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Cristianesimo sotto accusa |
| Da Parigi Robert Migliorini
Cresce il fervore religioso ma specialmente in Europa aumenta l’intolleranza verso la fede: la denuncia dello storico René Rémond.
intervista
«I cristiani sono depositari di una visione dell’uomo che non è confessionale ma d’interesse generale. Vi sono laici che esprimono addirittura odio, come Michel Onfray»
Da sempre energico difensore del genio del cristianesimo e della sua attualità di fronte ai dilemmi delle società contemporanee, il grande storico e politologo René Rémond scandaglia nel suo ultimo saggio le correnti del nuovo anticristianesimo. Non senza una punta di lucida apprensione. Nato nel 1918, accolto fra gli "immortali" dell’Académie française e da tempo alla guida della prestigiosa Fondazione di Scienze politiche di Parigi, Rémond ha esplorato per decenni i ponti fra le nuove correnti del pensiero politico e l’ansia di trascendenza dell’uomo contemporaneo.
Professor Rémond, anni fa nel libro «Le christianisme en accusation» lei si era interrogato sul discredito intellettuale e culturale di cui il cristianesimo è oggetto nelle nostre società. Perché tornare sul tema con questo nuovo volume «Vers un nouvel anti-christianisme»?
«Proprio l’eco ricevuta dal libro, le reazioni che ha suscitato nel mondo politico e presso gli opinionionisti, mi ha spinto a completare il discorso. Si trattava in quel caso di ricordare l’importanza incontestabile del fatto religioso nelle nostre società. Cinque anni dopo, la problematica si è spostata e arricchita. Si pensi al dibattito sulla Costituzione europea o anche, per la Francia, alla codificazione del culto musulmano e alla legge del 15 marzo 2004 (sul velo e altri segni religiosi vistosi). In generale, cosa si constata? La diffidenza di fronte al fatto religioso non sembra essersi affievolita, alimentata d’altra parte più dalla congiuntura internazionale che dalla situazione francese. Constato persino una certa radicalizzazione: la legge del 2004, per esempio, non significa un ritorno al clima del 1880 in cui furono proscritti tutti i segni religiosi?».
Sul momento, si era pensato che l’emozione planetaria percepita in occasione della morte di Giovanni Paolo II avrebbe segnato un’evoluzione di clima e di prospettiva...
«Vi ho visto un segno di resistenza del fatto religioso alla cancellazione, ma il ritorno di fe rvore ha anche acuito delle allergie. Soprattutto da parte di coloro che rifiutano sempre che il fatto religioso sia presente nello spazio pubblico. Ho ascoltato, in quest’occasione, uomini politici francesi indignarsi del fatto che il governo avesse deciso di mettere le bandiere a mezz’asta per un giorno per onorare un grande uomo, Giovanni Paolo II, mentre, al contempo, l’Egitto o il Pakistan decidevano tre giorni di lutto nazionale per il capo di una religione che non è la loro!».
Eppure, è nel momento in cui il cristianesimo presenta dei segni evidenti di debolezza che è così fortemente posto sotto accusa.
«Il che dovrebbe avere per conseguenza che lo si attacchi di meno! Capisco che un secolo fa i "laici" potessero preoccuparsi del clericalismo di una Chiesa che accettava malvolentieri di perdere il suo potere di tutela sulla società. Oggi, non è più il caso. Invito quelli che dubitano sempre della sincerità dell’evoluzione della Chiesa a rileggere i testi del Concilio Vaticano II, come la Dichiarazione sulla libertà religiosa. Consiglio anche di operare delle distinzioni fra le religioni. Non si deve perdere di vista che, oltre alle loro tradizioni dogmatiche, le religioni non sono intercambiabili. Soprattutto sul piano delle loro relazioni con la società civile. Anche se riconosco che il fenomeno del neoconservatorismo americano confonde attualmente le carte: vediamo emergere in questa parte del mondo un cristianesimo che pratica di nuovo la confusione dei generi nel quale non ci riconosciamo».
Fra le forme attuali d’anticristianesimo che lei individua, lei si sofferma sul recente libro di Michel Onfray «Trattato di ateologia». Perché?
«È sintomatico di un radicalismo intellettuale che attacca, senza sfumature, i monoteismi e in particolare il cristianesimo. Ogni cristiano dovrebbe interrogarsi sul successo di un simile saggio che ha trovato presto duecentomila acquirenti. Michel Onfray è libero di esprimere le sue convinzioni, comprese quelle oscuranti ste. Ma lo chiamo in causa su due punti: innanzitutto, la sproporzione, il divario, fra la pretesa dell’enunciazione - scrivere un trattato di ateologia - e il contenuto del libro. Ci si attende un’opera scientifica - Michel Onfray fa riferimento a Spinoza - e si scopre poi un pamphlet. Con controverità scioccanti, come la presunta connivenza fra nazismo e cristianesimo. Il libro mostra superbia e intolleranza, e non una volontà scientifica. D’altronde, resto convinto che questo pseudotrattato si inscrive in una logica d’insegnamento del disprezzo verso le fedi dei nostri contemporanei e verso loro stessi. In una società pluralista, ciascuno deve ascoltarsi e rispettarsi. Ora, Onfray presenta i cristiani quasi come dei deboli di mente. Non mi spiego questa forma di odio, inverosimile da parte di un intellettuale che si presenta come un filosofo».
Quale sarebbe, in questo contesto, la migliore risposta da dare ai nuovi detrattori del cristianesimo?
«Difendo una Chiesa educatrice della libertà di coscienza. Una coscienza illuminata, libera e adulta, che nutre delle convinzioni. Per questo abbiamo bisogno di un cristianesimo ragionevole, che affronti le sfide intellettuali con cui le società si confrontano. Le risposte pietistiche sono insufficienti. Nel solco della grande tradizione della Chiesa, i cristiani sono depositari di una visione dell’uomo che non è innanzitutto confessionale, integralista, ma di interesse generale. I cristiani non devono cedere alla tentazione di presentarsi come i difensori di un’identità particolare o ritirarsi nelle sagrestie».
(traduzione di Daniele Zappalà per gentile concessione del quotidiano «La croix»)
(Avvenire, 9 ottobre 2005)
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