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Il grido silenzioso



 

Novecento, il secolo del male
 di Maurizio Blondet

Mette sullo stesso piano nazismo e comunismo ed è contestato dall’intellighenzia europea: parla Alain Besançon.

[Da "Avvenire", 5 Marzo 2000]

«Consultiamo sul Minitel [una specie di Internet francese] la parola "nazismo", e troviamo 408 voci; alla parola "stalinismo", 7; "Auschwitz" 105; "Kolyma", 2; "fame in Ucraina" (cinque o sei milioni di morti nel 1933), zero". Per aver pronunciato frasi di questo genere in una conferenza all’Institut de France di cui è membro, Alain Besançon - grande intellettuale cristiano, autore di Breve trattato di sovietologia (1976), Le origini intellettuali del leninismo (1977) fino al saggio Tre tentazioni nella Chiesa (1996) - s’è trovato nel mezzo di una tempesta. "Il mio discorso ha inquietato molti", racconta ora nella sua casa parigina. "Il direttore di Le Monde, Jean-Marie Colombani, ha pubblicato un’intera pagina per contestarmi il diritto di paragonare nazismo e comunismo. La rivista Commentary, dell’American Jewish Committee, ha pubblicato il mio discorso, con risposte e obiezioni di personalità qualificate, da Brzezinsky e Kolakowski. Poiché la polemica continuava, ho deciso di scrivere questo libro».

«Questo» libro è, nella traduzione italiana della casa editrice Ideazione, Novecento, il secolo del male: 162 pagine limpide e profonde, un trattato intrepido di anatomia comparata dei due mostri ideologico-concentrazionari del secolo XX.

Un giornalista italiano, Gad Lerner, accusa di «nevrosi comparativa» chi si prova a soppesare i crimini del nazismo a paragone di quelli del nazismo. Lei ha violato questa sorta di interdetto.

«Riconosco che l’argomento è pericoloso", risponde Besançon, deliberatamente equanime: "Son da tenere in conto le legittime suscettibilità degli ebrei, che hanno sofferto il nazismo, e le legittime suscettibilità di coloro che hanno sofferto il comunismo, ceceni, ungheresi, polacchi, armeni».

E tuttavia, lei ha preso il bisturi e ha comparato i due "mostri".

«Devo dire che ho cominciato senza sapere che cosa avrei trovato. All’inizio, capivo che i problemi erano due. Primo: si possono paragonare nazismo e comunismo? Secondo: la Shoah è unica?».

La risposta alla prima domanda?

«Non è difficile. Nelle differenze fra i due regimi, ho esaminato la distruzione dei corpi - e non solo dei corpi, ma delle anime e della società - provocata dal comunismo».

Questa distruzione, che lei descrive con parole memorabili. Lei descrive l’evoluzione, sotto il regime bolscevico, del "popolo socialista" in "homo sovieticus": che all’inizio "faceva il male credendolo bene", mentre ad un certo punto "sa di farlo". E allora "denuncia, ruba, striscia, diventa cattivo e vile e se ne vergogna"...

«Spero anche di aver mostrato che non regge l’argomento delle "buone intenzioni di principio" del comunismo, opposte alla "malvagità di principio" nazista. Anche il comunismo aveva male intenzioni di principio. L’eliminazione fisica del "nemico di classe" è uno dei primi atti dei comunismi: che in Russia come in Cina, in Corea come in Romania e Cambogia, giungono ad uccidere "il 10% e più della popolazione"».

E sulla unicità della Shoah, che risposta s’è dato?

«La Shoah come fatto unico non ha senso per i musulmani, i giapponesi; men che meno per i cinesi, che in accordo col senso comune taoista vedono nelle tragedie politiche una sorta di impersonale evento catastrofico, come l’alluvione o il terremoto (e in Cina, nel XIX secolo, dunque un secolo prima di Mao, la rivolta dei Taiping portò 70 milioni di morti). L’unicità della Shoah ha senso solo per gli ebrei e per i cristiani, per coloro che conoscono la promessa di Dio al popolo ebraico».

Ma questo equivale a dire...

«...che l’unicità della Shoah può essere capita e difesa solo sul terreno della teologia».

Difatti, il suo capitolo "Teologia" ha qualcosa d’impressionante: lei scopre le radici marcionite e pelagiane del nazismo, il "biblismo" di Hitler, e quello del comunismo... Un capitolo complesso. Dove non esita a chiamare in causa il Principe di questo mondo.

«Sulla scorta di Tommaso d’Aquino, che distingue nel tema del male l’opera "umana" da quella satanica. L’uomo, quando fa il male, lo fa di solito alla ricerca di un bene, anche se egoistico: invece nel nazismo e comunismo questo motivo scompare. Perché impiegare uomini, mezzi, trasporti, fino a compromette lo sforzo bellico, per andare a scovare, nel fienile dove si nasconde, una bambina ebrea allo scopo di ucciderla? Perché, come fece Stalin, fucilare metà dei generali sovietici alla vigilia della guerra?».

Il male per il male, in satanica purezza.

«Non c’è nessuno che abbia provato, o studiato da vicino, nazismo e comunismo, e che non abbia "sentito" Satana».

Faccio la parte del diavolo, provocandola con un argomento usato da antisemiti, da Céline a Igor Safarevich: il bolscevismo fu promosso e governato da ebrei, e per questo è vietato giudicarlo come il nazismo?

«No, non è vero! Vero è solo che gli ebrei, nel comunismo, furono come tutti gli altri, un po’ persecutori e in una parte vittime; mentre nel nazismo furono solo vittime, e ciò ha un influsso sulla memoria del nazismo, e sull’oblio del comunismo».

Ecco: l’oblio, l’auto-assoluzione del comunismo: fra l’altro, proprio perché è durato di più. "La durata ha effetto di auto-amnistia", dice lei.

«Sul comunismo gravano tre tipi di oblio. L’oblio ebraico, di cui ho già detto. Poi l’oblio dei sopravvissuti, l’oblio quasi biologico di chi esce da un incubo durato settant’anni, e pensa solo a tornare a vivere. Ma poi c’è l’oblio cristiano, perché cristiani hanno partecipato ad entrambi i regimi. L’antigiudaismo cattolico e protestante ha creato il terreno ad Hitler, e la Chiesa l’ha riconosciuto. Invece, i credenti non hanno fatto ammenda per i loro cedimenti al totalitarismo comunista».

 


 
   

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