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Il grido silenzioso



 

L’ideologia dei "diritti riproduttivi" secondo le Nazioni Unite
 di Eugenia Roccella 

[Da "il Foglio", 22 giugno 2005]

Oggi, nel mondo, la sterilizzazione è il metodo più diffuso di controllo delle nascite. Secondo stime del 1995, 150 milioni di donne in età riproduttiva hanno fatto ricorso alla legatura delle tube; di queste, 138 milioni vivono in paesi in via di sviluppo. Questo dato impressionante, insieme a molti altri, si può trovare in Contro il cristianesimo, l’Onu e l’Unione Europea come nuova ideologia, scritto da Lucetta Scaraffia e da me (con appendici curate da Assuntina Morresi), e appena pubblicato da Piemme. Nel libro abbiamo voluto mettere a fuoco i motivi del contenzioso che si è aperto, negli ultimi anni, tra organismi internazionali e Vaticano sulla politica dei diritti umani. L’elemento centrale del contendere sono i cosiddetti diritti riproduttivi; i quali nell’accezione dell’Onu sono, più che altro, diritti a non riprodursi. La politica delle Nazioni Unite su questo tema, infatti, segue un doppio binario: da una parte si inzeppano risoluzioni e documenti di proclami sulla libera scelta delle donne (ma contemporaneamente si espelle dal vocabolario internazionale il termine maternità); dall’altra, attraverso organismi come l’Unfpa (il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione ), si finanziano e promuovono campagne di controllo demografico molto pressanti e talvolta prive di sostanziale rispetto nei confronti delle donne e della loro concreta libertà.
Su questa tesi, suffragata da cifre ed esempi, si sono concentrate le critiche incrociate di Sergio Luzzatto che ne ha scritto sul Corriere della Sera dell’11 giugno scorso, e di Emma Bonino, nel suo intervento alla recente "assemblea dei mille" post referendaria, organizzata dai radicali italiani a Roma.
Luzzatto liquida la questione etichettando sbrigativamente le autrici del libro come “propagandiste di Ratzinger” (e però concedendo loro, sia pure a malincuore, la qualifica di neofemministe). Sui dati e sui singoli casi nemmeno entra, e si limita a buttare là un’unica obiezione: ma come, non avete sfogliato il rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità per il 2005? Basta dargli un’occhiata per capire che c’è qualcuno, nel mondo, che si occupa efficacemente di salute riproduttiva, aborti, mortalità da parto. Qualcuno che le donne le aiuta davvero. E cita un numero per tutti:“Ogni giorno che Dio manda in terra, 1500 donne muoiono per cause mediche legate alla loro condizione di madri”.
E’ proprio qui il problema. C’è una sproporzione evidente, nelle politiche internazionali sulla salute riproduttiva, tra l’intensità dell’intervento per il controllo delle nascite, e quello per la tutela della maternità. Mentre ormai in tutto il mondo il tasso di fertilità continua a scendere, quello di mortalità da parto rimane sostanzialmente invariato. Nel rapporto Oms 2005, lo stesso citato da Luzzatto, c’è un capitolo intitolato significativamente “Pochi segni di miglioramento nella salute materna”, e il dato fornito è tragicamente identico a quello riportato nel nostro testo: 529.000 donne continuano a morire ogni anno per complicazioni da parto. L’interesse dei governi (e quello dell’Onu) è mirato moltissimo al controllo demografico, per ottenere corpose riduzioni delle nascite nei paesi terzi, e pochissimo alla protezione della maternità.
Un rapporto del 2004 della Società di Ostetricia e Ginecologia canadese (citato nel libro) conferma la divaricazione tra intenzioni e realtà: “Nonostante la priorità attribuita alla maternità sicura e alla salute dei bambini da numerose convenzioni, dalla Conferenza sulla popolazione del 1994 al Cairo fino ai più recenti Obiettivi del Millennio, globalmente la cifra della mortalità materna e infantile rimane alta in modo allarmante”. Non è di buone intenzioni (o di buone dichiarazioni), che manca l’Onu, ma spesso di buone pratiche. Secondo lo stesso documento, gli obiettivi di riduzione della mortalità materna falliscono “non per mancanza di conoscenze o di offerta tecnologica, ma per mancanza di impegno nell’azione”, cioè di investimenti specifici e di volontà politica.
Emma Bonino, invece, sintetizza così il senso del libro: “Insomma, l’Africa muore perchè le Nazioni Unite promuovono la legalizzazione dell’aborto…” E contro questa tesi di comodo –mai avanzata dalle autrici- ribatte: “in realtà si muore di parto, si muore di AIDS...il problema dell’Africa è che manca tutto il resto”. Se la Bonino avesse letto il libro, si accorgerebbe di ripetere esattamente quel che abbiamo scritto. Cito da pag.129: “In Africa si lotta per la sopravvivenza, contro l’alta percentuale di mortalità materna e infantile (che in alcune regioni, negli ultimi anni, è persino aumentata) e contro le malattie sessualmente trasmissibili, oltre che, naturalmente, di malnutrizione”. Forse, in primo luogo, quelle madri e quei neonati vorrebbero sopravvivere.
La mortalità da parto è solo uno dei tanti esempi che si possono fare sulla sciatteria (e spesso strumentalità) delle politiche internazionali nei confronti delle donne. La verità è che si adopera, come denunciano molti movimenti femministi, una “retorica rubata” della libera scelta femminile, mettendola però al servizio di una politica antinatalista, che nelle Nazioni Unite ha una lunga e ingloriosa tradizione. Basterebbe, per averne conferma, dare un’occhiata alle singole carriere, ai nomi –sempre gli stessi- che si rincorrono da una Ong all’altra, da un’agenzia all’altra. E verificare la storia di istituti e associazioni: la matrice eugenista e antinatalista di molti organismi che ruotano intorno all’Onu o ne fanno parte non è nemmeno mascherata, soltanto negata e rimossa.
Il dato sulla sterilizzazione è estremamente significativo. Non lo si trova nei rapporti Oms, ma si può rintracciare nel sito dell’organizzazione, e comunque ottenere da altre fonti. Nei paesi occidentali, il ricorso alla legatura delle tube come metodo anticoncezionale è minimo: l’intervento è pesante e radicale, quasi impossibile tornare indietro. Inoltre, è vissuto psicologicamente dalle donne come una mutilazione, una ferita. Quando diventa una pratica di massa, in zone del mondo povere e ad alta densità demografica, è difficile credere che sia davvero una scelta libera, nonostante le rituali assicurazioni sul consenso informato da parte delle donne. Più facile (e a registrare denunce e testimonianze il problema emerge) che ci siano di mezzo incentivi, disinformazione, o politiche coercitive.
In alcuni casi l’atteggiamento dell’Onu nei confronti dei diritti riproduttivi non si sa se catalogarlo come colpevolmente distratto o decisamente complice. Sorprende, per esempio, la superficialità –diciamo così- con cui nel 1983 si decise di assegnare il premio per la popolazione alla Cina (premio consegnato dal segretario Perez de Cuellar), dove allora infuriava una selvaggia repressione contro la disobbedienza alla politica del figlio unico, attuata con straordinaria violenza su donne incinte e neonati.
Oppure l’evidenza con cui, all’intensificarsi di sforzi e investimenti da parte di agenzie legate all’Onu sui programmi di controllo delle nascite, corrisponde un rovesciamento delle proporzioni nell’uso dei metodi anticoncezionali, a favore di quelli più traumatici. In Bangladesh nel ’79 il 40% delle donne che utilizzano un contraccettivo ricorrono a quello orale, e solo il 19% alla sterilizzazione, mentre nell’84 il 39% si sottopone a legatura delle tube, e il 28% prende la pillola. L’accanimento sul corpo delle donne viene denunciato dai movimenti femministi locali (in Bangladesh quello guidato dall’economista Farida Akhter) da donne e associazioni che operano sul territorio, ma che nelle sedi internazionali non hanno voce.
Eppure, ai diritti riproduttivi si cerca di attribuire sempre più centralità; il femminismo istituzionale, che regna incontrastato negli organismi internazionali, ha sposato la tesi per cui aborto e contraccezione sono la strada maestra per l’empowerment, l’accrescimento di potere delle donne. Basta dare però un’occhiata ad alcune situazioni, per esempio a quella iraniana per nutrire forti dubbi su questo indiscutibile postulato.
L’Iran è il paese islamico in cui i programmi internazionali per il declino della fertilità hanno conosciuto il maggiore e più rapido successo. Oggi la percentuale di donne persiane che ricorrono a metodi anticoncezionali è simile alla media europea. Già dalla fine degli anni ’80 il regime si dà un gran da fare per fornire un avallo coranico al controllo delle nascite, e gli ayatollah, a partire da Khomeini, emettono una serie di fatwa per incoraggiare le pratiche anticoncezionali. L’appoggio dei religiosi, a leggere i rapporti dell’Unfpa, è fondamentale e capillare, soprattutto nei vasti territori non urbanizzati, e i risultati prefissati vengono raggiunti. Negli stessi anni in cui tutto questo avviene, non si registra nessun mutamento nelle condizioni delle donne iraniane. Anzi, in alcuni casi il controllo sul corpo femminile, attraverso la promulgazione di codici del costume più restrittivi, si inasprisce. L’uso scorretto del velo comporta punizioni gravi, le donne non possono girare per le strade con abiti corti o senza maniche, non possono indossare “oggetti impudichi, appariscenti o scintillanti, collane, orecchini, braccialetti, cinture, occhiali, anelli, sciarpe”. Anche a livello di accesso al lavoro, o di legislazione familiare, la situazione non cambia: il regime islamico non concede spazi.
Sorge il sospetto, e tante donne e movimenti femministi lo affermano a gran voce, che l’enfasi internazionale sui diritti riproduttivi copra politiche antinataliste verticistiche e perlomeno disinvolte, e fornisca ai governi, soprattutto ai regimi autoritari, un comodo strumento di controllo sulle capacità procreative femminili. Posso solo fare un accenno, qui, alle denunce sulla sperimentazione nei paesi in via di sviluppo di farmaci a rischio, e di metodi contraccettivi che fanno rabbrividire; per esempio, la Quinacrine , farmaco antimalarico che inserito nell’utero provoca un’infiammazione, e quindi una forma di sterilizzazione chimica a basso costo.
Ma le discussioni, le proteste, i dubbi anche teorici che percorrono i movimenti femministi internazionali non arrivano sulla scena pubblica, e non riescono a inserirsi nel dibattito ufficiale. All’Onu, l’unico soggetto in grado di opporsi al mainstream della glorificazione dei diritti riproduttivi è il Vaticano, che però viene accusato di essere “contro le donne”. In Italia solo negli ultimi tempi il mito intoccabile dell’Onu, di cui l’opinione pubblica sa pochissimo, comincia a incrinarsi, ma mai dalla parte delle donne.
Noi abbiamo provato a farlo, ponendo dei problemi. La sterilizzazione si può considerare un diritto riproduttivo? Aborto e contraccezione, laddove le donne non hanno forza e non godono di pieni diritti di cittadinanza, portano automaticamente all’empowerment? Agenzie come l’Unfpa, organizzazioni non governative come l’IPPF, aldilà dei proclami verbali, rispettano nei fatti la libera volontà femminile? L’investimento internazionale sulla denatalità è bilanciato da un’attenzione nei confronti della maternità altrettanto evidente? L’Onu si impegna abbastanza per garantire, nei paesi terzi, la maternità come libera scelta delle donne?
Di tutto questo vorremmo discutere.

 


 
   

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