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Perché George Orwell era pro-life
 di Mark Stricherz

[Da "Crisis", vol. 21, n. 12, gennaio 2004]

Ad oltre tre decenni dalla legalizzazione dell’aborto, la trama della storia non è cambiata di molto. D’accordo, la tecnologia, specialmente la crescente sofisticazione dell’ultrasuono, sta alterando il dibattito. Però se proprio adesso qualche sceneggiatore disinteressato dovesse tramutare il copione in un film, quale vi rassomiglierebbe maggiormente? Punterei il mio denaro su Inherit the Wind (1), il film del 1960 sul famoso Processo alla scimmia di Scopes del 1925 (2), nel quale un insegnante della public school fu accusato, e più tardi ritenuto colpevole, di insegnare la teoria di Darwin sull’evoluzione. Come nel dibattito odierno sull’aborto, in quel film a due dimensioni si contrappongono una destra religiosa e una sinistra intellettuale.

Nel ruolo dello statista evangelico William Jennings Bryan vi sarebbero molti pro-life. Entrambi credono che la faccenda in questione possa essere discussa solo in termini religiosi o teologici. Nel ruolo dell’avvocato razionalista Clarence Darrow vi sarebbe la maggioranza dei giudici nella Corte Suprema degli Stati Uniti. Entrambi sostengono che qualsiasi opinione controversa abbracciata dalla maggior parte delle più importanti religioni del mondo abbia per questo natura religiosa. Come ha scritto la Corte nella sentenza del processo Planned Parenthood contro Casey, la prospettiva antiabortista «si basa su una tale riverenza per il miracolo della creazione che qualsiasi gravidanza dovrebbe essere ben accetta e portata a termine». Nel ruolo dello scettico H.L. Mencken vi sarebbero invece i media americani, che descrivono frequentemente i pro-life «zeloti» o - com'è il caso dell’editorialista del Washington Post Rick Weiss, che il 17 gennaio 2002 scriveva riguardo gli oppositori di ogni forma di clonazione umana - talebani.

Quindi il dibattito sull’aborto è a questo punto. In un paio di decenni, tuttavia, la tecnologia ne muterà probabilmente i termini. E quando ciò accadrà, un futuro sceneggiatore dovrà aggiungere un’altra figura alla trama. Il mio candidato per il ruolo sarebbe lo scrittore inglese pro-life George Orwell (1903-1950). Orwell è certamente una scelta poco ortodossa, essendo meglio conosciuto come preveggente critico del comunismo - come nella Fattoria degli animali (1945) e in 1984 (1949) - e dell’imperialismo, in Giorni in Birmania (1934) e nel saggio L’uccisione dell’elefante (1936). Orwell era anche socialista, come evidenziato in La strada di Wigan Pier e in Omaggio alla Catalogna (1937). Ciò nonostante Orwell - detestando l’argomentazione per cui ciò debba costituire una decisione privata - è stato un coerente oppositore dell’aborto. Scriveva nel saggio Gli inglesi (1944): «Nell’Inghilterra degli ultimi trent’anni tutto è sembrato troppo naturale […] tanto che l’aborto, teoricamente illegale, dovette essere considerato nient’altro che un peccatuccio».

Tuttavia la posizione pro-life poco ortodossa di Orwell è precisamente il motivo per cui è una scelta perfetta. Essa indebolisce due delle principali argomentazioni utilizzate contro gli avversari dell’aborto. Per esempio, Orwell ha dimostrato come si possa essere oppositori dell’aborto legalizzato in termini esclusivamente morali e razionali. La sua argomentazione è importante anche in termini di identità: Orwell ha dimostrato come i pro-life non debbano essere necessariamente dei credenti. Orwell stesso era agnostico, fatta eccezione per un breve periodo all’inizio degli anni ’30 quando frequentò regolarmente la chiesa. Ma questo fatto non cambia certamente nulla della sostanza della sua argomentazione.

In questo caso, ancora una volta, la nostra intellighentzja afferma l’esatto opposto. Se un individuo esprime argomentazioni morali e razionali pro-life, secondo l'intellighentzja lui/lei deve essere credente. Nel descrivere i primi leader del movimento antiabortista in un’intervista rilasciata a Christianity Today nel 1998, la giornalista Cynthia Gorney - autrice di Articles of Faith. A Frontline History of the Abortion Wars - ha sostenuto che «qualsiasi cosa essi conoscessero del mondo, la conoscevano in quanto cattolici. Conoscevano la geometria in quanto cattolici. Conoscevano la storia americana in quanto cattolici. Conoscevano il catechismo in quanto cattolici».

La contrarietà di Orwell nei confronti dell’aborto potrebbe perciò sembrare sorprendente. Non dovrebbe esserlo: essa appartiene semplicemente ad una tradizione pro-life alternativa, fondata su principi democratici e umanitari. Questo fatto mette in luce non solo la natura popolare della sua filosofia e della posizione pro-life, ma anche l’elitarismo meritocratico dei nostri giornalisti, giudici e intellettuali pro-choice.

Alla scoperta di Gorge Orwell

L’asserzione che i pro-life siano credenti è stata sempre debole; dopo tutto, molte persone non religiose si oppongono alla pena di morte e alla guerra. Nel caso di Orwell, il massimo che si può dire di lui è che egli si sia sentito a suo agio all’interno della tradizione cristiana. Sposatosi e sepolto secondo il rito della Chiesa d’Inghilterra, fece inoltre battezzare il figlio adottivo Richard. Ciò non equivale tuttavia ad affermare che fosse un autentico credente. Nel corso della sua carriera criticò la credenza cristiana nell’immortalità dell’anima. Oltretutto La figlia del reverendo (1935), l’unico romanzo religioso che scrisse, tratta della perdita della fede cristiana; l’eroina Doroty Hare al termine del romanzo si rende conto che «la fede e la mancanza di fede sono assolutamente la stessa cosa, a condizione di fare ciò che è usuale, utile e ben accetto». Quindi la storia di come Orwell sia divenuto pro-life mal si adatta alle solite categorie identificative individuali (religione, sesso, razza e così via).

Piuttosto questa verte su concetti sociologici caduti in disgrazia: la classe sociale e l’occupazione. Orwell come nessun altro è stato simile ad alcuni dei personaggi di Bandiere nella polvere (1929) di Faulkner: membro di un’élite soppiantata, un po’ corrotta, alla ricerca di un posto nel mondo moderno. Eccetto che, a differenza di quelli, Orwell troverà il suo posto all'interno della borghesia e delle tradizioni dei colletti blu dell’Inghilterra d’inizio XX secolo.

Orwell nasce con il nome di Eric Arthur Blair il 25 giugno 1903 a Motihari, Bengala. La sua famiglia, di origine anglo-indiana, appartiene a una tradizione gentilizia che non ha un diretto equivalente nell’America moderna. La maggior parte delle nostre famiglie sono di estrazione borghese: il padre e/o la madre lavorano nel settore privato e orientano le loro ore non-lavorative intorno alla vita familiare. Ma mentre il nostro sistema di classe si basa sul denaro e l’istruzione, l’Inghilterra edoardiana si basava ancora prevalentemente sul lignaggio familiare, sulla terra e sullo status sociale. In questo sistema, la gentilità era parte di un’élite, che fungeva alla stregua di classe guerriera e sacerdotale. Il padre serviva la Chiesa d’Inghilterra o l’Impero e conferiva alla famiglia un valore secondario. Mr. Blair, il padre di Eric, è stato un esempio tipico al riguardo: lavorava per l’Opium Department del governo indiano, e vedrà Eric solo all'età di otto anni.

I primi anni di vita di Eric sembrano essere stati un esempio tipico di questa tradizione elitaria. Eric Impara a sparare col fucile fin dall’infanzia, frequenta il public college (cioè la scuola privata) dall’età di otto anni, mentre a diciannove si arruola nella polizia imperiale indiana in Birmania. Infatti nel corso della sua vita Blair ha conservato un po' del codice morale della gentilità inglese. Coraggioso fisicamente (nella prima guerra mondiale perse la vita una più alta percentuale di uomini della upper-class piuttosto che di appartenenti alle classi inferiori), Orwell ha combattuto come soldato in Spagna e, come attestato dalla sua carriera letteraria, ha dato prova di senso civico.

Più tardi Blair abbandonerà in larga misura questo retaggio elitario, in parte secondo motivazioni di natura sociale. Quando l’impero comincia a svanire, la gentilità cade in declino. Blair ha immortalato in maniera memorabile il suo mutamento sociale ne La strada di Wigan Pier (1937): «Non apro mai uno dei libri di Kipling o non entro mai in uno di quegli enormi negozi malconci che erano una volta la meta favorita dell’alto ceto medio, senza pensare "Mutamento e decadenza in tutto quello che vedo intorno"».

L’altro motivo per cui Blair si sbarazza della sua tradizione gentilizia ha natura morale. Durante i cinque anni da poliziotto in Birmania Orwell è testimone diretto - e inorridito - dell'oppressione e del razzismo sistematici da parte dell’Impero. L’uccisione dell’elefante è tutto incentrato sul modo in cui la legge dell’Impero costringe gli individui a commettere crudeltà. In maniera analoga, il suo romanzo Giorni in Birmania (1934) ritrae il razzismo, lo snobismo e la stupidità della classe anglo-indiana. Nel 192, terminata la leva quinquennale, ritorna a casa profondamente contrito. «Ero gravato da un immenso senso di colpa che dovevo espiare», ha scritto in La strada di Wigan Pier. «Sentivo di dover sottrarmi non soltanto dall’imperialismo ma da ogni forma di dominio dell’uomo sull’uomo».

Per fare ammenda Blair vivrà di tanto in tanto i successivi quattro anni tra i senzatetto e i poveri di Parigi e Londra. Il suo primo libro, Senza un soldo a Parigi e Londra (1933), racconta - seppure con humour - l’indegnità e le privazioni di una simile vita. Poco prima della pubblicazione del libro, Blair adotterà uno pseudonimo: George Orwell. Il cambio di nome simboleggia la sua nuova identità, ma per diversi anni, circa dal 1928 fino al 1936, non sarà chiaro cosa significasse quell’identità.

Inzialmente Orwell disprezza i valori delle classi medio-borghesi, negozianti, mercanti e professionisti la cui ascesa al potere è stata raccontata da Charles Dickens nei suoi romanzi. Sebbene costoro stessero livellando le condizioni di partenza della società britannica, questi sviluppi ad Orwell parvero aprire le porte al denaro e all’avidità. Orwell non potrà esprimere questi mutamenti valoriali in maniera più efficace di quanto fatto nel prologo di Fiorirà l’aspidistra (1936). La parola «carità» del famoso passaggio della 1 Corinti 13 di San Paolo viene sostituita dalla parola «denaro»: «il denaro sa resistere a lungo, ed è benigno; il denaro non invidia, non procede perversamente…».

Per contrasto Orwell ammira molto la vita della classe proletaria, specialmente il sentimento fraterno e la grintositá. In Senza un soldo a Parigi e a Londra, La figlia del reverendo, La strada di Wigan Pier, il personaggio signorile entra in contatto con la classe operaia e abbraccia parte della tradizione proletaria. Tuttavia Orwell si rendeva conto di non appartenere del tutto né a una né all’altra: parlava con un accento della upper class, possedeva le maniere e le abitudini di un gentleman, come racconta nella seconda parte della Strada di Wigan Pier.

Orwell ama l’indipendenza della tradizione artistica bohémien. In effetti per la maggior parte della sua carriera è stato uno scrittore freelance al soldo di modeste e poco remunerative pubblicazioni di stampo socialista. Orwell apprezza però la sua carenza emozionale e fisica. All’inizio degli anni ‘30 vive in patria e svolge una serie di lavori saltuari come insegnante e maestro privato. Infine nel marzo del 1935 incontra la futura moglie Eileen O’Shaugnessy, studentessa universitaria in Psicologia presso lo University College di Londra. Nel giugno del 1936 si sposano. Grazie a questa prima accettazione della vita borghese l’identità di Orwell finalmente comincia a prendere forma.

L’accettazione dei valori della classe media

Cos’ha a che fare questa svolta nei sistemi di valore con l’atteggiamento pro-life di Orwell? Con l’abbracciare la stabilità della vita coniugale del ceto medio, Orwell stava anche accettando i valori del ceto medio: rispetto, prudenza, onestà. Sebbene ciò non implicasse un'adesione religiosa, Orwell proverà un rispetto e un legame più forti nei confronti dei suoi pari grado borghesi che per il suo passato gentilizio. Il suo romanzo Fiorirà l‘aspidisira del 1936 è un segno di quel rapporto: «Keep the Red Flag Flying» (3) era lo slogan tradizionale del Partito Laburista britannico. Nel sostituire la parola «red» (rosso, N.d.T.) con aspidistra, una pianta piena di foglie verdi in grado di sopravvivere in climi rigidi, Orwell encomiava la robustezza e la parsimonia, due qualità delle tradizioni borghesi e proletarie. È in questo romanzo sui valori borghesi che Orwell getta le basi del suo ragionamento logico contro l’aborto.
                              
Gordon Comstock, il ventinovenne protagonista di Fiorirà l’aspidistra, è molto simile allo stesso Orwell di quel tempo. Gordon proviene da una famiglia signorile decaduta che si dibatte in una società dominata dal denaro e sceglie presto uno stile di vita bohémien. Dopo aver piantato il suo ben remunerato lavoro di pubblicitario, Gordon tenta di diventare un poeta mantenendosi come commesso in un negozio di libri, però con poco successo. Dopo la vendita di una poesia ad una rivista, sperpera il denaro dandosi all’alcool e alla dissolutezza. Verso i tre quarti del romanzo, Gordon si trova di fronte un problema molto più grande. La sua ragazza, Rosemary, annuncia inaspettatamente di essere incinta di un figlio. Sono entrambi confusi: «Non pensava al piccolo come a un essere vivente», è la reazione di un Gordon atterrito. «È un disastro puro e semplice».

Altri personaggi della letteratura si sono confrontati in precedenza con lo stesso dilemma, ma ciò che contraddistingue la decisione di Gordon non consiste semplicemente nel fatto che sceglie la vita: è il modo di operare questa scelta. Una volta riconosciuta la natura umana del figlio non ancora nato, Gordon si identifica consciamente coi valori della classe operaia.

Gordon chiama Rosemary per dirle di tenere il piccolo, e lei ne è entusiasta. Promette di riprendere il suo vecchio lavoro di agente pubblicitario e di sposarla: il bohémien ha finalmente messo la testa a posto. Sulla strada di casa, incappa in un vicinato popolato da piccoli impiegati, viaggiatori di commercio e commessi di negozio. Guardandosi attorno, Gordon riflette: «Quei piccoli borghesi là, dietro le loro tendine ricamate, coi loro figli. i loro mobili dozzinali e le loro aspidistre, essi vivevano secondo il codice del denaro, senza dubbio, e riuscivano ciò nonostante a conservare la loro dignità. Avevano le loro norme, i loro inviolabili punti d’onore. Si “mantenevano rispettabili”: facevano garrire le loro aspidistre, come bandiere».

Gordon si spoglia dei suoi valori da artista; getta nella fogna un importante componimento poetico sul quale stava lavorando, un gesto che simboleggia il suo cambiamento. Inizialmente Gordon aveva osservato come, al contrario, le famiglie gentilizie decadute non tenessero in gran conto il fatto di mettere al mondo e crescere dei figli. Nel riflettere suoi propri parenti, nobili decaduti, nessuno dei quali aveva dei figli, Gordon deduce: «Era notevole fin da allora che essi avevano perduto ogni stimolo a riprodursi. Erano una di quelle famiglie deprimenti, cosi comuni nel ceto medio, in seno alle quali non avviene mai nulla». Dall’ultima frase del libro siamo certi che Gordon ha abbracciato la classe proletaria: «Tutto sommato, qualcosa di nuovo accadeva ancora nella famiglia Comstock».

Orwell però non considerava affatto relativi questi valori. Essi erano assoluti, universalmente validi. Come hanno suggerito i biografi di Orwell Peter Stansky e William Abrahams, Fiorirà l‘aspidistra è un’affermazione della vita sul desiderio di morte dell’epoca moderna. Infatti, caso unico nel nove romanzi di Orwell, i! protagonista di Fiorirà l‘aspidistra vince forti organizzazioni sociali, raggiungendo di conseguenza felicità e conoscenza di se stesso. Confrontate questo esito con quelli di Giorni in Birmania, La figlia del reverendo, Una boccata d’aria, La fattoria degli animali e 1984. In quei romanzi i personaggi principali sono spiritualmente annientati, rassegnati, oppure trovano la morte, sopraffatti dallo squallore della modernità.

La «creaturina mostruosa»

Il mito che la posizione pro-life sia radicata solamente in prospettive teologiche e religiose è stato mandato all’aria da Orwell. In Fiorirà l’aspidistra Gordon è contrario all’aborto in conseguenza di un riferimento alla sola ragione e alla coscienza morale.

Dopo che Rosemary annuncia la notizia della sua gravidanza non programmata e afferma di stare considerando di abortire, Gordon si dice «disgustato» dal pensiero di una simile azione. La sua risposta è istintiva, sta «andando a naso». Nonostante la facile lusinga di un tale approccio, si tratta di un metodo traballante per prendere una decisione. Gli istinti della gente variano, e spesso la nostra conoscenza è erronea o parziale; nessuno raccomanda di andare a naso nello scegliere una macchina o delle azioni in borsa. Tuttavia proprio queste sono le motivazioni per cui molti, intellettuali inclusi, sono favorevoli al diritto di abortire. Nel libro di Christopher Hitchens - in gran parte assurdo - The Missionary Position: Mother Teresa in Theory and Practice del 1995, il sostegno all’aborto durante i primi tre mesi trova giustificazione in questa maniera: «Se un ovulo fecondato è in tutto un essere umano, allora ogni interruzione della gravidanza, a ogni stadio e per qualsiasi motivo, deve essere considerata alla stregua di un omicidio. Ciò risulta offensivo nei confronti di ogni naturale e istintiva sensibilità per le donne incinte e per coloro che ne occupano l’utero, poiché offusca la distinzione tra gruppo di cellule embrionali e essere umano con un sistema nervoso centrale» (infatti nel suo recente libro Why Orwell Matters Hitchens attribuisce al fare «affidamento all’istintività» di Orwell la sua posizione pro-life. Quando si dice la proiezione dei propri valori)

Al contrario, Gordon non é soddisfatto del suo istinto. Assediato da interrogativi sulla gravidanza, cerca un fondamento più stabile per la sua decisione. Si incammina verso la più vicina libreria pubblica e vi trova un libro sull’embriologia umana, nel quale osserva illustrazioni di feti di sei e nove settimane. In altre parole, utilizza il metodo scientifico. Gordon ottiene risultati verificabili a partire da un ragionamento logico basato su fatti osservabili. L'osservazione delle riproduzioni provoca in lui questi pensieri: «Il suo bambino gli era parso reale dal momento in cui Rosemary aveva parlato di aborto. Ma qui, sotto gli occhi, aveva il processo vero e proprio dell’accadimento. Eccola là, la creaturina mostruosa, non più grossa di un grano di ribes, ch’egli aveva creato col suo atto imprudente. Il suo avvenire, forse la continuazione della sua esistenza, dipendevano da lui. E poi, era un frammento di Gordon Comstock, era Gordon Comstock. Chi poteva osar di scansare una responsabilità cosi grande?».

È importante notare cosa Gordon assolutamente non faccia in questo caso. Non va alla ricerca di un prete o consulta la Bibbia, come presumerebbe la maggior parte della nostra intellighentzja. Nemmeno si consulta con genitori o vicini, confidando nella loro autorità.

Al contrario, la sua decisione ha fondamenti empirici e scientifici. Che Orwell si sia rivolto alla scienza e alla ragione non è sorprendente. Si può affermare con certezza che nel corso della sua carriera egli abbia messo in pratica il metodo scientifico, traendo conclusioni logiche dai fatti osservati nella vita di ogni giorno. Come ha scritto nel saggio Cos’è la scienza del 26 ottobre 1945, «Decisamente, l’istruzione scientifica dovrebbe comportare l’inculcamento di un atteggiamento mentale razionale, scettico ed empirico. Dovrebbe comportare l’acquisizione di un metodo — un metodo che possa essere impiegato per ogni problema da affrontare — e non la semplice accumulazione di molti fatti».

Ma la scienza non è un valore in sé e di per se stessa; é uno strumento che utilizziamo per prendere decisioni. Come indica il passaggio succitato, l’interpretazione scientifica di Gordon lo conduce ad un cambiamento dei suoi valori morali. È mosso dalla pietà; egli confronta «la creaturina mostruosa» col suo «atto imprudente». Gordon è mosso da un senso del dovere: la «continuazione dell’esistenza» dell’embrione dipende dalla sua decisione di non abortire. Ed é mosso dalla percezione della sostanziale natura umana dell’embrione: «Era Gordon Comstock».

Appelli alla pietà, al dovere e all’umanità: ciò non è esclusiva della teologia cristiana di destra. Sono ingredienti essenziali della coscienza umana. Tutti noi ne possediamo una. Quando offuschiamo o soffochiamo la coscienza, ecco che la decisione di abortire diventa molto più facile.

La Rivolta dei Meritocrati

Naturalmente Orwell non é l’unico intellettuale ad essere stato simultaneamente pro-life e non credente. Tali sono stati, a quanto ne so, Nat Hentoff e Kesey, per non menzionare il giuramento di Ippocrate in medicina o la Carta dei diritti umani delle Nazioni Unite nel 1948. Per quanto la lista sia breve, essa rappresenta certamente una particolare tradizione all’interno della causa pro-life, una tradizione invariabilmente ignorata dalla maggior parte della nostra intellighentzja.

Infatti, sarà utile capovolgere la situazione a danno dei nostri giornalisti, giudici e intellettuali pro-choice e dare un’occhiata alle loro identità. Essi fanno parte dell’élite del mandarini o dei meritocrati. Hanno frequentato le scuole della Ivy League, diventando degli intellettuali di professione. La loro virtù è costituita dalla fede nell’opportunità e nella diversità. Ma la loro pecca è la generale mancanza del senso di responsabilità e, strano a dirsi, di ragionamento scientifico.

Essi danno per scontato che né Orwell né i pro-life siano individui rigorosi o razionali. Infatti questi meritocrati fanno assegnamento sull’istinto. Hanno poca considerazione della coscienza morale, e la loro è decisamente vacillante. Al contrario, la fedeltà a principi morali rigorosi é fondamentale per i credenti e per Orwell, definito dal romanziere V. S. Pritchett «la rigida coscienza di una generazione».

Questo non per affermare che la causa pro-choice sia elitaria; la maggior parte delle donne autrici ogni anno di 1,3 milioni di aborti nel paese proviene dalle fila della classe povera e operaia. Ma il suo fondamento teorico certamente non è popolare. Non si basa sulla ragione, sulla coscienza morale o sui valori propri della classe che sostiene di rappresentare.

Invece la visione del mondo pro-choice é una sorta di elitarismo secolarizzato. Essa si basa su quello che Orwell in un saggio del 1944 sull’artista Salvador Dali ha definito il «beneficio del clero» (4), grazie al quale le elite si esentano dalle norme morali che vincolano gli individui «ordinari». Questo è assolutamente vero; come definire altrimenti la posizione espressa chiaramente dall’ex governatore di New York Mario Cuomo: «Personalmente sono contrario all’aborto ma non voglio imporre ad altri le mie opinioni»?

Orwell non sapeva che farsene di un tale ambiguo relativismo. La verità della questione era ovvia per lui, facilmente comprensibile per chiunque scegliesse di considerare la situazione con sguardo limpido e mentalità scientifica. Come spiegato in Benefit of Clergy, «Si può capire quanto sia falsa questa opinione se la estendiamo al crimine ordinario... Nessuno direbbe che una donna incinta debba poter commettere un omicidio, né qualcuno avanzerebbe una simile rivendicazione per l’artista, per quanto dotato».

Se solo le elite favorevoli all’aborto, così impegnate nel rigettare la causa pro-life a cagione della sua irrazionalità, potessero vedere la verità chiaramente come Orwell.

Mark Stricherz, dal 2003 membro della Phillips Foundation, è uno scrittore, vive a Washington, D.C.

NOTE (a cura del traduttore)

(1) Titolo in Italia: E l’uomo creo Satana.

(2) http://www.nemesi.net/monkey.htm

(3) «Keep the Red Flag Flying» significa «Sventola la bandiera rossa», slogan del Partito Laburista; il titolo originale del libro di Orwell è «Keep the Aspidistra Flying», dunque un gioco di parole.

(4) G. Orwell, Benefit of Clergy. Some Notes on Salvador Dalì, 1944.

N.B. Le citazioni in italiano delle opere di Orwell, salvo La figlia del reverendo, sono tratte dalle traduzioni italiane pubblicate dalle Edizioni Mondadori.

 


 
   

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