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Il grido silenzioso



 

Si menziona la droga e scattano gli automatismi
 di Maurizio Blondet

Gli inesorabili schieramenti tra proibizionisti e antiproibizionisti.

[Da "Avvenire", 24 settembre 2003]

Permissivi contro autoritari. Proibizionisti contro antiproibizionisti. La polemica mediatica contro l’annunciato divieto anche di droghe leggere, anche solo per uso personale, ha qualcosa di agghiacciante: ed è il suo carattere ideologico, cioè frivolo. "Fumo Nero", titola allusivo un giornale della sinistra estrema, sotto una foto di Fini: col sottinteso che Fini vuole rendere illegale lo spinello perché è "nero", fascista. Ma non è questione di destra o sinistra: un telegiornale neo-conservatore s’è rivelato antiproibizionista in termini parimenti militanti, cioè ideologici. Cioè sbrigativi rispetto alla tragedia della nostra gioventù.

Perché, prima di difendere proibizionismo o anti-proibizionismo come teorie, dovremmo dare qualche spiegazione per questi nostri figli. In Italia si sequestrano 2 tonnellate l’anno di eroina e 2,6 di cocaina: i nostri giovani dunque ne consumano fose dieci volte di più. Che una generazione si devasti con tonnellate di stupefacenti duri, senza contare la quantità imprecisabile di ecstasys, "erba" e alcolici assunti in modo sempre più indiscriminato e "ricreazionale", è il segno di una tragedia in corso. Vogliamo, anzitutto, prenderne atto?

E’ una gioventù che nessuna "agenzia" si occupa più di educare adeguatamente alle sfide del mondo postmoderno, e a cui non offriamo prospettive esigenti né la dignità del lavoro. "Siate flessibili", è tutto quel che sappiamo dirgli. Vittime, in più, delle sciagurate pedagogie promosse dal "mercato" e dalla pubblicità, che invitano al narcisismo, al facilismo, al vivere l’attimo fuggente e godere al minuto ("Soddisfa la tua sete"). Perciò immaturi e penosamente, insicuri. Perciò gregari, sottomessi al costume di banda e di "griffe", a cui non sono educati a resistere. Una generazione, forse non lo sapete, che ha una mortalità altissima, pari solo a quella degli ultra-settantacinquenni: per motorini, sventatezza puberale, febbri del sabato sera, e appunto, droga. A cui, in fondo, non offriam o altro che questo: "ricreazione" con hashish, pasticche come palliativo per un futuro che sarà quasi certamente peggiore del nostro.

Vogliamo sentirci responsabili di questa generazione? Vogliamo assumerci la colpa? Noi tutti, giornalisti compresi? Chiederci per un attimo che cosa gli insegniamo, che cosa gli trasmettiamo, come li strumentalizziamo? Domandarci se non stiamo buttando nella discarica, come cose inutili, figli e nipoti?

Dopo, si discuta pure su proibizionismo e antiproibizionismo. Con la serietà necessaria. Sapendo che c’è l’esempio della Svezia socialdemocratica, che ha provato tutt’e due: prima ha depenalizzato, con conseguente banalizzazione delle tossicodipendenze. Poi il ritorno alla linea dura: l’illegalità anche della piccola dose di "erba leggera". Perché è comprovato che la penalizzazione, rendendo meno disponibili e meno socialmente accettabili le droghe, di per sé tiene lontano un 10, 15% di quei giovani che altrimenti le proverebbero per mero gregarismo e conformismo. Si capisce, non è la soluzione. E’ solo un piccolo argine alla tragedia. Ma almeno, una società seria sa riconoscere la tragedia. Noi no, temo.

 


 
   

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