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di Paolo De Marchi
Eccidi, stragi, omicidi, torture, linciaggi: finita la guerra nel 1945, i partigiani comunisti passano alla resa del conti. Quasi 20.000 morti, la gran parte del quali con il fascismo non c’entrava nulla. Due libri coraggiosi dl Pansa e Finetti. Da leggere.
[Da "iil Timone" n. 31, marzo 2004]
Un paio di anni fa ci eravamo occupati su queste pagine (il Timone, n. 11) del crimini commessi nel cosiddetto “triangolo della morte”, dopo il 25 aprile 1945, nei confronti di cattolici, sacerdoti e laici. Il discorso può peraltro essere allargato, perché le violenze dei partigiani comunisti hanno provocato migliaia di morti, in tutta l’Italia settentrionale e anche al di fuori dei cattolici, tra i borghesi, gli agrari e i civili in genere: dei quali solo una piccola parte erano fascisti veri.
Ora, di fronte all’indiscriminata ampiezza di tali violenze, non è possibile considerarle come una mera reazione alle corrispondenti violenze fasciste — che pure esistettero, eccome —, reazione che avrebbe scatenato i peggiori istinti di entrambe le parti, provocando una sorta di “resa dei conti” (come dice il titolo del noto libro di Gianni Oliva, edito da Mondadori nel 1999): con la conclusione che si è trattato di una guerra civile, e che tanto vale metterci una pietra sopra e non parlarne più. Una simile conclusione assolutoria è inaccettabile per chiunque desideri fare storia, soprattutto perché i crimini di cui stiamo parlando sono stati perpetrati dopo la fine della guerra, e si sono protratti per oltre due anni.
Va pertanto accolto con favore tutto ciò che aiuti a illuminare, e quindi a non dimenticare un periodo oscuro della nostra stona. Esemplare, in questo senso, il recente libro di Giampaolo Pansa (Il sangue del vinti, Sperling & Kupfer, 2003), che rievoca con stile semplice e piano, apparentemente narrativo ma in realtà robustamente ancorato a documenti e testimonianze affidabili, tutta una serie di tragici episodi avvenuti nell’Italia del nord (esclusa solo la Venezia Giulia) appunto dopo il 25 aprile: non si tratta di un “catalogo delle stragi”, ma solo di “lasciare una memoria di quel dopoguerra, raccontando una serie di casi che aiutino a capire attraverso
quante tragedie sia nata l’Italia nella quale ancora viviamo” (p. 267). Sfilano cosi davanti agli occhi sgomenti del lettore decine e decine di eccidi, di stragi, di omicidi, di torture, di linciaggi, che portano il numero dei morti documentati a 19.801: ma la cifra e provvisoria, perché le ricerche non sono finite e forse la verità non la conosceremo mai” (p. 371).
La cosa incredibile è che si tratta di fatti che la gente comune ignora completamente perché, pur essendo noti agli specialisti, sono rimasti confinati in pubblicazioni quasi clandestine (Pansa ne cita moltissime), e quasi nessuno si è mai preoccupato di divulgarli. Perché? L’idea di fondo e che sottolineare i crimini comunisti del dopoguerra avrebbe potuto significare da un lato una rivalutazione del fascismo della Repubblica Sociale, e dall’altro una demonizzazione del movimento partigiano e della Resistenza in genere: che con una simile macchia avrebbe finito per perdere il suo vero connotato di nobile e generosa partecipazione alla guerra angloamericana contro il nazifascismo. Ma cosi non ci si rende conto che il riconoscimento della verità storica è sempre un fatto positivo, e che chiudere gli occhi vuol dire restare succubi di una vulgata fatta di pregiudizi e preconcetti, primo fra tutti quello di una Resistenza oleograficamente ricostruita a una sola dimensione: una specie di “storia sacra” da preservare in blocco e da esaltare sempre e comunque, e sostanzialmente identificata con il Partito comunista, tanto che nell’inconscio collettivo è radicata l’idea che non si possa essere insieme antifascisti e anticomunisti. Basterà citare a questo proposito il bellissimo libro di Ugo Finetti, La Resistenza cancellata (Ares, 2003). Dove si dimostra come la metà non comunista della Resistenza (e cioè la metà composta da liberali, cattolici, socialisti, azionisti), pur fondamentale nei fatti, sia stata in realtà dimenticata da una storiografia egemonizzata dal Pci e quindi ideologicamente censurata e distorta.
Appare urgente pertanto — e libri come quelli che abbiamo segnalato indicano la strada giusta — far riemergere ciò che per decenni è stato colpevolmente nascosto, e dunque sfatare luoghi comuni ancor oggi dominanti e acriticamente accettati. Lo ha autorevolmente detto, di recente, il Presidente del Senato Marcello Pera, quando ha affermato che «non dobbiamo più dire che la Repubblica e la Costituzione sono antifasciste», ma «che sono democratiche»: è ora infatti di apprezzare la Costituzione per i valori che afferma e non per quelli che combatte, e quindi «la nostra Costituzione é democratica non perché antifascista, ma è antifascista perché è democratica… Ne discende che è ovviamente antifascista, ma anche antinazista, anticomunista, antifondamentalista, antirazzista».
Vorremmo aggiungere una considerazione. Il dibattito di oggi sull’argomento è nato perché lo ha sollevato un coraggioso autore di sinistra come Giampaolo Pansa. Ma se Pansa fosse stato di destra? Ahimè, temiamo che non ci sarebbe stato alcun clamore e che, come ha scritto Maurizio Schoepflin, il libro “sarebbe stato fatto sapientemente scivolare nel dimenticatoio”. Insomma, per usare le parole di Ernesto Galli della Loggia, «per essere ammesse nel discorso pubblico italiano, le cose devono passare per la sinistra, l’unica che conferisca dignità al dibattito culturale: mentre le persone che le hanno dette o scritte venti-trent’anni prima restano esecrande». Il che «significa che il paese non presta alcuna attenzione alle cose per quello che sono, ma solo ed esclusivamente a chi le professa».
La conclusione che si può trarre da queste parole non è lieta, ma — lungi dal condurci alla rassegnazione e al disarmo morale e mentale — deve aiutarci a reagire e a combattere con coraggio per la verità.
Bibliografia
Giampaolo Pansa, Il sangue del vinti, Sperling & Kupfer, 2003. Ugo Finetti, La Resistenza cancellata, Ares, 2003.
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