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Il grido silenzioso



 

Pornografia e rivoluzione sessuale
 di Massimo Introvigne 

[Testo pubblicato nel 1983 per i tipi della Editrice Libreria S. Lorenzo e ripubblicato senza modifiche benché molte cose siano nel frattempo cambiate]

Introduzione

1. Sessualità, erotismo, pornografia

Fra i problemi dell’ora presente — che spesso non vengono scelti da noi, ma che piuttosto ci scelgono, affermandosi nella cronaca e nella storia con tragica attualità — un posto importante deve trovare oggi, purtroppo, la piaga della pornografia. Una piaga le cui dimensioni si accrescono ogni giorno, e di cui pure è difficile parlare, in una società che esorcizza la morale chiamandola "moralismo", atteggiamento "retrivo" o "borghese", in un mondo che realizza la profezia di Wilhelm Reich, il teorico della rivoluzione sessuale, secondo il quale un giorno non più l’atteggiamento libertino ma piuttosto la difesa della morale sarebbe stata considerata disonorevole e sconveniente.

Sembra quindi sempre più necessario superare il falso imbarazzo e il rispetto umano indotto dalla pressione di una anti-morale rivoluzionaria, svolgendo un’opera di restaurazione della verità del linguaggio e di chiarificazione concettuale e morale.

Gran parte degli errori e dei sofismi in tema di rivoluzione sessuale derivano dalla confusione — non di rado maliziosamente indotta o consapevolmente sfruttata — fra tre nozioni diverse: sessualità, erotismo, pornografia.

La sessualità — intesa come connotazione profonda dell’uomo in quanto uomo e della donna in quanto donna — è uno dei tratti fondamentali del carattere di ogni persona, che si traduce in molteplici manifestazioni della volontà, del sentimento, dei sensi. La sessualità — e anche le sue manifestazioni sensibili alle quali per altro essa non si riduce — non viene esclusa né combattuta dalla filosofia naturale e cristiana e dall’insegnamento morale della Chiesa. Al contrario, fin dalla Scolastica del Medioevo, la sessualità venne "difesa" contro il rifiuto angelistico del neoplatonismo e contro il catarismo, e profondamente analizzata e ordinata, tramite il matrimonio, alla procreazione in un sistema organico e gerarchico dei fini dell’unione tra l’uomo e la donna.

L’erotismo, benché spesso confuso con le manifestazioni sensibili della sessualità, consiste più precisamente – secondo la definizione di Georges Bataille, che ne ha fatto l’apologia in un’opera famosa (G. Bataille, L’erotismo, 2° ed. it., Mondadori, Milano 1969) — nella trasgressione sessuale, nel sesso non ordinato ad alcun fine superiore ma fine e scopo a se stesso, e quindi trasgressione per definizione di ogni norma morale, di ogni ordine, di ogni sistema di valori. È in questo senso che lo stesso Bataille scrive che il Cristianesimo, che non ha condannato la sessualità, si è opposto fin dal suo nascere all’erotismo.

La pornografia, infine, viene definita da un diffuso vocabolario della lingua italiana come la "descrizione o rappresentazione di cose oscene, turpi o licenziose". Di "osceno" si danno come significati o sinonimi "impudico, indecente", ma anche "ripugnante per la sua bruttezza" e "infausto, pessimo" (Così N. Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana, 10.a ed., Zanichelli Bologna 1970, pp. 1081, 1310)

Secondo la dottrina scolastica dell’unità dei trascendentali, il vero, il buono e il bello "convertuntur". La pornografia, come negazione pubblica del pudore, è insieme falsa, in quanto distorce la verità sull’uomo, cattiva e brutta fino alla ripugnanza. L’uomo ragionevole non può dunque essere attratto dalla pornografia, e la vasta diffusione del materiale pornografico nella società contemporanea è l’allarmante indizio che i singoli e le nazioni rischiano di smarrire la retta ragione, e con la ragione il senso morale e il senso estetico.

2. La pornografia come problema politico — giuridico e filosofico — morale

La prima parte della mia esposizione si riferisce al tema "Pornografia e diritto". La pornografia, infatti, come introduzione organizzata all’erotismo, è una piaga sociale, che colpisce gli uomini in quanto vivono in società e che dalla regola sociale del diritto deve essere combattuta. Problema sociale, la pornografia non è priva anche di una dimensione politica, che non deve essere sottovalutata. Nel 1978, un esponente di punta del mondo delle pubblicazioni pornografiche, Stefano Surace, stese un dossier— confessione dal titolo I padrini della pornografia, che — rifiutato da molte riviste — avrebbe dovuto essere pubblicato sul periodico OP. Alla vigilia della pubblicazione il direttore di OP, Mino Pecorelli, venne ucciso, vittima di un oscuro attentato i cui responsabili non sono mai stati individuati. Il dossier di Surace — poi stampato a cura dell’editrice "La Parola" — contiene, fra l’altro, un organigramma dei dirigenti e dei capifila del mondo della pornografia in Italia, spesso direttamente collegati agli ambienti della politica laica e socialista. (Cfr. S. Surace, I padrini della pornografia e il delitto Pecorelli, La Parola, Roma 1979, pp. 58-59).

Insieme, il dossier I padrini della pornografia riferisce inquietanti collegamenti fra il terrorismo morale dei pornografi e il terrorismo comunista del "partito armato" italiano e internazionale: personaggi come Petra Krause passano dall’uno all’altro ambiente in una allarmante continuità. E tutto questo non si spiega soltanto con il volume di affari del mercato della pornografia, certamente in grado di finanziare — accanto agli appetiti individuali — imprese rivoluzionarie di ogni genere. Si spiega, anche, con l’insegnamento di maestri della Rivoluzione, che sempre hanno posto l’accento sulla corruzione organizzata come strumento per demoralizzare una società, rovesciarla e conquistarla. Già l’Alta Vendita della Carboneria proclamava: "Il cattolicesimo, meno ancora della monarchia, non teme la punta di uno stile ben affilato; ma queste due basi dell’ordine sociale possono cadere sotto il peso della corruzione. Non stanchiamoci dunque mai di corrompere... Fate dei cuori viziosi, e voi non avrete più cattolici" (Lettera di Vindice a Nubius, 9 agosto 1838.Questa corrispondenza fra dirigenti dell’Alta Vendita fu sequestrata dalla polizia pontificia e pubblicata dallo storico Crétineau-Joly su incarico del Papa Gregorio XVI. Cfr. E. Delassus, Il problema dell’ora presente, reprint Cristianità, Piacenza 1977, vol. I, p. 611). E Lenin, all’indomani della rivoluzione bolscevica, profetizzava: "Fra cinquant’anni l’Occidente sarà talmente corrotto che potremo conquistarlo senza combattere".

Il legame tra pornografia e sovversione, tuttavia, non è soltanto politico, ma si situa in una dimensione più profonda. Come si mostrerà nella seconda parte della nostra esposizione, dedicata ai rapporti fra pornografia e rivoluzione sessuale, la pornografia è insieme una contraffazione e una deformazione della sessualità, e una iniziazione collettiva all’erotismo. E l’erotismo moderno come affermazione e culto del sesso per il sesso, introduce e inizia a sua volta al culto gnostico della morte e del nulla.

La pornografia, allora, parte sì dall’edicola dietro l’angolo o dal cinema "a luce rossa", ma va molto più oltre e più lontano. Combatterla non significa disperdere il proprio tempo in una contesa oziosa e secondaria, ma avviare una battaglia di civiltà per la restaurazione di quel mondo ordinato secondo ragione di cui gli uomini moderni, che lo hanno perduto, hanno così disperatamente bisogno.

Parte prima

Pornografia e diritto

Premessa

Lo scopo di questa prima parte consiste nel proporre all’attenzione alcuni brevi elementi che riguardano la risposta della legge all’esplosione pornografica, la reazione dell’ordinamento giuridico nei confronti della pornografia.

Cercherò, in particolare, di rispondere a due domande:

— primo: quali sono i doveri dell’ordinamento nei confronti della pornografia? Che cosa è opportuno in astratto che la legge stabilisca riguardo alla pornografia?

— secondo: quali sono le norme con cui l’ordinamento giuridico vigente reagisce alla pornografia? Si tratta di norme efficaci? E ancora, giacché l’esito è noto, perché sono inefficaci?

1. Vietare la pornografia è lecito e doveroso

La prima domanda può essere formulata, più brevemente, in questo modo: la pornografia deve essere vietata dalla legge o no? È corrente, al proposito, una obiezione fondamentale: forse, si dice, è giusto vietare certe manifestazioni pubbliche della pornografia, come i cartelloni esposti per strada sotto gli occhi di tutti, ma non è giusto vietare le sue manifestazioni più discrete. Proibire certe riviste a chi desidera leggerle, vietare certi film a chi desidera vederli vorrebbe dire limitare la libertà personale e imporre con la legge una morale data, per esempio la morale cattolica.

Questa obiezione, divenuta ormai quotidiana, esprime in modo caratteristico la mentalità del positivismo giuridico, secondo cui il diritto è totalmente svincolato dalla morale, la legge non ha nessuna funzione pedagogica, non veicola princìpi morali ma manifesta soltanto la volontà del legislatore.

Per un cattolico, evidentemente, questa mentalità è inaccettabile. La legge di Dio è rivolta all’uomo; ma l’uomo è sociale, dunque anche la società deve rispettare i dieci comandamenti. Non si può essere cattolici in casa propria e dimenticare la legge di Dio quando, usciti dalla porta di casa, si diventa consociati. Questo è il principio fondamentale della dottrina sociale della Chiesa: Cristo deve regnare non solo sui singoli, ma sulle nazioni, e le leggi delle nazioni devono conformarsi alla sua legge. Ai laici cattolici spetta, secondo la costituzione Gaudium et spes del Concilio Vaticano II (n. 43), "iscrivere la legge divina nella vita della città terrena": e per il cattolico la repressione della pornografia è il rispetto del sesto comandamento da parte della società.

I dieci comandamenti, peraltro, esprimono una legge che è naturale prima di essere divino-positiva. Le norme dei comandamenti, secondo buona teologia, furono rivelate pro memoria, perché tutti senza sforzi potessero conoscerle; ma si tratta di leggi naturali, scritte nel cuore di ogni uomo, che sarebbe stato possibile scoprire anche con la sola ragione. Non si tratta, quindi, di imporre con la legge la morale cattolica, ma di chiedere — anzitutto — che la società si conformi a quella morale naturale, che si impone a tutti gli uomini per il solo fatto di essere uomini.

Non esiste, del resto, la società neutrale, sedicente pluralista, la società che nelle sue leggi non si ispira a una dottrina o a una morale. Hanno rilevato alcuni autori non sospetti — come i teorici della scuola di Francoforte — che tutti gli Stati in realtà si ispirano a un complesso di princìpi: l’Europa medievale al Cristianesimo, l’Unione Sovietica al marxismo, la Francia giacobina all’illuminismo e così via. La società relativista, che si vanta di non avere alcun principio, in verità si ispira anch’essa a un principio: quello secondo cui non esiste una morale superiore allo Stato, e dunque morale per definizione è tutto ciò che lo Stato comanda. L’ideale del pluralismo ideologico e del relativismo non sopprime soltanto la verità, ma anche la libertà: se al di sopra dello Stato non c’è una morale, non ci sono limiti al potere dello Stato. Il problema, dunque, non è se la legge debba esprimere una morale, ma quale morale la legge debba esprimere. È lecito allora, anzi doveroso, battersi perché la legge non abbia a contenere un complesso di errori giuridici pronti a trasformarsi in orrori storici, ma esprima la verità naturale e cristiana.

Queste considerazioni fanno diventare pressoché ovvia la risposta alla domanda iniziale. Se la legge deve esprimere, nei limiti del possibile, la morale, e se la morale naturale e cristiana vieta la pornografia, è evidente che una legge conforme al diritto naturale dovrà perseguire e reprimere la pornografia.

È opportuno aggiungere, per completezza, che non è vero che la pornografia consumata in privato "non fa male a nessuno". La statistica criminale conforta il parere di vari autorevoli criminologi, secondo i quali il dilagare della pornografia e la sessualizzazione ossessiva dell’ambiente sociale — provocata dall’invasione pornografica — favoriscono l’insorgere in numerosi soggetti delle cosiddette "perversioni ipersessuali", che portano molto spesso alla commissione di delitti contro la libertà sessuale: violenza carnale e atti di libidine violenta. È un elemento da sottoporre alla meditazione di quanti si lamentano per il moltiplicarsi degli episodi di violenza carnale e insieme, magari, si battono per liberalizzare la pornografia.

2. L’ordinamento italiano e la pornografia

In teoria, dunque, la legge deve, o dovrebbe, reprimere le manifestazioni pornografiche. In pratica, che cosa fa l’ordinamento giuridico italiano?

Esaminiamo, in breve, le principali norme che in Italia dovrebbero contrastare la pornografia, compito richiamato anche dall’art. 21 ultimo comma della Costituzione, che dichiara vietate "le manifestazioni contrarie al buon costume".

Il codice penale dà all’art. 529 una "nozione di atti e oggetti osceni", all’art. 528 prevede il delitto di pubblicazioni oscene, all’art. 725 la contravvenzione (punita con una semplice ammenda) di pubblicazioni contrarie alla pubblica decenza. Altre norme sulle pubblicazioni oscene sono contenute nella legge sulla stampa del 1948, nel precedente decreto legge 1946 n. 561, nella cosiddetta "legge Migliori" sulla pubblicità del 1960.
Per quanto riguarda il cinema e il teatro il testo più importante è la legge 21 aprile 1962 n. 161, che istituisce le commissioni di revisione. Nei limiti di una breve esposizione, mi limiterò a esaminare due aspetti fondamentali di questa normativa: la definizione di oscenità di cui all’art. 529 del codice penale e le innovazioni della citata legge 1962 n. 161.

a) L’art. 529 codice penale

L’art. 529 è la norma-cardine dell’ordinamento italiano in tema di pornografia e oscenità. Il decreto legge 1946 n. 561, pur con alcuni difetti tecnici, dà alla magistratura, e in caso di urgenza anche alla polizia, la possibilità di un efficace intervento contro le pubblicazioni oscene mediante lo strumento del sequestro. Se nella maggior parte dei casi il sequestro non scatta, questo avviene certamente per la cronica disorganizzazione della giustizia italiana, per la mentalità "libertaria" e "progressista" — tra virgolette — di alcuni magistrati, ma soprattutto avviene per la difficoltà di stabilire che cosa è osceno e che cosa non lo è alla luce dell’ambigua disposizione dell’art. 529.

Come dimostra un sommario spoglio della giurisprudenza, anche la legge Migliori contro le pubblicità pornografiche è stata in sostanza disapplicata perché, per stabilire quale pubblicità in concreto è oscena, ci si riporta ancora una volta ai criteri dell’art. 529. Tale articolo recita: "Agli effetti della legge penale si considerano osceni gli atti e gli oggetti che secondo il comune sentimento offendono il pudore. Non si considera oscena l’opera d’arte o l’opera di scienza (salvo che, per motivo diverso da quello di studio, sia offerta in vendita, venduta o comunque procurata a persona minore degli anni diciotto)". Il primo comma del 529 àncora la nozione di osceno preannunciata nella rubrica al "comune sentimento del pudore". Il diaframma che questa nozione dovrebbe opporre al dilagare della pornografia si è rivelato fragilissimo, e negli ultimi anni è completamente saltato.

Come scrive Mauro Ronco, il "comune sentimento del pudore è uno pseudoconcetto idealistico, che generalizza e ipostatizza indebitamente tutta una serie di reazioni storicamente condizionate, indefinibili, variabili sia in relazione a una stessa persona, con riferimento al variare delle sue esperienze e della sua maturità, sia in relazione alla diversità di persone: e proprio per la sua variabilità il comune sentimento del pudore non è un criterio aggettivo che possa adeguatamente corrispondere all’esigenza normativa di orientare e indirizzare il comportamento dei cittadini" (M. Ronco, Il principio della tipicità della fattispecie penale nell’ordinamento vigente, Giappichelli, Torino 1980, p. 180)

La superstizione idealistica pretende di definire l’osceno legando la definizione non a un concetto, non a una nozione, ma a un sentimento, e per di più a un sentimento comune. "Comune" sembra indicare, alla lettera, un concetto statistico: è vietato ciò che è sentito come osceno dalla maggioranza, o dalla gran parte, degli italiani. La legge abdica alla sua funzione pedagogica e si accoda al sentimento della maggioranza, offrendo ai consociati una protezione minima. Si pensi, per esempio, che cosa potrebbe accadere in un paese come l’Italia, che vanta la maggiore percentuale europea di furti, se si dovessero giudicare i ladri alla stregua di un ipotetico "comune sentimento della proprietà privata"!

L’art. 529 non indica una definizione, ma un orizzonte storicamente variabile, per cui ciò che era osceno nel 1930 (l’anno del codice) può essere lecito oggi, ciò che è osceno oggi — in virtù della accelerazione storica — fra tre mesi o tra un anno potrebbe essere permesso e così via.

De jure condito è stato proposto, in dottrina e giurisprudenza, di legare la norma al parametro dell’uomo medio, al concetto civilistico di bonus pater familias. Ma nell’acqua infida delle incertezze interpretative il buon magistrato annaspa, mentre il magistrato "progressista" e "permissivo" può muoversi a proprio agio e trovare ragioni e pretesti per assolvere tutto.

Per di più in molti casi interviene, a peggiorare la situazione, il secondo comma dell’art. 529, il quale, come dice la giurisprudenza, introduce una fictio juris che rende inoperante la sanzione penale se l’opera presenta pregi di carattere artistico o scientifico. Si tratta di una norma intrisa di pregiudizi liberali e idealisti attraverso la quale passano, come ha notato in dottrina R. Venditti, le giustificazioni pseudoculturali della pornografia. (R. Venditti, La pornografia di fronte all’ordinamento giuridico italiano, in aa.vv., Via libera alla pornografia?, Vallecchi, Firenze 1970, pp. 174). Non si può dire, tuttavia che il saggio di Venditti sia del tutto immune da quella mentalità "progressista" di cui pure denuncia gli eccessi. Per una acuta denuncia di tale mentalità vedi nello stesso volume il saggio di Augusto del Noce, L’erotismo alla conquista della società). Pregiudizi liberali, in quanto la libertà dell’artista (come quella dello scienziato) non esclude la responsabilità; il finis operantis, il movente estetico del gesto, non toglie l’intrinseca oggettività del finis operis. Altrimenti, per paradosso, un assassino esteta potrebbe addurre come giustificazione la nota frase del Manifesto Surrealista: "Il gesto artistico per eccellenza è prendere un revolver, scendere in strada e sparare sulla folla".

Pregiudizi idealisti, perché la norma nega l’unità del sapere, presuppone che l’arte possa essere giudicata solo con criteri artistici e formali, secondo l’ideale crociano che rigetta come "allòtria" ogni critica che si riferisce al contenuto. Viceversa, come scriveva il Cardinale Wojtyla nella sua opera Amore e responsabilità, "l’arte deve essere vera, e la verità sull’uomo è che egli è persona", mentre l’arte erotica offre "false immagini del reale" in quanto "mette l’accento sul sesso al fine di provocare nel lettore o nello spettatore la convinzione che i valori sessuali siano i soli valori della persona". (K. Wojtyla, Amore e responsabilità, 2° ed. it., Marietti, Torino 1978, p. 178).

La pornografia — anche sedicente artistica — può e deve essere vietata in base a un giudizio etico, giudizio che è insieme in armonia con i canoni di un’estetica conforme a ragione.

b) La legge 1962 n. 161

La normativa italiana dunque, appare paralizzata nella sua efficacia dalla definizione dell’ari. 529, fonte di innumerevoli confusioni ed equivoci. Si deve aggiungere che il quadro si è notevolmente deteriorato con la legge 1962 n. 161, che ha introdotto sui film un nulla osta di tipo amministrativo di una commissione di revisione che esamina preventivamente lo spettacolo e ne autorizza la diffusione eventualmente con il limite "vietato ai minori".

Si tratta di un provvedimento meramente amministrativo che in teoria non impedisce alla magistratura di intervenire: in pratica, però, questo sistema dualistico paralizza l’azione del magistrato, che difficilmente persegue un prodotto protetto dall’autorizzazione di un altro organo dello Stato.

Le commissioni sono presiedute da magistrati: ma su sette membri di esse, tre sono legati al mondo della produzione cinematografica. Per di più non è previsto un quorum di membri presenti perché la deliberazione sia valida: un film, perciò, può essere giudicato anche solo dagli amici dei produttori.

Il risultato — ha dichiarato il presidente della Settima Commissione Censura, il magistrato Antonio Chiavelli, in una intervista al periodico Il Settimanale — "è che questo nulla osta è diventato una sorta di bollo di Stato a favore della pornografia" (Cfr. E. Morselli, Caligola Hard Core made in Penthouse, ne "Il Settimanale", 28-11-1979, p. 71 ).

La legge 1962 n. 161, inoltre, ha voluto concedere ai pornografi una ulteriore facilitazione. L’art. 14 attribuisce la competenza per territorio per i reati commessi a mezzo cinema al tribunale nella cui giurisdizione è avvenuta la prima proiezione
del film. Si tratta di una norma inaudita, assolutamente atipica, che consente al reo di precostituirsi il giudice. Da anni assistiamo, grazie all’art. 14, alla farsa oltraggiosa di film osceni proiettati in prima nazionale in località di provincia — sempre le stesse — dove i magistrati hanno fama di essere particolarmente "democratici", "liberali", "progressisti".

Questa, dunque, la risposta — inadeguata, parziale, talora derisoria — della legge italiana alla pornografia. Che cosa può fare il consociato? Stimolare i magistrati con esposti e denuncie, certamente, e insieme controllare e giudicare i politici che in mille modi favoriscono la pornografia. Tutto questo, però, può non essere sufficiente.

La battaglia contro la pornografia è una battaglia di mentalità, è una battaglia di civiltà, contro quelle forze relativiste, immorali, atee che dopo aver detto no alla famiglia con il divorzio, no alla vita e alla salute con l’aborto e la droga, dicono no alla morale e alla responsabilità con la piaga oscena della pornografia.

Parte seconda

Pornografia, aborto, rivoluzione sessuale

Premessa

Sembrerebbe che la Rivoluzione moderna si identifichi, almeno in massima parte, con il comunismo. Viceversa, fenomeni come la pornografia e l’aborto mostrano che il processo rivoluzionario moderno comincia ad entrare, sempre di più, in una fase post-comunista. Oltre il comunismo, dopo il comunismo, la Rivoluzione manifesta una profondità nuova: dai grandi avvenimenti della vita delle nazioni e degli Stati discende in interiore homine, estende la sovversione dal corpo sociale al corpo umano, si sforza di conquistare e fagocitare ogni singolo uomo.
Plinio Corrêa de Oliveira, nella 3’ edizione italiana del suo Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, (P. Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, III ed. it. accresciuta, "Cristianità", Piacenza 1977, pp. 189-195) ha parlato di una "IV Rivoluzione" (sulla quarta rivoluzione cfr. il mio Metafisica dell’amore e rivoluzione sessuale, in "Cristianità", anno IX, n. 71, marzo 1981), successiva alla I Rivoluzione protestante-assolutista, alla II liberale-illuminista, alla III comunista. Centotrenta anni fa, il socialista Lassalle esprimeva — ex parte Revolutionis — il senso della continuità fra le prime tre Rivoluzioni. Nel suo Die Europaische Triarchie egli parlava di una incombente "terza rivoluzione", infinitamente più radicale della "prima rivoluzione" tedesca e della "seconda rivoluzione" francese. Molti anni sono passati, e ora sull’Europa incombe una quarta Rivoluzione, quella che la studiosa comunista ungherese Agnes Heller chiama "rivoluzione sociale totale", superamento della semplice "rivoluzione politica" attraverso una trasformazione radicale della struttura dei bisogni umani.

La rivoluzione sessuale, di cui la pornografia è il momento vessillare, rappresenta il fenomeno più massiccio della quarta rivoluzione. Non parlando ai ciechi, non occorrono statistiche per mostrare il dilagare della rivoluzione sessuale: ci si accorge da sé, per il solo fatto di avere gli occhi.

Si può sfuggire personalmente al divorzio (anche se non alle sue conseguenze sociali, che coinvolgono tutti), si può rifiutare di prendere la droga; ma è impossibile — di fronte all’aggressione pornografica — sottrarsi alla rivoluzione sessuale, a meno di girare bendati. La rivoluzione sessuale verifica così perfettamente l’imperativo di Mao Tze-Tung: "Ogni uomo è un obiettivo della guerra rivoluzionaria".

Come ogni rivoluzione, la rivoluzione sessuale può essere descritta nella sua meccanica mediante lo schema di Corrêa de Oliveira: rivoluzione nei fatti, nelle idee, nelle tendenze. I fatti (ciò che si percepisce, ciò che cade sotto l’esperienza sensibile) non sono la dimensione ultima della realtà: le idee — diversamente da quanto pensa Marx — non sono fiori casuali che sbocciano sul letame della storia ma, al contrario, incarnandosi nella storia determinano i fatti. E anche le idee non nascono per caso, ma su un substrato di pre-giudizi, modi di vivere, di comportarsi; in una parola, di tendenze.

1. La rivoluzione sessuale nei fatti

Quanto — anzitutto — alla rivoluzione sessuale come fatto e nei fatti, non occorre — come ho accennato — dimostrarne l’esistenza: anche se non esistessero la pornografia e gli stupri, le dottrine che riducono tutta la vita al sesso e il caos dell’immoralità dilagante, basterebbe l’aborto a dire, a gridare la tragedia e lo spessore di questa rivoluzione.

Se qui si accenna ai fatti, è piuttosto per mostrare i loro limiti. Sembrerebbe che il problema della pornografia sia soltanto un problema tecnico, giuridico o di polizia, secondo l’antico aforisma di tribunale "Da mihi factum, dabo tibi ius". Al fatto che il buon senso denuncia come un male evidente rispondono oggi in Italia leggi inadeguate: sostituiamole con buone leggi, e tutto sarà risolto.

Non illudiamoci. I sogni di ciascuno di noi sono popolati dalle speranze della vittoria, dalla speranza in un’Italia, in un mondo dove le leggi ci proteggano dalla pornografia, dall’aborto, dalla rivoluzione sessuale. Ma sappiamo fin da oggi che, vinta la battaglia — se Dio vorrà concederlo — il nostro impegno non sarà finito: occorrerà conquistare la vittoria. Se sul peccato sociale sopito non si instaurerà la conversione sociale, se dopo la legge non riusciremo a cambiare la mentalità e la cultura, fenomeni come la pornografia, benché combattuta dalla legge, rimarranno nel costume, il veleno della rivoluzione sessuale continuerà ad inquinare le nostre nazioni.

I fatti contro cui combattiamo sono la punta emergente di un iceberg: per combatterli efficacemente occorre scendere alle idee.

2. La rivoluzione sessuale nelle idee

La pestilenza della pornografia (lo dimostrano le cifre) dilaga come un’epidemia morale: ma insieme — come la pestilenza della droga — conosce degli autentici untori, che se ne fanno propagandisti e promotori. Un episodio mi sembra, al riguardo, indicativo. Le Edizioni Tattilo, note per la pubblicazione di riviste e libri "per soli uomini" (o forse — si potrebbe dire con tristezza — "per uomini soli") hanno voluto di recente cambiare genere e pubblicare un volume di filosofia, sia pure un po’ particolare: Estetica dell’osceno di Charles Gorsen. Il passaggio
è significativo: dopo la pornografia, l’apologia filosofica della pornografia; non solo l’osceno, ma l’estetica che giustifica l’osceno, che afferma che "osceno è bello", che oscenità è maturità, è capacità di autogestione per l’uomo. Questa filosofia dell’osceno aiuta a rispondere alla domanda "perché la pornografia?"
L’"eterogestione" che si rifiuta è ogni norma che vorrebbe proporsi e imporsi alla volontà e alle voglie del soggetto: e quindi ogni norma di ordine oggettivo, ogni norma morale, ogni legge.
Questa risposta profonda viene da lontano: risale — almeno – ai maestri di quella che Ricoeur ha chiamato "la scuola del sospetto": Marx, Freud, Nietzsche. Il marxismo e la psicanalisi gettano il sospetto sulla morale come dato, denunciandola rispettivamente come semplice sovrastruttura dei rapporti economici e dell’inconscio. Nietzsche insinua il sospetto anche sulla morale come valore, lasciando intendere che si tratta soltanto di un malsano ricatto verso i forti da parte dei deboli, dei vili, degli schiavi.

La pars destruens dei grandi negatori della morale ha preparato la successiva costruzione di una anti-morale infera e pansessuale. Il nostro secolo ha riscoperto de Sade: dalle case equivoche e dagli angoli più nascosti delle biblioteche di signore alla ricerca di emozioni proibite, le sue opere sono entrate nelle biblioteche e nelle università, e de Sade è stato riconosciuto come un nostro "contemporain capital", un profeta, un maestro.

Il pensiero di de Sade — così come è riassunto nell’opuscolo Francesi, ancora uno sforzo! inserito nella Philosophie dans le boudoir — si organizza intorno alla negazione di tutti i doveri: doveri verso Dio — ca va sans dire — già infranti dal regicidio di Luigi XVI, che per de Sade, secondo l’espressione di Klossowski, è "il simulacro della messa a morte di Dio", e doveri verso gli uomini. E il modo più radicale di negare i doveri verso l’altro è negare il dovere di tenerlo in vita: de Sade, apologeta della violenza e dell’omicidio, è il primo grande teorico dell’aborto. "Non è ingiusto — scrive il marchese illuminista — impedire di nascere a un essere che sarà certamente inutile. La specie umana deve essere epurata sin dalla culla: un individuo che sarà inutile alla società deve essere strappato dal suo seno: ecco i soli mezzi ragionevoli per limitare una popolazione la cui sovrabbondanza è il più dannoso degli eccessi". (Cit. nel mio Le origini della Rivoluzione sessuale, in "Cristianità", anno VII, n. 54, ottobre 1979, p. 6).

Ma de Sade va oltre, e rivela i veri obiettivi della lotta: la negazione dei doveri verso gli altri, che culmina nell’aborto e in ogni perversione, avvia a negare anche i doveri verso se stessi, fino alla dissoluzione gnostica dell’uomo come individuo e come persona nel continuum di uno psichismo collettivo, di un tutto impersonale.

De Sade adora la morte, come fine dell’individualità; in lui, come nell’Al di là del principio del piacere di Freud — scrive oggi il "filosofo del desiderio" G. Deleuze — , "la combinazione con Eros si pone come condizione per la presentazione di Thanatos" (G. Deleuze, Presentazione di Sacher-Màsoch, Bompiani, Milano 1978, p. 69).

Così, egli introduce a quella che Eric Voegelin e Augusto Del Noce hanno chiamato la gnosi moderna, in cui la sovversione rivoluzionaria riprende i tre temi fondamentali dello gnosticismo antico: un pleroma originario, unità panteistica e indistinta di tutte le cose; una caduta nelle cattive individualità del mondo fenomenico; la possibilità di un ritorno all’Uno attuato dagli iniziati gnostici attraverso tecniche particolari, tecniche in cui gioca un ruolo primario la rivoluzione sessuale.

L’atteggiamento dello gnostico moderno verso il sesso parte da una distinzione fondamentale. Il sesso ordinato alla procreazione sta dalla parte della caduta perché ogni nascita da vita a una nuova individualità e rinnova il dramma malvagio della caduta dell’indistinto originario negli individui distinti. Lo gnostico, quindi, odia la procreazione e la nega radicalmente con l’aborto: rimane un sesso sganciato totalmente dalla generazione, un sesso autonomo, un sesso per il sesso come c’è un’arte per l’arte. Questo processo, che Laing e Cooper chiamano "risessualizzazione", conduce a un sesso che per lo gnostico è "buono": l’erotismo senza fini offre orgasmi in cui l’individuo si annulla e si perde. La ricostruzione dell’unità originaria gnostica, come nota Emanuele Samek Lodovici, "avviene attraverso l’unione erotica che elimina con la polarità sessuale la sofferenza e la finitezza" (E. Samek Lodovici, Metamorfosi della gnosi, Ares, Milano 1979, pp. 9-10).

Qui sta il punto d’incontro e il legame fra aborto, pornografia e rivoluzione sessuale: con l’aborto si rifiuta di ordinare il sesso alla procreazione; resta il sesso libero, de-ordinato, dis-ordinato, il sesso dei pornografi, che è una forma rivoluzionaria e sovversiva e, per lo gnostico, lo strumento del mitico reditus all’Uno.

Il passaggio si trova già negli gnostici antichi dove – come scrive Jean Doresse nella parte sulla gnosi dell’autorevole Storia delle religioni di H.C. Puech — "l’assoluto rifiuto della procreazione trasformava l’aborto in un rito che si concludeva con la consumazione del feto da parte degli iniziati" (J. Doresse, La Gnosi, in Storia delle religioni, a cura di H.C. Puech, 2.a ed. it., Laterza, Bari 1977, vol. VIII, p. 43). Questo rito era il punto di avvio di orrori di ogni genere, sulla cui pratica presso gli gnostici antichi — scrive Doresse — "non sussiste alcun dubbio": comunione delle donne, violenze, "utilizzazione dello sperma e dei mestrui per strane comunioni", e così via. I grandi iniziati, i maestri della rivoluzione sessuale moderna — il post-freudiano Groddeck, il freud-marxista Reich, e Georges Bataille, che considerava se stesso la sintesi di tutte le rivoluzioni e che si accinse a scrivere una "Somma a-teologica" — hanno ripercorso lo stesso itinerario. Per tutti, la rivoluzione sessuale è il ritorno, attraverso un sesso abortista, cioè non-procreativo, a una Unità collettiva e originaria che preesiste e include tutti gli individui: l’Es di Groddeck, l’oceano di energia orgonica di Reich, il continuum di Bataille.

Alla scuola di questi maestri il mondo moderno – segnato dalla rivoluzione sessuale come da una grande piaga – organizza la contro-ascesi sessuale verso il Pleroma in tappe onnipervadenti che coinvolgono ognuno di noi: la pornografia, la pornologia, la pornocrazia.

La pornografia è l’iniziazione infernale offerta a tutti, un passaggio oltre la soglia di Babilonia che tuttavia già rivela tutto un mondo. In un dossier sull’argomento pubblicato dalla rivista Spirali, la pornografia è presentata come annullamento dell’individuo e negazione della soggettività in un continuum di corpi senza soggetto e senza anima: quindi, un continuum senza vita che rappresenta la morte. "Una pornografia vivente — scrive Mario Perniola — implica una negazione della soggettività..., un’ascesi nei confronti del proprio corpo, che in nessun momento può più essere definito come nostro, che non ci appartiene più; ma non per questo il corpo diventa spirito": "la pornografia vivente saggiamente sa che dietro l’epidermide, dietro l’apparenza dei corpi non c’è nulla; e, come dice Gorgia, se anche qualcosa ci fosse non può essere rappresentato; e se anche potesse essere rappresentato, non può certamente essere comunicato e spiegato agli altri" (M. Perniola, Il nudo della verità, in "Spirali", anno II, n. 10, novembre 1979, pp. 12-13). Dunque l’"altro" del corpo pornografico è la cosa in sé del pornografo, è l’ultima incarnazione del noumeno di Kant. Ma questa, spiega Franco La Polla, è una iniziazione alla morte: "L’immagine pornografica trova le ragioni della sua staticità nel fatto di essere la rappresentazione della morte [...]. La saturazione del corpo globale delle immagini, cioè la loro riduzione a un’unica immagine, a un corpo, è la miglior espressione non della morte dell’immagine ma dell’immagine della morte" (F. la Polla, Il corpo pornografico, in "Spirali", anno II, cit.. p. 19).

Dalla pornografia può svilupparsi così — secondo l’espressione di Deleuze — una autentica pomologia, una filosofia e una scienza della risessualizzazione. Mentre la scrittura — come dicono gli strutturalisti — si sfoga nel "pornogramma", il filosofo gnostico insegna che il mondo è sesso in evoluzione e che l’unica ascesi consiste nel collaborare a questa evoluzione annullando e cancellando tutto ciò che ad essa fa resistenza, a partire dalla procreazione, immagine di un sesso "statico" e "moralizzato".

E, perché l’operazione riesca, l’agitazione pornologica deve essere imposta coattivamente a tutti: nasce allora la pornocrazia, il sesso al potere, la presa del potere da parte dei sacerdoti gnostici della rivoluzione sessuale. È la democrazia del lavoro di Reich, dove il mito marxista del lavoro continuo acquista una carica erotica: è la "macchina sociale" descritta in una intervista al "Corriere della Sera" da un "signore dell’industria" nascosto sotto lo pseudonimo di Alberich, tecnocrazia prossima ventura "rigorosamente pianificata" e insieme "sminuzzata in unità (che) faranno emergere tutti gli impulsi, erotici e anche violenti", macchina "che eliminerà ogni traccia di egoismo in uno psico-dramma permanente". (La Macchina Sociale, intervista di E. Zolla, "Corriere della Sera", 27 gennaio 1975).

Forse le premesse della pornocrazia non sono lontane e possono già ravvisarsi nel tono di certa propaganda abortista prima del referendum del 1981, che presentava l’aborto come un mezzo di educazione statale e popolare a una sessualità non finalizzata alla procreazione.

3. La rivoluzione sessuale nelle tendenze

Venendo ora a conclusione ritengo che la risposta al "perché la pornografia?" debba essere cercata nella terza dimensione ulteriore ai fatti e alle idee, della rivoluzione nelle tendenze. C’è infatti un mysterium iniquitatis in questo odio contro la morale e la vita, contro le persone e contro l’uomo, che ripete a ritroso l’itinerario tante volte descritto dal regnante Pontefice: dietro la morte dell’uomo, si svela la morte di Dio, dietro l’odio per l’ordine del mondo e per l’uomo ordinato l’odio per Dio, autore di quell’ordine.

L’odio per Dio diventa esplicito nelle pagine dei profeti della rivoluzione sessuale: si potrebbe citare abbondantemente de Sade, e Reich così svela brutalmente lo scopo della rivoluzione sessuale: "con il crampo della muscolatura genitale scompare l’idea di Dio"(W. Reich, Psicologia di massa del fascismo, 2.a ed. it., Mondadori, Milano 1974. p. 127).

L’odio per quel Dio che ha detto di Sé nell’Esodo "Io sono colui che È" è odio per le essenze delle creature, impregnate di creaturalità, è odio per l’essere e culto del divenire, adorazione metafisica del divenire come "essere verso la morte" e culto della morte e del nulla.

"L’erotismo — scrive Bataille — apre la via alla morte, e la morte alla negazione della durata individuale"(G. Bataille, L’erotismo, 2.a ed. it., Mondadori, Milano 1979, p. 32).

L’odio abortista per la vita è odio per tutta la creazione, in cui la vita negata con l’aborto continua a pesare come un incubo. Abortisti erano gli antichi Manichei: ma i mostri dell’aborto turbavano i loro miti, ed essi immaginavano che aborti demoniaci fossero all’origine di tutto l’odiato "regno animale", di tutto il mondo della vita. Nel mito manicheo — come scrive Puech — "le diavolesse, nauseate dalla rotazione del cerchio dello zodiaco, al quale sono legate, partoriscono degli aborti [...], i quali, caduti in terra, divorano i germogli delle piante, assorbono in tal modo il seme e la luce e, presi da concupiscenza, si uniscono a propria volta fra loro, facendo pullulare la loro discendenza demoniaca. E questa l’origine del regno animale" (H.C. Puech, il manicheismo, in Storia delle religioni, a cura di H.C. Puech, cit., p. 202).

E l’erotismo, il ritorno erotico, è la via alla morte per negare la cattiva finitudine alla vita. Scrive Bataille ne Le lacrime di Eros — ed è una pagina su cui vale la pena di meditare —: "Nessuno oggi si accorge che l’erotismo è un mondo demente e, ben al di là delle sue forme eteree, di una profondità infernale". "Ma in me — aggiunge — la morte definitiva ha il senso di una strana vittoria: mi bagna della sua luce, apre dentro di me la risata piena di gioia: quella della sparizione!" (G. Bataille, Le lacrime di Eros, tr. it., "Arcana", Roma 1979, pp. 75-76).

Dietro la festa falsa dell’erotismo ride la morte, ride la distruzione, ride — come dimostra l’aborto — la strage omicida.

Forse, per dire basta a tutto questo, è necessario recuperare una dimensione metafisica dell’amore. È quanto insegna Karol Wojtyla nel suo mirabile Amore e responsabilità: recuperare, con la castità e la temperanza, l’abitudine a vivere secondo ragione. L’uomo — scrive il Pontefice — "deve dominare ciò che è contrario alla ragione" e compiere atti "probi". E probo è "ciò che è in accordo con la ragione, cioè che è degno dell’essere ragionevole, della persona". Una dimensione metafisica dell’amore antepone la ragione tanto al sesso che al sentimento, ancora l’amore a quella "moderazione" che è "dominio della sensibilità e dell’emotività" (K. Wojtyla, Amore e responsabilità, cit., pp. 179-181).

Molte cose si possono dire della rivoluzione sessuale, ma qui sta la chiave di volta, la soluzione positiva: vivere secondo ragione è resistere alla forza della dissoluzione. Forse, nella tragedia di oggi, i mezzi naturali non sono più sufficienti. San Tommaso ordina alla temperanza — di cui fa parte la castità — fra i doni dello Spirito Santo, il donum timoris, il dono del timore di Dio. La battaglia contro la pornografia e contro la rivoluzione sessuale è difficile ma non è disperata. Potrà essere combattuta e vinta se sapremo tornare a meditare su quello che fu il motto e l’anima di tanta cristiana saggezza: Initium sapientiae timor Domini, il timore di Dio è l’inizio di ogni vera sapienza.

 


 
   

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