri. Adesso. A far la guardia ai mazzi di fiori che continuano ad accumularsi sotto il portico dove abitava Marco Biagi. Ai bigliettini che sconosciuti continuano a deporre contro quel muro, per consolare, per dire: ti siamo vicini signora Marina.

(c) Avvenire

 


 
   

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