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Il grido silenzioso



 

Il buon governo dell’ultimo Papa re
 di Andrea Tornelli

Sfatiamo una leggenda nera: le condizioni di vita nello Stato Pontificio al tempi di Pio IX non erano affatto peggiori rispetto a quelle di altri Stati.

[Da "il Timone" n. 33, Maggio 2004]

Tra le leggende nere che meritano d’essere sfatate c’é quella riguardante il governo «retrogrado» e «oscurantista» dello Stato Pontificio sotto il regno di Pio IX, l’ultimo Papa re. C’è bisogno di rivisitare quel periodo storico, pur senza idealizzarlo, ma riconoscendo che la gestione amministrativa dello Stato pontificio ai tempi di Pio IX non aveva quelle tinte fosche alle quali ci ha abituato certa storiografia.

Rientrato a Roma il 12 aprile 1850 dopo la fuga a Gaeta avvenuta nel novembre di due anni prima, Pio IX è accolto con affetto dai suoi sudditi. Prima ancora di raggiungere la capitale, il Pontefice aveva pubblicato un Motu proprio con il quale istituiva un Consiglio di Stato, una Consulta per le finanze e prometteva un’ampia amnistia. Mastai torna dunque ad essere il Papa re, anche se l’unica missione che lo interessava era quella del pastore d’anime, come lui stesso aveva scritto al granduca Leopoldo II: «La tutela del dominio temporale della Santa Sede è secondaria, in confronto all’altro che mi occupa di procurare che i popoli cattolici conoscano la verità e siano rischiarati sui principi della virtù e del vizio, che oggi si tenta di capovolgere».

La situazione della Stato al momento del rientro è penosa: le finanze sono dissestate dopo l’esperienza della Repubblica Romana e l’amministrazione pontificia, ripresone il controllo, inizia un’opera di risanamento che porterà in otto anni al pareggio un bilancio che nel 1850 presentava un «buco» di ben due milioni.

Alcuni dati incontrovertibili aiutano a comprendere come la lotta risorgimentale abbia talora contribuito a falsare la realtà circa le condizioni di vita dei sudditi del Pontefice Per quanto riguarda, ad esempio, la presenza del clero nella pubblica amministrazione (la necessità di «laicizzare» era uno del cavalli di battaglia dei riformatori liberali), nel 1856, su 7.157 funzionari dello Stato, appena 303 erano ecclesiastici. E non tutti questi erano veri preti, ma vestivano soltanto l’abito prelatizio per antica consuetudine.

I condannati per reati esclusivamente politici nel 1859 erano soltanto 72; 186 per delitti commessi durante i moti rivoluzionari, mentre 202 erano gli esiliati per i fatti del 1848-1849. II 30 aprile 1856 in tutto lo Stato pontificio c’erano 543 carcerati in attesa di giudizio, e 6.114 erano i condannati in via definitiva. C’era un prigioniero ogni 262 abitanti, mentre in Piemonte ce n’era uno ogni 134 abitanti. Il Papa si occupô personalmente di far introdurre nelle carceri le innovazioni umanitarie e face sorgere case di correzione per la riabilitazione dei detenuti.

La pressione fiscale non era alta e i meno abbienti erano esentati dal pagamento delle imposte. Nello Stato del Papa si pagavano tasse che oscillavano tra i 20 e i 22 franchi a persona, mentre in Piemonte la pressione fiscale variava da 30 a 32 franchi, in Francia toccava i 40 e in Inghilterra arrivava addirittura ad 80.

Nel 1850 Pio IX istituì una cattedra di agraria all’università di Roma e quattro anni dopo insediò una commissione per l’agricoltura, l’orticoltura, l’allevamento del bestiame. Stabilì la somma annuale di cinquantamila lire per premiare quanti piantassero, nel territorio dello Stato pontificio, alberi nuovi per quindici anni. Furono prosciugate le paludi di Ostia e Ferrara, venne

bonificato l’Agro romano, si ampliarono i porti di Ravenna, Ancona, Senigallia e Cesenatico. Roma fu dotata dell’acqua potabile, chiamata «Pia».

Fin dal 1847 il Papa promosse l’illuminazione a gas, incoraggiando personal mente il rappresentante della compagnia inglese che aveva ricevuto l’incarico di effettuare i lavori. Quest’ultimo, un tale di nome Shepherd, testimonierà: «Ho sempre trovato nel Papa non solo un amico del progresso, ma un protettore degli intelligenti rinnovatori». Furono ampliate le linee del telegrafo cosi da collegare tra di loro, nel 1860, tutti i maggiori centri dello Stato. Anche la sanità non era poi così da buttare se paragonata a quella degli altri Paesi: il più grande nosocomio della città, il Santo Spirito, a poche centinaia di metri da Piazza San Pietro, aveva 1.600 posti letto. In città i posti letto negli ospedali erano circa cinquemila, con una proporzione di tre ogni cento abitanti.

A Roma, tanto per fare un paragone, c’era un ospedale ogni 9.363 abitanti, a Londra uno ogni 40.737 abitanti. Nella capitale della Stato pontificio c’era un istituto di beneficenza ogni 2.707 cittadini, a Londra uno ogni 6.888.

Pio IX nel 1869 fondô un dispensario generale per le visite mediche e i medicinali gratuiti ai poveri. Promosse asili per l’infanzia, dormitori, forni dove veniva venduto il pane a prezzi politici, abitazioni popolari. «La guida della Chiesa universale e le gravi difficoltà politiche non impediscono a Pio IX di intuire l’insostituibile ruolo che nell’immediato futuro avrebbe avuto la rete ferrata nello sviluppo economico, sociale, culturale, politico delle nazioni. Il 14 luglio 1846 — non è passato un mese dalla sua elezione a sommo pontefice! — affida ad una Commissione Tecnica lo studio e la progettazione di un’articolata rete ferroviaria per lo Stato Pontificio». È quanto si legge in un depliant pubblicitario stampato dalle Ferrovie dello Stato della Zona territoriale adriatica il 3 settembre 2000, in occasione della beatificazione di Mastai.

«Sotto Pio IX, con capitale italiano e straniero — spiega la storica Maristella Casciato — si attua una complessa trasformazione dei trasporti che influisce fortemente sulla dinamica urbana: Ia prima linea ferroviaria è la Roma-Frascati, inaugurata il 14 luglio 1865. Roma diventa un importante capolinea ferroviario con l’apertura della strada ferrata per Orte (successivamente prolungata sia versa Firenze, sia versa Ancona), delle linee per Civitavecchia-Grosseto (1859), per Ceprano-Napoli (1862), per Anzio, per i Castelli romani».

Nel 1864 il Papa in persona inaugurò il ponte ferroviario della Magliana, costruito in ferro con la campata centrale mobile per non intralciare il traffico fluviale.

La ferrovia Roma Ancona fu la prima a unire il Tirreno al l’Adriatico; passava accanto a città antiche e famose come Assisi e Perugia. Si costruirono lunghi tunnel (Balduina, Fossato, Gola della Rossa); due ponti sul Tevere, uno sull’Esino e alcuni grandi viadotti. Solo per realizzare le traversine per a strada ferrata fu necessario abbattere circa 149 mila querce.

«Mentre le ferrovie, con varie linee, raggiungono ormai Roma — ha scritto Paolo Dalla Torre — si cominciano a studiare in questo periodo nuovi sistemi di trasporto urbano: accanto alle vetture private e alle carrozze a nolo, appaiono i primi servizi con i cavalli. Rilevanti progressi vengono fatti anche nel settore industriale, che vede sorgere e svilupparsi fonderie e officine meccaniche; opifici per filatura, tintura e tessitura di cotone, seta e lana; cartiere, raffinerie di zucchero, brillato di riso; industrie del legno, chimiche, cementifere, che forniscono le materie prime lavorate o semilavorate ad un fiorente artigianato, tecnicamente e moralmente sostenuto dalle tradizionali congregazioni». Il governo del Papa è il primo in Italia, insieme a Firenze, Parma e Modena, a introdurre, nel gennaio 1852, I francobolli postali.

Anche nella tutela e valorizzazione del patrimonio artistico Pio IX fu tutt’altro che retrogrado. Nel 1854 istituì a Bologna una nuova cattedra di architettura, fece restaurare il duomo di Orvieto, salvò dalla rovina gli affreschi di Benozzo Bozzoli a Montefalco, stanziò somme considerevoli per la Basilica di San Paolo, fece rinforzare il Colosseo. Costituì la Commissione di archeologia sacra e finanziò, con notevoli somme, gli scavi sulla via Appia, sulla Nomentana, sul Palatino e nel Foro romano.

La «qualità della vita» per i cittadini del regno papale non era dunque affatto inferiore a quella di altri Stati. Anzi, a leggere queste statistiche, sembra fosse decisamente migliore..

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«La Roma degli ultimi papi re era davvero una città provinciale e decadente, soffocata dall’arretratezza e culturalmente insignificante? Nulla dl tutto ciò, anzi quest’immagine ideologica trasmessa da stereotipi d’evidente origine risorgimentale e anticlericale dev’essere rivista perché la capitale dello Stato pontificio tra l’età napoleonica e la breccia dl Porta Pia fu invece un centro mondiale d’assoluta rilevanza dal punto dl vista culturale e artistico, che attirava visitatori, artisti e intellettuali da ogni parte del globo proprio mentre il potere temporale pontificio s’avviava alla fine». (Giovanni Maria Vian, inserto di Avvenire “I luoghi dell’Infinito”, maggio 2003).

Bibliografia

A Tornielli, Pio IX. L’ultimo Papa re, Milano 2004 (Biblioteca Storica del Giornale, servizio clienti, tel. 028566366).
A. Gnocchi - M. Palmaro, Formidabili quei Papi, Ancora 2000.
F. Bartoccini, Roma nell’Ottocento. Il tramonto della “Città Santa”. Nascita dl una capitale, Cappelli 1987.

 


 
   

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