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Il grido silenzioso



 

Rosmini apologeta
 di Marco Invernizzi

La Chiesa precisa la sua posizione sul pensiero e sulle opere del sacerdote Antonio Rosmini. Che aveva in mente di rispondere con una enciclopedia cristiana all'enciclopedia degli Illuministi. Una apologetica seria, di cui ancora oggi v'è bisogno, per rispondere con ragione e rigore alle sfide della modernità.

[Da "Il Timone" n. 15, settembre/ottobre 2000]

Il 1° luglio 2001, una Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede ha affrontato il valore e il significato attuale dei decreti dottrinali omessi dalla Chiesa cattolica sul pensiero e sulle opere del sacerdote di Rovereto Antonio Rosminì-Serbati (1797-1855), fondatore dell'istituto della Carità e delle Suore della Divina Provvidenza, ma soprattutto autore di una poderosa produzione intellettuale.

Proprio quest'ultima è stata oggetto nel passato di tre interventi del Magistero della Chiesa. Un primo, nel 1849, mise all'Indice due sue opere (Delle cinque piaghe della Santa Chiesa e La costituzione secondo la giustizia sociale); un secondo fu un Decreto dottrinale della Sacra Congregazione dell'Indice, nel 1854, che "dimetteva" l'intera opera di Rosmini, cioè riconosceva l'ortodossia delle intenzioni e del pensiero, senza per questo adottarlo, né esprimendo "alcun parere circa la plausibilità speculativa e teoretica delle posizioni dell'autore" (Nota, 3); e infine un terzo intervento, nel 1827, con il quale la Sacra Congregazione del Sant'Uffizio condannò quaranta proposizioni tratte dalle opere di Rosmini, con il decreto chiamato Post obitum.

Il recente intervento della Congregazione guidata dal card. Joseph Ratzinger intende superare il disagio presente nel popolo di Dio di fronte al pensiero di un sacerdote di cui è in corso il processo di beatificazione, fondatore di ordini religiosi fedeli e operanti nella Chiesa, due volte condannato e una volta assolto dallo stesso Magistero e poi al centro, nella seconda metà del secolo scorso, dopo la sua morte, di uno scontro "triste" e scandaloso all'interno della Chiesa fra gesuiti e neo-tomisti opposti ai cosiddetti rosminiani in nome della lotta al liberalismo, mentre i veri liberali e i modernisti cominciavano a conquistare l'egemonia culturale in Italia e anche in molti ambiti ecclesiali. Il documento perviene a questa conclusione: "Si possono attualmente considerare come superati i motivi di preoccupazione e di difficoltà dottrinali e prudenziali che hanno determinato la promulgazione del Decreto Post obitum di condanna delle "Quaranta Proposizioni" tratte dalle opere di Antonio Rosmini".

In sostanza, come sostiene il documento, quanto condannato del pensiero di Rosmini non appartiene in realtà alle sue intenzioni, ma a una possibile interpretazione delle sue opere. E infatti le sue opere vennero male interpretate e ancora oggi Rosmìni viene identificato - dai non molti che lo conoscono - come un liberale, al massimo un cattolico-liberale, per le sue opinioni politiche a proposito del Risorgimento, e come panteista e "kantiano" in filosofia per la sua concezione dell'idea dell'essere in qualche modo presente originariamente nell'uomo. A ciò contribuì, oltre alla forsennata lotta senza esclusione di colpi dei suoi seguaci contro gesuiti, neo-tomisti e intransigenti, anche l'interpretazione della sua filosofia diffusa da Giovanni Gentile (1875-1944), il filosofo neo-idealista per il quale Rosmini era il "Kant italiano".

Ci vorrà un altro filosofo italiano, Michele Federico Sciacca (1908-1975), che dalle iniziali posizioni gentiliane perverrà al realismo cristiano e alla fede in Gesù Cristo anche grazie a Rosmini, per diffondere un'interpretazione diversa. "Il Rosmini si trovò di fronte al pensiero moderno da Cartesio a Kant - scrive Sciacca - sviluppato e, a mio avviso, concluso dallo Hegel. Prese posizione nettissima su quello che è il suo punto fondamentale, direi la sua anima e cioè: la verità non trascende l'uomo, ma è dall'uomo prodotta; pertanto è immanente alla ragione ed è il risultato della ricerca. È precisamente quello che il Rosmini nega decisamente e recisamente come affermazione erronea e contraria alla stessa ragione. Per lui la verità è oggettiva e trascendente la ricerca e l'umana ragione; l'uomo "scopre" non crea la verità; giudica per mezzo della verità che intuisce e non è giudice (ne è giudicato) della verità; non c'è la verità perché il pensiero la pensa, ma c'è il pensiero in quanto pensa la verità che è al di là, indipendentemente da esso. Era questo il nucleo metafisico fondamentale della filosofia classica sia greca che cristiana, è di quest'ultima, sia di tipo agostiniano che tomista. Restaurare questo concetto della verità dentro il pensiero moderno, è il compito che il Rosmini si assume ed è quello che fa l'originalità del suo pensiero e caratterizza la sua particolare posizione storica. Ridurlo a Kant è diminuirlo, oltre che intenderlo a rovescio; è farne uno dei tanti epigoni del pensiero moderno mentre ne è uno dei critici più formidabili ed originali. Per il Roveretano, la verità non è umana ma divina; umana è la scoperta dei veri che non adeguano mai la Verità in sé nella sua totalità. Della Verità in sé assoluta (Dio) vi è nella mente umana come un riflesso l'idea dell'essere, oggetto o lume della mente che di essa ha l'intuito fondamentale. È il divino nell'uomo, diversissimo da Dio, perché intuire l'essere ideale non è intuire l'Essere nella sua essenza e realtà" (Interpretazioni rosminiane, Marzorati, Milano 1958, pp. 59-60).

La lunga citazione mostra bene quali siano i problemi teoretici intorno al pensiero di Rosmini e serve anche a spiegare il motivo per cui una rivista di apologetica popolare se ne debba interessare.

Infatti, il grande progetto di Rosminì, per il quale spese gran parte delle sue straordinarie energie, era quello di rispondere con un'enciclopedia cristiana all'enciclopedia illuministica, cioè era un enorme sforzo apologetico che permettesse al pensiero cristiano di far valere le proprie ragioni, sullo stesso terreno filosofico sul quale era stato sfidato e con metodo rigorosamente scientifico.

Dopo la svolta rivoluzionaria cartesiana, forse nessuno, come Rosmini, ha intrapreso un tentativo apologetico di così ampia portata, difendendo e promovendo il cristianesimo come risposta alle domande poste dal pensiero moderno ai contemporanei. Ritornare alla sua opera, superando le sterili contrapposizioni del passato, non può che far bene all'apologetica del terzo millennio.

Bibliografia

Fra l'infinita bibliografia di e su Rosmini mi limito a segnalare l'opera dì Karl-Heinz Menke, Ragione e Rivelazione in Rosmini. Il progetto apologetico di un'enciclopedia cristiana, Morcelliana, Brescia 1997, che tratta esplicitamente del progetto apologetico dì Rosmini. Segnalo anche come approccio a Rosmini la Rivista rosminiana di filosofia e di cultura diretta da Pier Paolo Ottonello, organo del Centro Internazionale di Studi Rosminiani (c.p. 997, 16100 Genova). Fra gli interventi sulla Nota della Congregazione della Dottrina della Fede segnalo quello di monsignor Antonio Livi, La "teosofia" rosminiana: il suo fascino e le sue ambiguità, in L'Osservatore Romano, 12 luglio 2001.

© Il Timone    

 


 
   

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