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Il grido silenzioso



 

Rino Cammillleri: elogio del sillabo
 a cura di Paolo Pugni 

[Da "Studi cattolici", n. 412, giugno 1995]

Profezia è sostantivo che viene spesso accostato al nome di Nostradarnus, stregone medievale che avrebbe scritto il destino del mondo nelle sue oscure terzine. Profezia, secondo Rino Cammilleri, non è un ironico gioco da intellettuali, ma lo sguardo lucido di chi vede nel futuro i frutti, spesso marci, della semina di oggi. Per questo Cammilleri, giornalista e scrittore — da poco responsabile delta collana apologetica della Leonardo editore, da sempre autore controcorrente, spigoloso nelle scelte di argomenti che fanno rabbrividire i benpesanti di oggi: da I Santi Militari a La storia di Padre Pio (entrambi pubblicati da Piemme), da I mostri della ragione (edizioni Ares) all‘Elogio dell’Inquisizione (Leonardo) — ha pubblicato un interessante e provocatorio saggio dedicato all’Elogio del Sillabo, a proposito del documento di Pio IX che condannò nel 1864. in ottanta proposizioni, la modernità politica e filosofica di quel secolo.

Che cos’è, innanzi tutto, il Sillabo? Pubblicato l’8 dicembre 1864 congiuntamente all’enciclica Quanta cura — che ne rappresenta l’elaborazione dottrinale — il Sillabo altro non è se non un elenco che comprende quelli che per la Chiesa di allora, erano i principali e più comuni errori riguardanti Dio e la Chiesa stessa, ma anche la natura, il mondo, i caratteri e i fini della presenza dell’uomo sulla terra e della vita umana.

Per comprendere a fondo il Sillabo bisogna conoscere l’epoca nella quale fu scritto, cosa che il testo di Cammilleri fa con gran precisione. Ne emerge il panorama di un’epoca sventrata dalla crescente insofferenza per la religione cattolica e dal sorgere di quelle ideologie post-illuministe che tanto caratterizzano anche i nostri giorni.

Appena eletto, Pio IX, succeduto nel 1846 a Gregorio XVI, che nei quindici anni di pontificato era stato nemico implacabile delle società segrete rivoluzionarie. aveva subito riscosso ampi consensi, al punto da far nascere il mito del «Papa liberale» per aver concesso l’amnistia a oltre quattrocento detenuti ed esuli politici, e la libertà di stampa.

Due anni dopo scoppia il... Quarantotto: anche nello Stato pontificio, dove Pellegrino Rossi, ministro laico di Pio IX, viene assassinato sulle scale del Palazzo della Cancelleria, pare con la complicità di alcuni dei deputati. Il crimine del Rossi? L’idea di realizzare l’unità dello Stato italiano in una federazione di regioni con la presidenza del Papa.

Ovviamente non era questo che voleva il Piemonte di Cavour e Mazzini, il cui obbiettivo — realizzato — era quello di colonizzare la penisola. La situazione precipita: l’anno seguente Mazzini piomba a Roma con Armellini e Saffi e proclama la Repubblica romana, tentando di instaurare la religione dell’umanità.

Non ci addentriamo oltre nella ricostruzione storica; ricordiamo solo che, nel momento in cui il Sillabo vede la luce, siamo alla vigilia delta presa di Porta, il Papa ha conosciuto l’esilio di Gaeta, il Piemonte ha lanciato la sua campagna anticristiana confiscando i beni delle istituzioni cattoliche, imprigionando vescovi, cardinali e preti comuni: in più parti i venti delle nuove ideologie stanno confondendo le menti. C’è bisogno di un forte intervento della Chiesa che metta ordine nelle idee: il Sillabo, appunto. Accolto dalla stampa di allora con le stesse dichiarazioni sprezzanti — e patetiche, lette oggi a 130 anni di distanza, come quella del francese Siècle che parlô di «suprema sfida lanciata al mondo moderno dal Papato agonizzante» — che anche oggi gli eredi di quei mezzi di comunicazione riservano alla Chiesa.

Contro i facili entusiasmi

Che cosa condannavano le proposizioni del Sillabo? Soprattutto lo smodato desiderio di libertà e modernità. Un documento aberrante e mostruoso, dunque? Tutt’altro. sostiene Cammilleri, che parla di grande attualità del documento di Pio IX.

«Innanzitutto va precisato che il modernismo condannato da Pio IX è lo spirito negativo che distorceva quegli anni. Non per nulla oggi dichiariamo di essere in un’epoca post-moderna, prendendo in un certo senso le distanze dalle ideologie — o per lo meno dai loro eccessi — che fiorirono nel secolo scorso. Pio IX, con spirito profetico, nel suo Sillabo mise in guardia contro gli entusiasmi facili, soprattutto dei giovani, per innovazioni che sembravano affascinanti, ma che in realtà minavano alla radice la persona umana. Era dovere del Papa e dei dottori della Chiesa intervenire. Nascevano i razionalismi: le ideologie che creano l’uomo a tavolino. Si voleva a tutti i costi conquistare Roma per farne, in nome dell’Umanità, la capitale massonica d’Italia: la terza Roma riformata, ripulita dall’infezione papista e cattolica. “La capitale del mondo pagano e del mondo cattolico è ben degna di essere la capitale dello spirito moderno”, scriveva Francesco De Sanctis: “Roma è dunque per noi non il passato, ma l‘avvenire. Nol andremo là per distruggervi il potere temporale e per trasformare il papato. Si andava dunque incontro a un’epoca di conflitti che esplosero poi nel nostro secolo, il più sanguinoso della storia dell’uomo».

Sono anche gli entusiasmi di oggi. E il Sillabo?

«Opponendosi ai guasti ideologici cercò di porre l’uomo in salvo. Non ci riuscì perché non fu ascoltato. Certo, allora poteva anche essere incompreso, ma oggi, alla luce del guasti di questi due secoli… Aveva ragione in pieno. Oggi che tutti gli “ismi”, fioriti in quel contesto, sono a frutto, si può verificare l’attualità di quel documento, ed è ancora possibile aggrapparsi a esso, al di là del linguaggio datato, per mettere ordine nel confuso mondo attuale. Tutti i progetti di rimontaggio della società, che partono da uno schema concepito a tavolino da intellettuali rinchiusi nelle loro biblioteche e quindi avulsi dalla realtà, tutte le idee che hanno sconvolto e insanguinato il mondo, sono nati come eresie della religione cristiana. Donoso Cortés, spagnolo, marchese di Valdegamas, convertito al cattolicesimo dopo essere stato un acceso liberate, al cui contributo il Sillabo deve molto, mise in risalto questa stretta correlazione: “Tra gli errori contemporanei non ve n’è alcuno che non si risolva in eresia; e tra le eresie contemporanee non ve n’è alcuna che non si risolva in un’altra, già condannata nel tempo antico dalla Chiesa”. Ecco perché il Papa risponde con un documento religioso ai rivolgimenti politici di quell’epoca — non dimentichiamo che il Manifesto del Partito Comunista fu scritto a Londra da Marx ed Engels alla fine degli anni ‘40 — la cui radice è unica e consiste nell’attribuire la sovranità alla ragione umana. A questo si associa il rifiuto del peccato originale: l’uomo è buono per natura, dice Rousseau, il che è l’esatto contrario dell‘insegnamento di Cristo. Cortés lo mise in chiaro in una lettera scritta al cardinale Fornari nel 1852, nella quale attaccava il comunismo: “In questa maniera l’eresia perturbatrice, che da una pane nega il peccato originale e dall’altra la necessità per l’uomo di una direzione divina, conduce prima all’affermazione della sovranità dell’intelligenza, poi all’affermazione della sovranità della volontà e, per ultimo, all’affermazione della sovranità delle passioni”. Il che è quanto sta accadendo in questi anni senza verità».

Che cosa intende dire?

«Il punto è che abbiamo perso il senso della verità, confusa in un sottofondo di deboli pretese, la verità è forte, è splendida in sé: la sua assenza debilita la società intera creando il deserto e spalancando la porta... ma sì, alle intolleranze».

Come? Sembrerebbe il contrario. Alla tolleranza è anche stato dedicato dall’Onu il 1995!

«La tolleranza è un concetto liberale che implica la superiorità di chi la applica. Si crea cosi un ghetto. Tollerare, poi, è un verbo di per sé negativo: intende sopportare a malincuore, accettare il minore dei mali possibile. Ben diverso dalla comprensione — prendere insieme, in sé — e dalla carità cristiana. La verità è una: non la si può sostituire con la tolleranza, la quale per le persone è poco, mentre per le idee è troppo. Se non esiste una verità, ma tante verità, allora sorgeranno coloro che vorranno imporre la loro verità suIte altre: chi con la forza, chi con la sublime arte della manipolazione culturale. Lo sappiamo bene noi italiani... Questa mancanza di verità finisce per influire anche sulle decisioni internazionali: in assenza di una Verità tutto è lecito e tutto ë ugualmente giusto e sbagliato. Diventa impossibile allora agire, perché diventa impossibile capire chi ha ragione e chi ha torto. Prendiamo il caso della guerra nei Balcani: le atrocità sono ugualmente condivise, allora chi è il buono e chi il cattivo? Il dubbio costringe all’inazione. Manca oggi quel motivo ideale che spingeva i cavalieri — penso ai Templari, per esempio — ad agire nel passato, quando era chiaro quale fosse la verità da difendere».

Religione e politica, dunque?

«In un certo senso: perché anche qui al centro c’è la concezione dell’uomo. La sinistra — e i giacobini furono i primi a sedere provocatoriamente a sinistra perché i “buoni”, biblicamente, stanno a destra del Padre — non crede nella realtà del peccato: ne consegue che è convinta che tutto sia una questione di riforme. Riformando continuamente le istituzioni e, tramite queste, la società, si giungerà prima o poi alla soluzione di tutti i problemi: a colpi di decreti e di rivoluzioni si raggiungerà il Paradiso in terra. È la clasa discutadora, la classe che discute, come la definì causticamente Donoso Cortés. C’è un filo comune che parte da Pelagio e finisce in Marx passando per Occam, Wycliff, Huss, Lutero, Baio, Giansenio e così via. La negazione della caduta: la natura umana è capace di salvarsi da sé. Ecco allora il mito del nuovo Eden, dell’uomo nuovo, riformato, rigenerato, capace di trasformare l’intera umanità. Questa era la convinzione dei giacobini, dei padri fondatori degli Usa, dei dirigenti sovietici. Dall’altro lato, al contrario, la destra crede solo nel peccato: confida perciò nel gendarme come cura alle “malattie” della società. Il poliziotto di destra sta all’assistente sociale di sinistra. Il cattolicesimo invece è per la legge misteriosa dell’et-et: peccato e redenzione. Nel sociale: l’assistente per convincere e il poliziotto per dissuadere chi non volesse sentire ragioni; nel religioso: il sacramento della Confessione, che indica la cura, e la Comunione eucaristica che guarisce. È una concretezza ben diversa: come esempio si può portare san Benedetto, il padre dell’Occidente. Scrive la sua regola per il “gregge turbolento e indocile”, elenca a ogni pagina i “vizi legati all’umana natura”, come durezza di cuore, indisciplina, orgoglio, altezzosità., mormorazione. Ma san Benedetto ama gli uomini così come sono: non sogna neppure lontanamente di costruire un uomo nuovo, ma solo di fare di un poveraccio semplicemente un uomo, magari anche monaco. Si mette al servizio del suo gregge. C‘è una concezione dell’uomo radicalmente diversa che permette, comprendendo appieno che cosa sia la persona, di prendere le giuste decisioni.

In ginocchio davanti al mondo

I più delusi dal documento di Pio IX furono i cattolici liberali. Nel libro lei dedica ampio spazio a descriverne i discendenti: quelli del centro che ci portò a sinistra.

«I cattocomunisti sono quella porzione del popolo cattolico che è convinta di doversi inginocchiare dinanzi al mondo. Appiattiti sulle idee di volta in volta mondane, malgrado tutto convinti che la verità non sia quella indicata da sempre dalla Chiesa, quanto quella che nasce dal confronto dialettico delle opinioni, sono ossessionati dal desiderio di convergere verso le cosiddette forze del progresso. In religione confondono l’apostolato con l’integralismo e provano una sconfinata simpatia per chi ha abbandonato ogni credenza nel soprannaturale; in politica provano un’attrazione fatale verso le sinistre convinti che la democratizzazione delle sinistre è il passo decisivo verso il Paradiso Terrestre. Come sta accadendo anche oggi».

Allora Pio IX aveva previsto la crisi del governo Berlusconi?

«Aveva indicato lungo quale sentiero si sarebbero persi coloro che insistevano per accogliere nel cuore del cattolicesimo i principi filosofici dell‘illuminismo. Ma da un errore dottrinale non può scaturire una società giusta. Gli “ismi” che travagliano il nostro secolo e che l’hanno cosi macchiato di sangue sono i frutti di quelle deviazioni, abbracciate entusiasticamente dai cattolici liberali».

Ma oggi…

«La medesima situazione: ci sono ancona cattolici che presumono di cavalcare il progresso, anzi il progressismo. “Se faremo come De Gasperi e ci porremo alla testa del cambiamento, allora otterremo il consenso”, diceva Mario Segni nel 1992. I risultati si sono visti. Non è un caso che proprio negli anni in cui in Italia ha governato il partito sedicente cristiano, la società si è profondamente laicizzata. Basta ricordane queste parole di De Mita, nel 1986, per capire il perché di questo tradimento: “La Dc non vuole costruire lo Stato cristiano”, perché ciò “introdurrebbe un principio di intolleranza”. Solo che la tolleranza è un dogma liberale. Il termine cattolico è “carità”, che vuol dire “amore”, “comprensione”, ma anche “correzione fraterna”. Lo Stato condannato dal Sillabo è quello assoluto, padrone, etico; quello che impedisce le libere scuole e che, mentre loda i valori della famiglia, persegue politiche che non solo la insidiano, ma tendono a distruggerla. I cattosinistri sono convinti che la democrazia sia un fine, il valore assoluto, non il mezzo. Tutto questo il Sillabo l’aveva previsto».

E non solo. La Proposizione 40 condanna l’affermazione che l’insegnamento della gioventù debba essere affidato alle autorità civili. La scuola libera, che in molti paesi europei rappresenta una valida realtà, da noi è ancora una chimera. Nonostante ogni cittadino paghi tasse profumate, non può scegliere liberamente in quali scuole educare i propri figli. Anzi, chi decide di farlo al di fuori delle scuole statali, da diversi anni ideologizzate in senso anticristiano, viene tacciato di elitarismo o semplicemente bollato come ricco e stravagante. Anche il partito che si definiva cattolico, nei suoi lunghi anni di governo, non ha mai messo in discussione che la scuola debba essere statale: contro il parere di un Papa?

«A mantenere un enorme, dispendiosissimo, farraginoso e inefficace baraccone napoleonico siamo rimasti quasi soli nel mondo civile. Le altre potenze industrializzate hanno percentuali altissime di studenti che frequentano Istituti non statali, e la loro ‘‘democraticità” non sembra soffrirne… anzi, al contrario. Il dogma del “libero mercato” qui subisce un’eccezione. Le sinistre progressiste continuano ad alimentare l’equivoco secondo il quale pubblico equivale a statale. Ma pubblico vuol dire servizio disponibile a tutti: delle autolinee, anch’esse spesso vitali, in mano ai privati non si scandalizza nessuno. È il solito mito giacobino dell‘“uniformità” che persiste: l’odio tutto illuministico per il pluralismo, per le libertà concrete, al plurale, che sono cosa ben diversa dall‘astratta utopica Libertà con la maiuscola. Uno dei capisaldi del liberalismo trionfante fu proprio la scuota di Stato: per fare gli italiani Cavour insisteva sulla “cura del ferro”: ferrovie, leva di massa obbligatoria e scuola statale anch‘essa obbligatoria. La scuola può e deve essere libera, che non vuol dire privata, come vuole quella vulgata paleo-marxista che sta ancora oggi manipolando le idee”.

a cura di Paolo Pugni

 


 
   

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