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Il grido silenzioso



 

RU 486, l’equivoco più difficile da dissipare
 di Eugenia Roccella
 
Il falso dilemma fra "aborto amichevole" e aborto colpevolizzante.


[Da "Il Foglio", 18 novembre 2005]

C’è un terribile equivoco, nel dibattito sulla Ru486, che non si riesce a dissipare, e che è già un segnale di vittoria per chi sostiene le meraviglie della pillola abortiva. Favorevoli e contrari partono dall’ingannevole presupposto che l’aborto chimico sia facile e indolore: in fondo non si tratta che di mandare giù una pillola. Come sulla procreazione assistita, si propone un’inedita e simbiotica alleanza tra medici e donne, che implica di fatto un affidamento cieco delle seconde ai primi; in un attimo si cancellano anni di pensiero critico femminista sulla medicina, di controinformazione, di abitudine al vaglio dei dati e alla verifica delle pratiche sul nostro corpo.

L’autodeterminazione femminile, a cui tanti si appellano (spesso a sproposito), non può cominciare che con il controllo in prima persona dell’informazione medicoscientifica. Solo grazie a questo ostinato equivoco, una studiosa sensibile come Claudia Mancina può chiedere, sul Riformista di ieri, se “lo scandalo dell’aborto deve essere pagato col dolore fisico, l’umiliazione, i disagi della degenza ospedialiera”, e se “il gesto di rifiutare una gravidanza deve avvenire nel sangue e nel pericolo”. Ma è proprio l’aborto chimico che avviene nel sangue (le emorragie sono molto più lunghe e abbondanti), che presenta rischi ancora ignoti (quattro donne morte di shock settico in due anni nella sola California), che provoca nausee e dolori assai più gravi (tutti i rapporti, anche quello del dottor Silvio Viale, il supersostenitore della Ru486, concordano su questo punto). Tanto che il 70 per cento delle donne che hanno assunto la Ru486 all’interno di una sperimentazione dell’Oms, ben lontane dall’apprezzare sofferenze e paure solitarie, lo rifarebbero esclusivamente in ospedale.

La Food and drug administration americana, a soli cinque anni dall’autorizzazione del mifepristone, è già stata costretta a modificare le avvertenze sul foglietto illustrativo e a emanare una seconda, più allarmata, comunicazione, mentre l’inchiesta sul caso californiano della morte della diciottenne Holly Patterson presenta tuttora molti lati oscuri. E moltissime inspiegate stranezze emergono dalla storia del farmaco, in fase di sperimentazione e di commercializzazione.

Come scrivono i genitori di Holly, nella lettera aperta riportata sul Foglio di mercoledì, “non esistono rimedi veloci o pillole magiche per interrompere una gravidanza”. Dire il contrario significa illudere l’opinione pubblica e creare un dilemma inesistente e tutto ideologico tra aborto buono, amichevole, e aborto cattivo, colpevolizzante. Il risultato di questa impostazione sarà che insieme alla Ru486 entrerà la sottovalutazione culturale e simbolica dell’interruzione di gravidanza, non tanto come insostenibile leggerezza del gesto e maggior ricorso all’aborto, ma come solitudine femminile. La conquista della libera scelta si rovescia nella condanna a una responsabilità solitaria, in mezzo a medici irresponsabili, maschi irresponsabili, società irresponsabile. Nessuno vuole avere a che fare con l’arcaica e terribile carnalità dell’aborto, nessuno ne vuole condividere il peso: trasformarlo in procedura asettica e astratta è una soluzione che maschera e nega sia la violenza esercitata sul feto sia quella sulle donne. E’ l’aborto (illusoriamente) ripulito, infiocchettato e rispedito al mittente. Care donne, è roba vostra, l’avete voluto, tenetevelo voi. Anche quando l’interruzione di gravidanza si svolgeva nella clandestinità vigeva una forma drammatica ma incoercibile di libera scelta, sia pure espulsa dalla parola pubblica e confinata tra le segrete “cose di femmine”. Oggi, con un’operazione di candeggiatura dell’immaginario, che rimette a nuovo la consapevolezza sociale, ancora una volta solo nel segreto si saprà del sangue e della pena: la macchia non c’è più, non si vede a occhio nudo.

Poche storie, una pillola, un bicchier d’acqua e via. Soltanto in questa banalizzazione, tutta a carico delle donne, consiste la “facilità” della procedura chimica, e in nient’altro. Come non insospettirsi, del resto, dell’improvvisa accensione di interesse per la kill pill da parte di ginecologi obiettori? Non c’è solo il professor Garzarelli del San Paolo di Savona; a Otto e mezzo il dottor Srebot di Pontedera confessa con orgoglio che tanti obiettori gli hanno telefonato per sapere come ottenere il mifepristone. Si conferma quello che i movimenti per la salute della donna hanno sempre sostenuto, cioè che l’obiezione ha costituito spesso una risposta di comodo, dovuta a scelte di opportunità più che di coscienza. Il problema etico, con la Ru486, rimane inalterato. A cambiare è il coinvolgimento della struttura sanitaria, il grado di impegno dei singoli operatori e dei reparti di ostetricia e ginecologia, finalmente sollevati dalla responsabilità dell’intervento abortivo. Per questo l’intera classe medica si affanna a ripeterci che l’aborto chimico è facile, e che bisogna assolutamente introdurlo per il bene delle donne.

 


 
   

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