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Il grido silenzioso



 

Il fantasma del Concilio Vaticano II
 di Antonio Gaspari 

Finora è valsa la ricostruzione dell spirito di ciò che il Concilio avrebbe dovuto dire (e non ha mai detto). Monsignor Marchetto smonta punto per punto le tesi della scuola bolognese di Dossetti.

[Da "Tempi" n. 28 del 05/07/2005]

Il Concilio Vaticano II è stato uno degli eventi più rilevanti nella storia della Chiesa cattolica, ma prima ancora di capire il significato e le conseguenze di quell’evento, già nel postconcilio scoppiò una controversia non ancora risolta, sulla sua corretta ricostruzione ed interpretazione. Dal 1965, anno di chiusura del Concilio, il professor Giuseppe Alberigo e i suoi collaboratori di Bologna, con i quattro volumi editi da Peeters/Il Mulino sulla Storia del Concilio Vaticano II, hanno egemonizzato e ridotto a pensiero unico la lettura dei fatti. La ’scuola di Bologna’ ha presentato un Concilio come la rivoluzione dei progressisti che sono stati però soffocati dalla Curia romana conservatrice. Il beato Giovanni XXIII è stato contrapposto a Paolo VI. La conferma del primato di Pietro come un indebita imposizione sui poteri dei Vescovi. La condanna dell’uso dei contraccettivi, come un ritorno al medioevo. E soprattutto, chiunque avesse manifestato idee ortodosse è stato etichettato come ’preconciliare’, come se fosse il peggiore degli insulti.
Dopo quarant’anni le cose stanno finalmente cambiando, grazie alla pubblicazione del volume scritto da monsignor Agostino Marchetto, Concilio Vaticano II contrappunto per la sua storia (Libreria Editrice Vaticana). Marchetto ha definito «scentrata», «squilibrata» e «ideologica» l’analisi del Concilio Vaticano II come raccontata dal gruppo di studiosi di Bologna. La pubblicazione di questo volume ha fatto infuriare Alberigo ed i suoi collaboratori, mostrando che Marchetto ha colto nel segno. Per comprendere meglio il senso e gli argomenti della vicenda, Tempi ha intervistato monsignor Marchetto. 

Discontinuità nella storia della Chiesa, Curia conservatrice contro teologi progressisti, tradizione contro rinnovamento, Paolo VI che tradisce Giovanni XXIII, questa secondo la lettura degli eventi, fatta dal professor Giuseppe Alberigo e dai suoi collaboratori, la storia del Concilio Vaticano II. Qual è la sua opinione in proposito? 

Chi legge il mio libro si renderà conto che, pur cercando si situarmi, nell’interpretazione storica del Concilio Ecumenico Vaticano II, tenendo conto della cornice delle ’tendenze’ storiografiche generali, conservo la mia visione specifica di quello che la Chiesa Cattolica è, anche storicamente. Vedo dunque il Vaticano II in continuità con tutti i Concili Ecumenici, non come una stella cometa, ma facente parte di una costellazione, pur avendo alcune sue caratteristiche. Non vi è dunque in esso quasi il nascere di una nuova Chiesa. è del resto questo il pensiero di Giovanni XXIII, di Paolo VI, di Giovanni Paolo II e anche di Benedetto XVI, per limitarci ai Papi. Anche l’opposizione ’Curia conservatrice’ e ’teologi progressisti’, è una semplificazione, perché all’interno della Curia vi erano sensibilità e tendenze non monolitiche. Un esempio? Fu il cardinale Cicognani a sbloccare la situazione cimentata del primo schema sulla Chiesa, dando luce verde al Cardinale Suenens (quindi a monsignor Philips) per una stesura rinnovata, non tutta nuova però, poiché, a detta sua, il 60 per cento del primitivo schema rimase nel secondo. La contrapposizione, poi, fra Giovanni XXIII e Paolo VI, con un ’concilio di Giovanni’, fino all’intersezione 1963-64, e uno di Paolo VI - che per l’Alberigo inizierebbe nel dicembre 1963 - non ha fondamento ed è opinione del resto non solo mia ma anche del noto professor Aubert. Per lui pure vi è continuità nella linea conciliare dei due Papi del Concilio. Altri esempi non mancano, ma la mia risposta è già lunga. 

Secondo Alberigo e i suoi collaboratori il ’vero’ Concilio Vaticano II fu quello di Papa Giovanni XXIII, ritenuto «innovatore e progressista». In questo contesto sarebbe stato centrale il svolto svolto da Giuseppe Dossetti. Ma il beato Giovanni XXIII può essere definito come un progressista? 

Richiamo, per papa Giovanni, oltre che il mio, il pensiero di monsignor Capovilla, per tanti anni suo Segretario, e che cito nel volume. Egli ha affermato che la sintesi del pontificato giovanneo si trova nel binomio «fedeltà e rinnovamento», che certo non significa ’progressismo’. Papa Giovanni - continua il monsignore nostro - non aveva smanie di innovazione, ma sapeva che la sola ’fedeltà’ avrebbe ridotto la Chiesa a museo, mentre il solo rinnovamento l’avrebbe condotta all’anarchia. Cercò dunque d’ispirare il concilio fra questi due principi. 

Dossetti ebbe un ruolo così rilevante? 

Premetto che non mi riferisco qui all’uomo politico, né al monaco spirituale, ma a chi criticò, per esempio, lo stesso Philips per il suo sforzo di conciliazione fra le due correnti esistenti in Concilio, quella con più sensibilità per la tradizione e quella per il rinnovamento, tradizionale o innovativo, cioè, di conservazione o di progresso, se si può dire così. Era in fondo, quella del Philips, la linea scelta in Concilio di conservare gli schemi preparatori (conciliari) come base di lavoro. Diceva Philips: «Non si tratta di fare trionfare le nostre idee personali, ma di arrivare a un consenso su ciò che la Chiesa intera può oggi accettare come espressione della sua fede comune, senza accettare compromessi sui principi di fondo». Però all’interno di quei due ’schieramenti’, legittimamente coesistenti nella Chiesa cattolica e in Concilio, vi furono degli estremismi. Così ci fu poi il tradizionalismo post-conciliare di Lefebvre e l’estremismo della ’scuola di Bologna’ e di chi con essa sta. Invece il Concilio cercò il consenso e fu la grande opera di Papa Paolo VI, di questo martire del Concilio, come lo definì il Cardinale König. Questa grande opera fu ostacolata dal Dossetti fino a dire, il Pontefice, che quello di quasi «Segretario» dei Moderatori non era il suo posto. In effetti nessuno lo aveva nominato, né si poteva stabilire una contrapposizione fra lui e il Segretario Generale del Concilio, monsignor Pericle Felici. In definitiva, ma rimando, meglio, alla lettura del mio volume, non credo che in Concilio sia stato centrale il ruolo svolto da Dossetti e dall’incipiente «officina bolognese». Ne ho avuto conferma anche dalla lettura del Diario di Padre Congar, che ampiamente analizzo nel mio libro, presentando la sua opera in modo alquanto diverso da come appare nei 5 volumi diretti dall’Alberigo. 

Sempre secondo il gruppo di Bologna, il pontefice Paolo VI avrebbe tradito la spinta progressista che veniva dal Concilio, su due temi fondamentali: la collegialità rispetto al Primato di Pietro, e l’illiceità dell’uso dei contraccettivi. Può spiegarci quale fu il senso profondo del contendere, e in che modo agì il Papa Paolo VI? 

Come ho già in parte detto, il senso profondo del contendere era l’icona del cattolicesimo, un concilio ecumenico, con la sua ricerca del consenso, di mettere insieme (in una parola si dice: aggiornamento) le due anime del cattolicesimo, la fedeltà alla tradizione e l’incarnazione in quello che io chiamo ’l’oggi di Dio’. E fu pensiero che accomunò Giovanni XXIII e Paolo VI, pur nella diversità delle loro personalità. Nel volume più volte presento l’intenzione dell’uno e dell’altro, in comunione, in concilio. Per me, in esso, tradizione e rinnovamento si sono alla fine abbracciati. Per quanto riguarda i due temi da lei citati, il primo, la collegialità, fu piuttosto caratteristica ecclesiale del primo millennio, e venne ’riscoperta’ - diciamo così - dal Vaticano II. Essa fu posta accanto, senza contraddizione, al primato pontificio, esercitato personalmente, che si sviluppò specialmente nel secondo millennio. Pure qui la congiunzione ’e’ si rivela essere cattolica: collegialità e primato, anche perché non si può parlare di collegialità in senso stretto senza che vi sia, nel collegio, il suo capo, il Vescovo di Roma. Per quanto riguardo l’uso dei contraccettivi, sdoganati da un giudizio etico del Magistero, dirò soltanto che l’accusa dell’Alberigo di un ’silenzio conciliare’ al riguardo (il Concilio restò ’muto’) non è fondata, come non è giusto parlare - e lui lo fa - di un «trauma suscitato in tutto il mondo cristiano dall’Enciclica Humanae Vitae». 

© Tempi
http://www.tempi.it

 


 
   

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