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Il grido silenzioso



 

Cristeros
 di Vittorio Messori

[Da "Le cose della vita", San Paolo, Milano 1995]

Se ne leggono (e se ne sentono) di tutti i colori sui cinquecento anni dalla scoperta dell’America. La ricorrenza ha generato un fiume di parole, dove si mescolano verità e leggende, intuizioni profonde e slogan superficiali. Ciò che più rattrista è l’atteggiamento di certi religiosi - soprattutto dell’emisfero Nord, europeo e americano - che, pur spiazzati dal crollo subitaneo di quel marxismo che avevano abbracciato con entusiasmo di convertiti, continuano ad applicarne le fallaci quanto disastrose categorie interpretative. Ci sono addirittura frati e suore che pubblicamente deprecano che i missionari cristiani abbiano "rovinato" quelle belle idolatrie precolombiane, quei feticismi feroci che - come nel caso degli Aztechi - avevano a base indispensabile il sacrificio umano di massa. Stando a questi religiosi, molto meglio se quei popoli non fossero entrati in contatto con la pericolosa mania dei loro confratelli di un tempo di considerare importante l’annuncio di Cristo e del vangelo. Ma, nella massa dello sciocco, del falso, del noncristiano (anche se sostenuto da chi come "cristiano" si presenta: e più di ogni altro, in quanto presunto "difensore degli oppressi"), si distinguono alcune pubblicazioni che meritano attenzione. Tra le altre, la traduzione, edita dalla Ares, dell’opera di Alberto Caturelli, prestigioso docente di filosofia nell’università argentina di Cordoba. Il libro - dal titolo Il nuovo mondo riscoperto - è uno straordinario impasto di metafisica, di storia e di teologia; ne è uscita una riflessione felice e illuminante, perché guarda a ciò che avvenne nelle Americhe nella linea di una "teologia della storia" che ormai da troppo tempo manca ai credenti, con il risultato di renderli insignificanti. È una sorte alla quale cerca di reagire anche Jean Dumont, con il suo piccolo, denso, nervoso libro provocatoriamente "cattolico" sin dal titolo: Il vangelo nelle Americhe. Dalla barbarie alla civiltà. La traduzione italiana è pubblicata in queste settimane dalle Edizioni Effedieffe, le stesse di cui già parlammo qui (frammento 95) per la coraggiosa traduzione del pamphlet sulla rivoluzione francese dello stesso Dumont e dell’implacabile Il genocidio vandeano di Reynald Secher.

È Jean Dumont che ai "nuovi" cattolici in vena masochistica, a quei credenti che giudicano l’epopea dell’annuncio della fede nelle terre americane solo come una guerra di massacro e di conquista travestita da pseudo-evangelizzazione, è Dumont, dunque, che ricorda il caso troppo spesso dimenticato del Messico. Sono avvenimenti di pochi decenni fa, eppure sembrano sepolti da una cortina di oblio e di silenzio. Ecco tanti preti e frati ripeterci per l’ennesima volta le atrocità, vere o presunte che siano, dei Conquistadores del XVI secolo e tacere ostinatamente, al contempo, sui Cristeros del XX secolo. Un silenzio non casuale, perché proprio i Cristeros, con quella loro folla di martiri indigeni, sono una smentita dello schema che vorrebbe forzata e superficiale l’evangelizzazione nella Ibero-America. Vediamo, dunque, di rinfrescarci un poco la memoria. Come già ricordammo in "puntate" che dedicammo alla "leggenda nera" antispagnola, all’inizio dell’Ottocento la borghesia "creola", quella cioè di origine europea, combatté per liberarsi dalla Corona di Spagna e dalla Chiesa e per avere così mano libera nello sfruttamento degli indios, senza più l’impaccio dei governatori di Madrid e dei religiosi. È un "movimento di liberazione" (ma solo per i privilegiati bianchi) che si raccoglie attorno alle logge massoniche locali, aiutate dai "fratelli libero-muratori" di quel Nord America anglosassone che proprio in questo modo comincia il suo spietato processo di colonizzazione del Sud "latino". *

Le nuove caste al potere nelle antiche province spagnole mettono in atto una legislazione anticattolica, scontrandosi con la resistenza popolare, costituita in maggioranza proprio da quegli indios o da quei meticci che - secondo lo schema attuale sarebbero stati battezzati a forza e non vedrebbero l’ora dì tornare ai loro culti sanguinari. Per stare al Messico, le leggi "giacobine" e la prima insurrezione "cattolica" si verificano tra il 1858 e il 1862. All’inizio del nostro secolo, poi, il giacobinismo liberale si allea al socialismo e al marxismo locali, tanto che "tra il 1914 e il 1915 i vescovi furono arrestati o espulsi, tutti i sacerdoti furono imprigionati, le suore cacciate dai conventi, il culto religioso proibito, le scuole religiose chiuse, le proprietà ecclesiastiche confiscate. La costituzione del 1917 legalizzò l’attacco alla Chiesa e la radicalizzò in modo intollerabile" (Felix Zubillaga). È da notare che quella costituzione (ancora oggi in vigore, almeno formalmente: nei suoi viaggi in Messico Giovanni Paolo II fu chiamato dalle autorità sempre e solo señor Wojtyla) non fu sottoposta all’approvazione del popolo. Il quale non solamente non l’avrebbe approvata, ma dimostrò subito come la pensasse: prima con la resistenza passiva e poi prendendo le armi, in nomedella dottrina cattolica tradizionale che riconosce lecito resistere con la forza a una tirannia insopportabile. Cominciava l’epopea dei Cristeros, detti così con spregio perché, davanti ai plotoni di esecuzione, morivano gridando: ¡Viva Cristo Rey! ¡Viva Cristo y Nuestra Señora de Guadalupe! Gli insorti che (come i loro fratelli vandeani) militavano sotto le bandiere col Sacro Cuore, giunsero a schierare 200.000 uomini armati, appoggiati dalle Brigadas Bonitas, le brigate femminili per la sanità, la sussistenza, le comunicazioni.

La guerra divampò tra il 1926 e il 1929, e se il governo fu costretto alla fine a un compromesso (e se i bandoleros cattolici dovettero, malgrado i successi, obbedire a malincuore all’ordine della Santa Sede di deporre le armi), lo si deve al fatto che la resistenza alla scristianizzazione aveva coinvolto in profondo tutte le classi sociali: dagli studenti agli operai, dalle casalinghe ai contadini. Anzi, per dirla con uno storico imparziale, "non ci fu un solo campesino che, direttamente o indirettamente, non appoggiasse i Cristeros". A differenza delle rivoluzioni marxiste, che in nessuna parte del mondo e mai neppure in America Latina - riuscirono a coinvolgere davvero il popolo (lo si vide, tra l’altro, in Nicaragua, quando al popolo si diede voce), la Cristiada messicana fu un movimento profondamente, autenticamente popolate. Uomini e donne di ogni ceto si fecero massacrare, a centinaia, pur di non rinunciare al Cristo Rey e alla devozione per la gloriosa Madonna di Guadalupe, madre di tutta l’America iberica. Cadde fucilato, tra gli altri, quel padre Miguel Agustin Pro che il papa ha beatificato nel 1988. 

La più eroica delle resistenze fu proprio quella degli indios del Messico centrale che era stato la culla degli Aztechi e dei loro foschi culti; mentre la casta dei sin Diòs i "senza Dio" al governo venivano dalle regioni del Nord, scarsamente cristianizzate a causa della soppressione, nel Settecento, delle missioni dei gesuiti. Questa lotta dei Cristeros a difesa della loro fede fu tra le più coraggiose della storia ed è continuata, anche se in forme meno cruente, sino ai giorni nostri. Malgrado dal 1917 viga in Messico la costituzione "atea", forse in nessun altro luogo Giovanni Paolo II ha avuto accoglienze di massa più sinceramente festose. E nessun santuario al mondo è più affollato di quello di Guadalupe. Come spiegano questa fedeltà coloro che ci vorrebbero convincere di una evangelizzazione forzata, di una fede imposta usando il crocifisso come una clava? 

* Cfr. Pensare la storia, pp. 658ss.

 


 
   

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