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Il grido silenzioso



 

Il mio professore di filosofia
 di Marina Picker

[Da "Studi cattolici", anno XXXVII, n. 384, febbraio 1993]

(C.C.) Il 5 maggio 1981 moriva Emanuele Samek Lodovici, per i postumi di un incidente stradale avvenuto il mese prima. La nostra rivista deve molto alla sua intelligenza e alla sua passione per una cultura che sia anche proposta di vita. Laureato all’Università Cattolica di Milano, Emanuele Samek collaborò con il prof. Vittorio Mathieu nell’Università di Torino, e proprio mentre era in ospedale giunse la notizia che aveva vinto la cattedra a Trieste. La sua opera scientifica principale è Dio e mondo. Relazione, causa, spazio in S. Agostino (Studium, Roma 1979), e presso l’Ares ha pubblicato Metamorfosi della gnosi, ristampata nel 1991 con una toccante prefazione del prof. Mathieu.

Emanuele ha anche insegnato nel liceo classico Monforte di Milano, e proprio da una sua ex alunna ci è pervenuto questo scritto che ben volentieri pubblichiamo. E straordinario come, a oltre dieci anni di distanza, la traccia che un docente può lasciare negli allievi conservi una freschezza che ormai può ben dirsi imperitura. Questa testimonianza riporta al clima del quaderno Per Emanuele, che dedicammo all’amico nel giugno dell’82 (Sc n. 244): chi l’ha conosciuto lo sentirà vivo nelle pagine dell’allieva; chi non l’ha conosciuto potrà misurare quanto ha perso.


Gli orecchini

«Belli i suoi orecchini, sembrano i gradi di un sergente». Così si capiva che era entrato in classe, una nota frizzante e di sorpresa ci annunciava le sue due ore di filosofia. Quella volta la frase era rivolta a me, o, meglio, ai miei orecchini, recentissimo regalo della classe per i diciott’anni.

Parole & cose

Mentre mi spinge il desiderio di tracciare di lui qualche pennellata coi ricordi che ancora ho tanto vivi, mi torna alla mente quella sua affermazione: «Chi non ha le parole non ha le cose». In tono semplice e convincente la ripeteva nel corso di una rigorosa analisi su intelletto e linguaggio, come durante un’interrogazione in cui noi ci scusavamo dietro a un «Ho capito, ma non so spiegarlo».

Chi non ha le parole non ha le cose. E forse ho talmente vive in me le «cose» vissute, che le parole premono perché le racconti.

Stento ancora a credere che gli appunti presi alle sue lezioni — gocce incandescenti sottratte a una colata d’oro — siano qui sul mio tavolo, mentre lui ormai da undici anni non c’è più. O, meglio, il suo passo tanto saldo e conoscitore dell’uomo non batte più le nostre stesse strade.

Il nostro passo di studenti era allora più incerto di adesso, ma c’era in lui un che di innegabile a garantirci, a renderci certi di avere di fronte qualcosa di raro, di prezioso e tra le nostre mani la rischiosa possibilità di non saper «farne tesoro», appunto.

Del resto quando nel nostro cuore vediamo che è rimasto tanto di lui ancora a guidarci e a ispirarci, risuonano in noi quelle parole che amava ripetere spesso da una citazione della Scrittura: «Ponimi come sigillo sul tuo cuore perché forte come la morte è l’amore».

E incredibile a dirsi, ma è proprio questo che captavi di lui, che in un modo lieve e al tempo stesso inconfondibile ti trasmetteva: quanto ti voleva bene. Per quello che tu sei, qualunque errore tu possa compiere o aver compiuto. Non c’era una domanda che tu facessi a lezione che — per banale che fosse — non venisse presa con un «Interessante la sua domanda», o «Molto opportuna», o «Con la sua domanda mi precede, complimenti», sempre detto fra il serio e il faceto.

Forse era questa gioiosa e vitale ironia che ti conquistava di lui, quella delle parole («Bimbe, la vita vi frega») e quella dell’atteggiamento elegantemente scanzonato, al di sopra del convenzionale, tanto gradevole in quanto distaccato da sé. Non l’ho mai visto seduto in cattedra, sempre sulla cattedra. E come ci chiamava «bimbe», così ci dava del lei.

Un giorno arrivò in classe con il noto brano If di Rudyard Kipling, una serie di massime morali che termina con il solenne «Allora sarai un uomo, figlio mio».

E senza dire nulla, chiese un pezzo di scotch e lo appiccicò all’armadio. Con lo stesso fare, pochi giorni dopo, appendeva alla bacheca del Liceo il testo copiato di sua mano: «Di fiore in fiore svolazzava il bue movendo l’agili zampette sue».

Noi, che aspettavamo le sue ore col conto alla rovescia, a volte tentavamo di replicare, non riuscendo mai però a raggiungere il suo sottile livello. E così affiancammo una cubitale K alla pubblicità dei noti trattori dallo slogan «PIÙ AVANTI CON SAMEK» e l’appendemmo alla lavagna. Lui lo guardò con grande serietà e una smorfia compiaciuta. Fra un nostro modo per stare al gioco di colui che quando spiegava Kant gridava il suo nome (era suo omonimo) mentre ne sussurrava il cognome.

Non tolga nulla tutto ciò alla fierezza e umiltà con cui proclamava in una conferenza fra noi alunni: «Io sono servo della verità». E laddove la verità assoluta combacia con l’amore assoluto vorrei tornare a mettere a fuoco come dava tutto sé stesso per ognuno di noi e come era capace di dimostrare la sua stima.

Una mattina l’alunna che — molto raffinata e affabile — aveva soprannominato Fru-Fru (da pronunciare con la erre moscia, come quella appunto della ragazza), cui soleva dire che vedere il suo viso equivaleva a pensare «Che bella è la vita», passava un momento visibilmente difficile, tanto che in piena lezione e in piene lacrime chiese di uscire. Richiesta retorica perché immediatamente uscì. Lui rimase a guardarci in un insolito silenzio e poi, addolorato, ci chiese come mai nessuno di noi avesse pensato di accompagnarla. Qualcuno uscì immediatamente.

Mi tornò poi alla mente lo sconforto con cui lui lamentava mesi dopo — alla morte di suo padre — che non tutti i suoi amici si erano dimostrati capaci di «Ascoltare il mio dolore».

La persona

A una compagna Roberta, notoriamente distratta scrisse come dedica alla copia di un articolo che le regalava: «A Roberta che è sempre all’erta». A un’altra alunna dai lineamenti scandinavi consigliò treccine coi fiocchetti gialli, e alla lezione successiva la acconciammo così come era stato commissionato. Anche in quell’occasione una risatina allusiva e compiaciuta senza commenti dava un’aria d’intesa al resto della lezione.

Forse era proprio la sua attenzione differenziata per ogni persona in quanto persona e renderlo così avvilito — ricordo un giorno nel tragitto in metropolitana — nel constatare l’uniformità delle studentesse in zaino e jeans: «Guardi queste ragazze, tutte u

guali». Si distingueva, senza volere distinguersi. Non era ostentazione neppure la sciarpetta marrone che gli cingeva il collo nei raffreddori milanesi e di cui però si gettava indietro sempre l’estremità più corta, che indietro non restava facendoci sorridere.A me aveva dimostrato una particolare cortesia incontrandomi sulla via della scuola con borsone e cartella e offrendosi di portarmi uno dei pesi. Portarlo sì, e grazie, ma dove restava a me indovinarlo: un’arte tutta sua quella di movimentare la giornata fin dal primo mattino. Perché lui corse appositamente avanti arrivando prima e consegnò la mia borsa in una delle classi elementari, costringendomi a una caccia al tesoro fino alla campanella della prima ora.

In un altro tragitto mi intesseva — sempre da galantuomo — le lodi di mia madre che aveva da poco conosciuto di persona. E mentre si chiudeva il discorso e si avvicinavano il bivio e il saluto, affidava a me lusingata un messaggio per lei: «Le dica che ha fatto solo un grosso errore nella vita: avere una figlia come lei».

Cinema & teatro

Non ci mancarono altre occasioni di «squadra» per usare della sua stessa tattica, e ancora a lui l’ultima parola: venne intatti il tempo del gran finale dell’anno scolastico in teatro, e usavamo — meno per didattica che per passione — mettere in scena opere brevi di autori umoristici. Quell’anno Achille Campanile dovette ospitare nel suo copione de L’inventore del cavallo alcune nuove battute da noi inserite circa a metà dell’opera. Erano parole estemporanee in quanto uno degli accademici presenti alla conferenza —cosi la scena — diventava improvvisamente «l’alunna»". Mentre l’inventore del cavallo assumeva in un giocoso dialogo atteggiamenti ed espressioni tipiche del professore di filosofia, cioè lui. Anche in quell’occasione ci sorprese: si riconobbe immediatamente e si alzò in piedi battendo le mani, in mezzo al pubblico che nulla aveva sospettato.

La fiducia

Apprezzava il teatro, come la musica (citava spesso la sublimità dei madrigali: e una volta — tutt’altra musica — ci ascoltò con particolare entusiasmo cantare a più voci con accompagnamento di chitarra California dreaming durante un intervallo) e ogni genere di arte. In vista di un nostro viaggio d’istruzione a Parigi si offrì di farci una lezione sullo spirito delle cattedrali gotiche. Del cinema ricordo che aveva elogiato a lungo Il deserto dei Tartari dicendo che anche solo per questo film sarebbero dovuti nascere i fratelli Lumière.

Apprezzava il teatro, e dal teatro — dove non è l’attore a stabilire i tempi delle prove — aveva ricavato un’allegoria sulla vita umana: quando meno te l’aspetti il capo-comico arriva e mette fine alla scena, e quel che rimane non è il cosa — la parte che hai svolto —, ma il come l’hai interpretata.

Il come. Era una scolastica insolita abitudine nella nostra classe interrompere la lezione alle dodici per la recita dell’Angelus e, nel tempo di Pasqua, del Regina Coeli. Una volta il mio turno cadde in un mezzogiorno di filosofia, e lui al termine: «Si rende conto di che bellissima preghiera ha detto?». Se la fece ripetere «più lentamente»: «O Dio che ti sei degnato di rallegrare il mondo con la Risurrezione del Figlio tuo, Nostro Signore Gesù Cristo, concedici che per i meriti della Madre sua la Vergine Maria, possiamo godere delle gioie della vita eterna». E questo, senza aggiungere nessuna parola, avveniva a un anno da quel maggio dell’81.

Credo che tante cose su di lui siano nel cuore e nella memoria di quanti lo hanno conosciuto. Forse è proprio il come ha fatto le cose che ha attratto al suo fraterno consiglio tanti amici. Forse il come è la chiave di una sua frase che mi è rimasta incisa da un’altra sua conferenza: «La fiducia si ispira, non sì impone».

Non tentava tuttavia di «ispirarla» con una bonarietà accondiscendente. In una certa atmosfera accademica che si creava immancabilmente nelle sue lezioni non rientravano i rimproveri «scolastici». Poche volte ce ne fu bisogno, perché «ci perdevi» a distrarti. Ma in un certo periodo dell’anno si era andata a poco a poco insinuando in classe l’abitudine ai piccoli ritardi. «Non sono mica un tappeto con sopra scritto Salve»: breve e secca, fu l’unica frase con cui una volta ci riprese, sconfiggendo in radice le nostre presunte giustificazioni.

C’era stato, fra l’altro, un lungo periodo in cui sua moglie, che aspettava Isabella, non poteva neppure alzarsi dal letto, ed evidentemente anche per lui — che si definiva allora «ragazzo-padre» — non era stato di certo facile uscire di casa puntualmente. Una volta, a fine trimestre, non soddisfatto del tempo che gli era dato per una spiegazione si offrì di tornare a scuola nel pomeriggio, per concluderla. E così fece, e così aveva fatto spesso con la classe precedente alla nostra, che aveva preparato all’esame di maturità.

Il bastone

A primavera gli piaceva fare lezione seduti in giardino, e a volte con un ramo raccolto nel prato picchiettava per attirare la nostra attenzione o vi si appoggiava passeggiando «a tempo» dì Hegel o di Hume. Come parodiando i Maestri di un tempo lo batteva più forte quando c’era qualcosa da puntualizzare o quando qualcuno non sapeva rispondere alle sue domande. Alla fine dell’ora salivamo in classe e lo lasciava appoggiato sul termosifone perché — diceva ironizzando — ne avrebbe avuto bisogno.

Dopo l’incidente di aprile nessuno lo toccò; preferivamo che a buttarlo via fosse la noncuranza di qualcuno per cui quello era solo un pezzo di legno.

Il maestro

Un ultimo pensiero va alla sua stima per Vittorio Mathieu accanto al quale aveva lavorato per anni. Ricordo due episodi. Il commento che ci fece in classe dopo un intervento del Professore nell’aula magna della scuola; diceva che noi non potevamo essere ancora in grado di apprezzarne lo stile: la padronanza, cioè, con cui affrontava disinvolto argomenti complessi e difficili era tale da far sembrare che ne stesse discorrendo amichevolmente.

Il secondo ricordo mi riguarda in parte perché quella volta fu mio padre a presentare per una conferenza la figura del relatore, il Prof. Mathieu, appunto.

E il giorno dopo, in classe lui mi disse che aveva detto «troppo poco», non aveva dipinto cioè tutti i tratti del personaggio: «Dica a suo padre...».

Melodia

Quelle parole le ripeto adesso a me stessa: non ho «reso» abbastanza con queste linee, un po’ mischiate, di ricordi di alunna. Ma per lo stesso meccanismo che ha reso ormai i miei gradi di sergente diversi da tutti gli altri orecchini del mondo, potrà succedere che poche note riescano a risvegliare — in chi la conosceva — tutta una magnifica melodia.

 


 
   

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