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Il grido silenzioso



 

«Da vera femminista dico no alla Ru 486»
 di Pierangelo Giovanetti, da Melbourne 

Intervista a Renate Klein.

[Da "Avvenire", 23 febbraio 2006]

Non è cattolica. Non appartiene al Movimento per la vita australiano. È una femminista convinta, docente di Diritti della donna e delle problematiche femminili alla Deakin University di Melbourne. E proprio per questo Renate Klein, origini svizzero-tedesche, è una convinta sostenitrice della lotta contro la pillola abortiva Ru 486. «Perché è un farmaco contro le donne, contro la loro salute, contro la loro vita», spiega decisa.

«Chi dice che è una scelta che dà loro maggiore libertà, mente. Ora che anche la Camera dei Deputati ha liberalizzato in Australia l’aborto chimico, le donne si troveranno ad abortire da sole, senza un medico a fianco, con gravi controindicazioni per il loro organismo. È la vittoria delle case farmaceutiche. Alle donne toccherà fare da cavia delle sperimentazioni in atto, visto che non sono ancora noti tutti gli effetti collaterali della pillola».
Renate Klein è tra le voci laiche più autorevoli in Australia del movimento contro la Ru 486. È autrice di una approfondita ricerca condotta con altre due scienziate, Janice Raymond e Lynette Dumble, dal titolo Ru 486: Misconceptions, Myths and Morals, in cui affronta gli aspetti storici, scientifici ed etici della pillola abortiva. «Dobbiamo unirci, cattolici, laici e credenti in ogni altra religione, in questa battaglia di civiltà», aggiunge con forza. «Ricordiamoci una cosa: l’obiettivo che sta dietro l’aborto chimico è quello di farne un aggressivo strumento di controllo delle nascite, che sarà usato soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. E qui risulterà ancora più facile confondere le statistiche sulle vittime della Ru 486. Chi potrà stabilire se una donna è morta dissanguata o per gli effetti tossici della pillola abortiva?».

Renate Klein, perché lei, femminista radicale, è così contraria alla Ru 486? 

«Perché non è sicura e non amplierà, come semplicisticamente sostengono i movimenti pro-choice, le possibilità di scelta della donna. La Ru 486 è imprevedibile nei suoi effetti: l’aborto si può prolungare per oltre due settimane, con nausea, perdite di sangue, vomito e contrazioni dolorose. Una donna su dieci avrà comunque bisogno di un intervento per portare a termine l’aborto. Pensate cosa accadrà nei territori isolati dell’Australia, lontani dagli ospedali. La decisione del Parlamento federale di Canberra, che ha "liberalizzato" l’uso della pillola, metterà più a rischio la vita delle donne».

Perché non ritiene la Ru 486 un farmaco sicuro? 

«Perché è ancora in fase di sperimentazione. La comunità scientifica ha registrato cinque casi negli Stati Uniti e in Canada di donne morte durante l’assunzione della pillola. A questi vanno aggiunti altri due decessi in Gran Bretagna e uno in Svezia. Paradossalmente mentre medici e scienziati a livello mondiale si stanno interrogando su queste morti, in Australia di fatto è stato dato il via libera alla sua messa in vendita. La Ru 486 inoltre ha prescrizioni molto circoscritte. Non va presa dalle donne sotto i 18 anni e da quelle sopra i 35 anni, pena pesanti controindicazioni. Poi non deve essere presa da soggetti di peso superiore ai 75 chili. Non si sa che effetti dà se chi l’assume soffre di asma. In tutti questi casi, se la gravidanza non viene interrotta, si presenta il forte rischio di gravi malformazioni del bambino».

Come mai la pillola abortiva fa male alle giovanissime? 

«Chi ha meno di 18 anni può accusare disturbi nel completamento dello sviluppo, con il rischio dell’infertilità. Le case farmaceutiche non lo dicono, ma queste ragazze rischiano di non potere poi avere più bambini. Il sogno dell’industria è arrivare a far sì che le strutture mediche non forniscano più l’assistenza in caso di aborto e che invece l’aborto a livello mondiale sia portato avanti in maniera chimica, attraverso una produzione di massa della Ru 486».

È strano che in una società sempre più alla ricerca di prodotti naturali e di stili di vita e metodi di cura alternativi a quelli chimici, non crei problema l’uso di un farmaco così rischioso. 

«Purtroppo non c’è la consapevolezza diffusa di ciò che la Ru 486 vuol dire. La smerciano ancora come una libertà in più per la donna. Così vediamo da una parte crescere in Australia l’uso di prodotti naturali in ogni campo, dal cibo alla cosmesi alla medicina alternativa, con l’intento preciso di introdurre la quantità minima di veleni chimici nell’organismo. Dall’altra si fa una battaglia ideologica per liberalizzare l’uso di sostanze chimiche abortive. È un controsenso».

Che indicazioni si possono trarre dai casi medici registrati in altri Paesi? 

«Se guardiamo alla donna morta in Canada nel 2001, vediamo che la Ru 486 indebolisce fortemente il sistema immunitario, rendendo impossibile per la paziente combattere i batteri. Questo conduce a uno shock settico e a morte rapida. Perciò il Canada ha bloccato le sperimentazioni e la vendita della Ru 486 non è consentita. Le quattro morti avvenute in California in un primo tempo furono attribuite a pillole contaminate, ma questo si è dimostrato falso. Di fatto, quindi, i rischi permangono e si è risolto semplicemente mettendo in guardia le donne che fanno uso della Ru 486 che questa può causare infezioni. I casi di morte registrati, infatti, riguardavano tutti donne sane e senza problemi fisici particolari. Ora, se i sintomi della pillola abortiva sono gli stessi di un’infezione (nausea, perdite di sangue vaginali, crampi, dolori alla schiena), come si può distinguere se si tratta del normale processo abortivo o se invece è in corso un’infezione dagli esiti mortali?».

Esiste una registrazione di tutti i casi di utilizzo della Ru 486 che hanno comportato complicazioni? 

«No. Difatti la vicenda di una delle donne morte in California è venuta alla luce perché la famiglia ha ordinato un’autopsia privata. Ma chissà quante altre morti sono avvenute a seguito dell’utilizzo della pillola abortiva, senza che se ne sia a conoscenza. Del resto negli Stati Uniti non è obbligatorio, e si calcola che solo nel 10% dei casi vengono registrati gli effetti collaterali dei farmaci, di qualunque farmaco. Comunque anche i soli casi registrati di effetti collaterali di vario tipo ammontano a parecchie centinaia. Solo le donne che hanno richiesto trasfusioni di sangue dopo l’assunzione della Ru 486 sono quasi un centinaio».

Ora che il Parlamento australiano ha deciso la liberalizzazione del farmaco, delegando la questione al TGA (l’ente di valutazione dei farmaci) entro l’anno la Ru 486 sarà disponibile al pubblico nelle farmacie. Come pensa di continuare la sua battaglia? 

«La sconfitta al Senato e alla Camera dei Rappresentanti non deve fermare tutto. Dobbiamo continuare in questo impegno per coscientizzare l’opinione pubblica sui gravi rischi che l’aborto chimico comporta. Per questo occorre una forte mobilitazione popolare. In secondo luogo, spetterà soprattutto a medici, docenti universitari, ma anche a volontari qualificati mantenere sempre monitorato ogni tipo di informazione e di decisione sulla Ru 486. Ogni informazione nuova che si riuscirà a ricavare, ogni notizia che dai centri di ricerca e dalle sperimentazioni in atto si riuscirà a raccogliere, servirà a creare un quadro più completo sulla pillola e sui suoi effetti. Io continuerò a parlarne in incontri pubblici e intendo pubblicare ancora scritti e testi di approfondimento sulla questione. Dobbiamo stare in guardia. E proprio le donne dovrebbero essere le prime a condurre questa battaglia».

 


 
   

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