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Il grido silenzioso



 

«I missionari muoiono in silenzio»
 di Caterina Maniaci

"Almeno quaranta, quarantacinque missionari muoiono ogni anno per la loro opera di solidarietà e di evangelizzazione, ma nessuno parla di loro" . Padre Piero Gheddo, missionario del Pime, giornalista e scrittore, commenta il caso delle due Simone....

[Da "Libero", 2 ottobre 2004]

Padre Piero Gheddo, missionario del Pime, giornalista e scrittore, commenta il caso delle due Simone. E lancia un messaggio: ricordatevi che sono tantissimi quelli che rischiano la loro vita per aiutare popoli oppressi, in silenzio e senza chiedere niente a nessuno.

Le due Simone: non si parla che di loro. Che pensa di tutta questa vicenda?

«La prima considerazione da fare: non dobbiamo dimenticare che qui siamo in guerra con i terroristi, in un mondo, quello islamico, che è molto lontano dal nostro. Come mentalità, storia. Allora perché i missionari vanno in Paesi dove il fondamentalismo domina e stravolge questa mentalità, dove spesso vengono anche uccisi?»

Appunto, perché andarci?

«Penso alla storia di padre Salvatore Carzedda, del Pime, che nel 1992 nell’isola di Mindanao, nel sud delle Filippine, stava promuovendo il dialogo tra musulmani e cristiani. È stato ucciso da estremisti islamici che non volevano certo il dialogo. Naturalmente il padre condannava il terrorismo...»

Insomma, lei vuol dire che val la pena di rischiare la vita per questa missione?

«Si decide di partire in missione per dare testimonianza di solidarietà, amore, carità. Noi partiamo da Gesù Cristo, altri possono credere in altro. È comunque positivo che qualcuno, anche a rischio della vita, decida di dare questa testimonianza. Certo, mi chiedo perché non viene dato lo stesso risalto per i missionari che muoiono, a decine, almeno quaranta, quarantacinque all’anno, nei Paesi in cui vi sono dittature, guerre, persecuzioni. Quelle due ragazze diventano eroine, pagine e pagine di giornali dedicate a loro, e per gli altri, silenzio».

Come spiega questo fatto?

«Secondo me, questo succede perché siamo in una situazione di tensione, di lotta, tra mondo cristiano e musulmano, che quando una vicenda come questa si conclude positivamente si prova un gran sollievo. E in Iraq c’è una guerra, in cui siamo impegnati militarmente anche noi italiani, quindi l’interesse è più acceso».

Però tutto quell’esaltare le due volontarie, quei proclami che lanciano...

«Sì, i giornali e la sinistra le usano, le inneggiano, le fanno diventare loro bandiere... Beh, d’altra parte hanno diritto di esprimere le loro idee».

Secondo lei, i soldati italiani devono o no rimanere?

«Gli italiani hanno fatto bene ad andarci e fanno benissimo a restarci, perché la loro è un’opera di pace, se andassero via la situazione peggiorerebbe immensamente. Scoppierebbe il caos interno e il Paese si trasformerebbe come l’Afghanistan dei talebani. Qualunque persona di buon senso non può dubitare di ciò».

Succede che un missionario prenda le parti di questo o quel gruppo politico?

«Il missionario non deve assolutamente prendere le parti di questo o quel gruppo, non deve assolutamente interessarsi di politica locale del Paese in cui viene mandato. A meno che non si tratti di dittature che opprimono l’uomo, sempre comunque con prudenza, perché se si protesta, come a me è capitato parecchie volte, il missionario viene cacciato, magari dopo averlo malmenato o ferito. Sarebbe un grosso sbaglio farsi coinvolgere in questioni politiche locali. Insomma, il rischio di essere fraintesi o strumentalizzati esiste, come quello di perdere la vita, ma è importante che si continui a garantire una presenza pacifica di solidarietà».

L’Occidente mostra segni di debolezza verso l’Islam?

«Non vorrei parlare di scontro di civiltà, ma certo l’Occidente, mentre deve insistere sul piano del dialogo, deve anche mostrare fermezza e nessun segno di cedimento. Anche a costo di usare la forza, e le armi, quando si deve contrastare la ferocia terrorista. Ritirare le truppe dall’Iraq, appunto, sarebbe un segno di cedimento, oltre che un abbandono della popolazione».

Un gesto che secondo lei andrebbe fatto in questo senso?

«Sarebbe un segno positivo che la stampa italiana, ad esempio, invece di concentrarsi tutta sul caso delle due Simone, analizzando nei minimi dettagli quello che hanno detto o non hanno detto, dedicasse invece attenzione a quel movimento di popolo di volontari laici, cattolici, di missionari che l’Italia ha creato. Gente che, presso quei popoli in tensione verso l’Occidente, diventa esempio di rispetto reciproco e di aiuto concreto. Questi sono i veri cristiani, ben diversi da coloro che sparano sui bambini che prendono caramelle dai marines e si proclamano «resistenti»».

© Libero

 


 
   

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