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Il grido silenzioso



 

Comunismo, nazismo e unicità della Shoah
 di Alain Besançon*

Nazismo e comunismo sono due specie all’interno dello stesso genere. Entrambi vogliono costruire una società perfetta eliminando tutto ciò che si oppone al raggiungimento dello scopo. Eppure il primo è ricordato come un incubo, il secondo è solo rimosso dalla coscienza. Il problema della unicità dello sterminio degli ebrei.

[Da «Nuova Storia Contemporanea», Anno V, n. 3, Maggio/Giugno 2001]

All’origine di questa mia riflessione c’è un indignazione profonda, che condivido con molti altri, davanti alla distorsione della memoria storica nel ventesimo secolo. Questo contrasto tra amnesia (e, in pratica, amnistia) nei confronti del comunismo e ipermnesia nei confronti del nazismo ("iper" non nel senso che ce ne ricordiamo troppo, ma perché si tratta in parte di una reazione all’amnesia nei confronti del comunismo) è alla base del discorso che tenni nell’ottobre 1997 alla riapertura solenne dell’Institut de France, ripreso in seguito dalla rivista francese «Commentaire», dalla rivista ebraica americana «Commentary» e che venne poi riportato un po’ ovunque, e soprattutto, di recente, in Polonia.

In seguito ritenni che il problema andasse rivisitato partendo dall’alto, e per questo scrissi un libretto molto discusso: discussioni spesso infervoratissime, e qualche volta serene (soprattutto alla Facoltà di Legge, a Parigi): il libro è già stato tradotto o sta per essere tradotto in molte lingue fra cui l’italiano (1).

Il mio punto di vista, che è quanto ha suscitato una certa reazione, è risolutamente comparativista. Non è per niente assimilazionista. Quei "gemelli eterozigoti" che sono il comunismo e il nazismo sono fra loro distinti, hanno una storia diversa, sono stati nemici e tuttavia li considero come due specie all’interno di uno stesso genere, il genere "ideologico". Per ideologia, intendo una dottrina che promette una salvezza temporale a chi si converte, che si fa passare per espressione di un ordine cosmico scientificamente decifrato nella sua evoluzione, e che impone una prassi politica volta a trasformare radicalmente la società. Entrambi i movimenti mirano a costituire una società perfetta, stroncando il principio del male che si frappone al raggiungimento di questo scopo. Si autoconsiderano filantropici, giacché vogliono il bene dell’intera umanità, o della parte salvabile di essa, e questo ideale ha suscitato in entrambi i casi adesioni entusiastiche ed eroici sacrifici. In ultimo, soprattutto, si sono entrambi arrogati il diritto, e persino il dovere, di uccidere: l’hanno fatto con metodi simili, e su scala fino ad allora sconosciuta alla storia.

La questione della Shoa

Ora, inevitabilmente, a un certo punto della ricerca, ci si imbatte nella questione della Shoah. Fino a che punto, fra le immense stragi che hanno caratterizzato questo secolo, va trattata come un caso a sé? Va vista come una tomba fra le tombe del cimitero comune, oppure, se è vero il contrario, perché? Appena mettiamo la questione sul tappeto, già ci accorgiamo d’esserci spostati su un livello diverso: usciamo dalla semplice analisi storica e politica per entrare nella metafisica, o per meglio dire, in ambito religioso. L’argomento suscita una sacra reverenza. Entriamo dunque nella storia della religione, quella ebraica per cominciare e, di riflesso, quella cristiana.

Questa presa di coscienza non è stata immediata. È legata all’incremento di quella che potremmo chiamare "visibilità" del popolo ebraico. L’ebraismo si è sempre definito contemporaneamente in termini di religione, di popolo, di terra. L’aspetto religioso gli era stato più o meno riconosciuto, ma l’emancipazione non gli aveva concesso di tornare un popolo, giacché stemperava il concetto di popolo nella nozione moderna di cittadinanza. Nei casi di semi-emancipazione o di non emancipazione, il popolo ebraico diventava un’etnia indesiderabile nella nazione, e ne portava le conseguenze. Solo nel 1948 si manifesta davanti a tutti nella forma moderna di uno stato nazionale, largamente laico e dotato di totale indipendenza, che aveva perso dai tempi della prigionia di Babilonia. Un’altra data importante è il 1960, anno del processo Eichmann, che volutamente non è tenuto in sordina, e che, definendo il contorno della Shoa, diventa un evento centrale e per certi versi basilare fondamento della legittimità.

La scoperta progressiva dell’estensione dei crimini comunisti fu ciò che rese inevitabile il paragone con il nazismo. Questi crimini erano già noti, ma vennero ufficializzati, solo in parte, da Kruscev nel 1956, e da quel momento diventò difficile negarli. L’Arcipelago Gulag, di Solzenicyn, nel 1974 abbatté il muro della menzogna. Così, nel mezzo degli anni sessanta, i due orrori del secolo, nazismo e comunismo, si trovarono entrambi sul banco degli imputati. Ma con gli stessi capi d’accusa? È questo il tema di quanto seguirà.

Esaminerò la questione da un unico punto di vista, quello della distruzione. La distruzione è fisica: uomini vivi sono trasformati in cadaveri. È morale: anime oneste e ragionevoli sono diventate criminali, folli, stupide. È politica: la società viene improvvisamente e violentemente costretta ad abbandonare la sua forma naturale per adeguarsi ad uno stampo confezionato dell’ideologia.

In seguito renderò l’analisi dal punto di vista della filosofia e della teologia, e per finire descriverò l’operato della memoria, circoscrivendo, in conclusione, il solo ambito in cui l’unicità della Shoah ha un senso.

Non mi dilungherò quanto alla distruzione fisica; perché i fatti sono noti e il censimento dei morti è più o meno (soltanto più o meno) concluso. Raul Hilberg è l’autore di una stemma infinitamente scrupolosa e documentata, intitolata La Destruction des Juifs d’Europe (2). Questa distruzione è avvenuta secondo Hilberg in cinque tappe, ovvero: esproprio, concentramento della popolazione, operazioni di carneficina mobile, deportazione, centri di sterminio. In base a questa traccia, possiamo constatare come la distruzione operata dal comunismo si serva dei primi quattro mezzi elencati, seppure con varianti legate alla natura e al progetto che la caratterizzano. Ha omesso il quinto, ovvero lo sterminio su scala industriale "senza scampo", e ne ha aggiunti altri due, di cui il nazismo non ha avuto bisogno: l’esecuzione giudiziaria e la carestia.

L’esproprio è la prima misura messa in atto dal potere comunista, secondo la sua stessa definizione. In breve tempo le persone si ritrovano praticamente con i vestiti che hanno indosso e i mobili. Ci sono sempre stati dei "ricchi" nei paesi comunisti, possessori "illegali" oppure privilegiati in virtù della loro posizione all’interno del sistema, che dava loro certi vantaggi". Dal momento che il diritto è legato alla proprietà privata, scompare insieme ad essa.

Il concentramento, cioè il sistema di reperimento dei nemici, non è il medesimo: il nazismo considerava gli ebrei dei focolai fisici, individuali, di infezione, da eliminare come in un’operazione di derattizzazione. Quanto al comunismo, si era dato un compito più vasto, perché vago e senza contorno definito. Doveva distruggere "il nemico del socialismo", "il nemico del popolo" che poteva nascondersi persino nelle classi elette (il proletariato), persino nel partito. Per questa ragione gli organi di polizia erano molto più sviluppati e più numerosi che nel nazismo, e bastarono due anni per portare a termine tre quinti della "soluzione finale". Ma nel 1917 fino all’ultimo giorno, gli organi sovietici non fecero che smistare, schedare, filtrare e rifiltrare tutta la popolazione.

Le operazioni di carneficina mobile (analoghe a quelle dei famosi Einsatzgruppen nazisti) sono state effettuate sporadicamente lungo tutto l’arco della dominazione comunista. Si sono sviluppate su larga scala agli inizi della Rivoluzione russa, a più riprese in Cina c in modo grandioso in Cambogia, dove gli scavi delle fosse comuni sono tuttora in corso.

La deportazione nei campi di lavoro è stata inventata ed eretta a sistema dal regime comunista. Deportazione e comunismo sono consustanziali, il nazismo l’ha semplicemente imitato. La gamma dei campi, la varietà di deportazioni è molto più ampia nel comunismo che non nel nazismo. In alcuni campi, con l’aiuto del clima e della longevità del sistema, la mortalità raggiunge a volte proporzioni da sterminio, per esempio nel campo di Kolyma, senza però che si proceda all’eliminazione immediata messa in atto a Treblinka. Ciò che sappiamo dei campi della Corea del Nord ci fa drizzare i capelli sulla testa. E sono tuttora in piena attività. Ci sono tipi di condanna a morte che sono più specificatamente comunisti: l’esecuzione giudiziaria e la carestia.

Il nazismo non praticò l’esecuzione giudiziaria contro gli ebrei, giacché essi non facevano parte della specie umana; la usò invece contro gli oppositori del regime, dopo un esame sommario ma realistico dei fatti. Il comunismo la praticò su larga scala, sebbene nei periodi di massimo terrore le persone che venivano arrestate fossero del tutto estranee ai capi d’accusa. Da qui, la torturante paura che gravava sull’insieme della popolazione, benché sottomessa, benché sinceramente comunista. La confessione, perché la confessione era necessaria, veniva estorta con mezzi diversi, il più diffuso dei quali era la semplice tortura.

Quanto alla carestia, si possono distinguere la carestia "sistemica", semplice conseguenza dell’assurdità economica comunista, e la carestia "sistematica", mezzo di sterminio internazionale. Fu così che l’Ucraina, per limitarsi ad un unico esempio, conobbe a più riprese la carestia "sistemica", e poi, negli anni 1932-33, anche quella "sistematica", che aveva lo scopo di cancellare la nazione stessa. Accettata come conseguenza o voluta come mezzo, la carestia fu il procedimento che fece più vittime nella distruzione degli uomini perpetrata dal comunismo. Sui circa novanta milioni di morti riportati da Il libro nero del comunismo (3), più della metà sono probabilmente dovuti alla carestia.

Ancora due osservazioni su questo punto: degli ebrei sterminati dal nazismo conosciamo il numero, con una precisione costantemente affinata dalla ricerca e dalla pietas ebraica. Quanto agli uomini sterminati dal comunismo, li possiamo contare con un’approssimazione di diverse decine di milioni. Questo non è solo dovuto alla pietas o all’assenza di pietas della memoria, ma anche al fatto che è tuttora impossibile condurre un inchiesta nella maggior parte del territorio dei paesi ex-comunisti, oltre che ad una volontà generalizzata di amnesia e amnistia. Questo è legato anche al fatto che il nazismo procede per categorie determinate e successive, mentre il comunismo per decimazioni indistinte, simultanee e aleatorie.

La modalità di esecuzione delle condanne a morte non è un criterio di valutazione: nessuno può sapere che cosa provasse un bambino inalando il gas zyklon B, piuttosto che morendo di fame in un’isba ucraina. Dal momento che gli uomini venivano uccisi al di fuori di ogni forma di giustizia, bisogna affermare che tutti sono morti orribilmente perché innocenti. Intorno alla distruzione fisica si estende un campo invisibile, dove il danno è probabilmente più profondo, e ancora più lungo da riparare: la distruzione delle intelligenze e delle anime.

La "falsificazione del bene"

È stata tracciata la genealogia intellettuale di due forme ideologiche principali che si sono impadronite dell’umanità: il comunismo si presentava come erede di una tradizione risalente a Democrito, all’Illuminismo, a Hegel; il nazismo faceva riferimento alla tragedia greca, a Nietzsche. L’uno e l’altro si servivano di Darwin come di una garanzia. Non bisogna crederci. Quando si esamina il funzionamento intellettuale reale dei dirigenti comunisti e nazisti, ci si accorge che è dominato da un concetto interpretativo del mondo estremamente povero: una lotta dualista fra "classi" o "razze", la cui definizione ha senso soltanto all’interno e ad opera del sistema stesso. Visto dall’esterno non sta in piedi, è insulso. Non si può rimanere intelligenti sotto un’ideologia: il nazismo ha sedotto alcune grandi menti come Heidegger e Cari Schmitt, ma costoro vi aderirono per motivi nazionalistici o filosofici estranei alla dottrina. Il marxismo-leninismo ha reclutato solo menti di seconda scelta, e se qualche mente particolarmente brillante ha aderito all’ideologia, ben presto ha perduto il suo talento. L’investimento fanatico del militante nel sistema, il suo scollegarsi dal reale, la sua capacità di argomentare indefinitamente come in un circolo chiuso con il suo interlocutore, la sua convinzione d’essere razionale, l’hanno reso simile, a detta degli psichiatri, allo schizofrenico e al paranoico, definizioni che tuttavia hanno valore solo metaforico, perché la follia ideologica è artificiale e reversibile. Se ne può uscire all’improvviso, come da un sogno. Ma quando si sveglia il militante ha la testa vuota, la vita e il sapere vanno appresi di nuovo, da zero. Se la Germania, che era stata l’Atene d’Europa, si è risvegliata inebetita dopo soli dieci anni di nazismo, che dire allora della Russia?

Questa insulsaggine contagiosa fa da sfondo alla distruzione morale, ne è la condizione. Lo sregolamento della coscienza naturale e comune è possibile solo se il rapporto con il reale è stato preventivamente snaturato Questo sregolamento, lo chiamerò "falsificazione del bene".

Ne esiste una tipicamente nazista. Himmler pronuncia dei discorsi segreti davanti ad un pubblico ristretto di SS, discorsi tipici del bravo capo: riconosce che è duro eseguire certi compiti, come liquidare i bambini ebrei. E tuttavia essi vanno eseguiti per il bene del Reich, e persino per il bene dell’umanità, che va liberata dalla peste ebraica prima d’essere liberata dalla peste cristiana. Bisognerà che il compito sia espletato con calma, virtuosamente, senza inutili eccessi di sadismo. La morale nazista ingiunge di seguire l’ordine indicato dalla natura, ma dì fatto l’ordine naturale non viene osservato in quanto la gerarchia delle razze viene interamente desunta dal sapere ideologico. Il polo del bene è rappresentato dalla razza bionda, il popolo del male dalla razza ebraica. Nel mezzo, gli slavi e altri popoli ancora. Quest’etica è un’aperta negazione della tradizione morale dell’umanità intera. Di fatto scivola verso l’estetica: è l’esaltazione che deriva dal kitsch, dalle messe in scena di Norimberga, dallo splendore della forza bruta. La sua perversità è evidente. Non può essere universalizzata, e non è contagiosa: le razze cosiddette "inferiori" non possono condividerla. Quindi il suo programma, la distruzione gerarchica dell’umanità, fu uno dei segreti meglio preservati del Reich: in fin dei conti, pochi furono gli uomini coscientemente iniziati alla pratica dello sterminio, e il fatto che gran pane della Germania vivesse ancora in una società e sotto una morale naturali, rendeva più difficile credere alla realtà di ciò che a quella società veniva tenuto nascosto, e che gli indizi segnalavano. Gli stessi ebrei, che erano passati attraverso l’esproprio e la deportazione, non riuscivano a crederci neppure quando si trovavano davanti alle camere a gas.

Il nazista pensa se stesso come artista, il comunista come uomo virtuoso. L’imperativo morale impregna di sé tutta la preistoria e la storia del bolscevismo, la cui vittoria viene sempre celebrata come vittoria del bene. Anche il comunismo è un naturalismo, ma orientato verso il futuro e non verso un ordine primitivo. Si appropria della grande tematica dell’illuminismo, il progresso; si tratterà di un progresso contemporaneamente naturale e storico, ma drammatico, che passerà attraverso inevitabili distruzioni. In esso riconosciamo frammenti di pantragismo hegeliano e di darwinismo sociale duro, segreto terreno d’intesa fra nazismo e comunismo: "passa la pialla, che i trucioli volano", diceva Stalin. In ultimo, il comunismo ripristinerà il mondo nella sua bontà e il nazismo lo ripristinerà nella sua bellezza.

Questo ripristino è sospeso alla volontà umana illuminata dall’ideologia. Gli uomini che hanno compreso il senso dell’evoluzione si uniscono a formare il partito; è dunque buono l’insieme dei mezzi che consentono di realizzare quella conclusione che il rivoluzionario prevede, e dal momento che si tratta di un processo tanto naturale quanto storico, la distruzione del vecchio ordine è, di per sé, un atto propiziatorio che favorisce l’avvento del nuovo. E questa la formula di Bakunin: lo spirito distruttivo coincide con lo spirito creativo.

L’etica comunista è dunque tanto rivoluzionaria quanto la morale nazista. I narodniki russi ne erano ben consapevoli, come Tchernychevsky, ma questa frattura morale non viene percepita da tutti, né all’interno né all’esterno del movimento rivoluzionario. Quest’ultimo infatti si serve dei termini della vecchia morale: giustizia, uguaglianza, libertà, generosità, e così via. Queste parole, però, sono strumentalizzate in vista dell’unico scopo che tutte le contiene e le realizza, il comunismo. In bocca al comunismo, il solo rapporto che lega questi termini con l’uso che se ne faceva prima, è un rapporto di omonimia.

Chiamo "morale naturale" o comune", la morale a cui fanno riferimento i saggi dell’antichità, della Cina, di tutta la terra. Nella Bibbia questa morale si riassume nella seconda tavola mosaica; l’etica comunista si oppone ad essa vivamente, e in modo assolutamente cosciente. Contravviene infatti apertamente ai comandamenti; onorerai il padre e la madre, non uccidere, non rubare, non portare falsa testimonianza, non desiderare la roba d’altri. Non è affatto necessario credere nella Bibbia per accettare lo spirito di questi precetti; quasi tutti gli uomini infatti, ritengono che essi corrispondano alle strutture universali, così come essi le conoscono. Ma il comunismo concepisce un altro universo, e su di esso costruisce la sua morale; ’ecco perché ricusa il fondamento, il mondo naturale, a beneficio di una "sovra-natura" che non esiste, e di una storia priva di verità.

La politica di distruzione

A conclusione di un ammirevole parallelo fra nazismo e comunismo, il mio maestro Raymond Aron, per altro lucidissimo circa l’esito di queste due imprese, sostiene tuttavia che esista una differenza d’intenzione. Essa è irrealizzabile ma sublime nel comunismo, e demoniaca fin dall’inizio nel nazismo.

Personalmente non ne sono convinto. Non riesco a decidere che cosa sia peggio, se distruggere delle pseudo-razze o delle pseudo-classi. La falsificazione comunista del bene è più profonda, perché in essa il crimine assomiglia maggiormente al bene di quanto non accada al crimine nudo e crudo del nazismo, il che consente al comunismo di allargarsi di più, e di toccare cuori sinceri. Rendere malvagi uomini buoni è forse più demoniaco che rendere peggiori uomini già cattivi. La menzogna, aggiungendosi al crimine, lo rende più tentatore e più pericoloso.

Più tentatore, perché il comunismo leninista si appropria indebitamente del retaggio di un ideale antichissimo, condiviso da tanta brava gente che d’altronde può restar tale, per un certo periodo, anche dopo aver aderito al comunismo, come sospesa in un rinvio della degenerazione morale. Più pericoloso, perché imprevedibile per la sua futura vittima. Il nazismo designava i suoi nemici in anticipo, l’universalismo comunista fa sì che, una volta preso il potere, la minaccia diventi universale: non vi è categoria dell’umanità che non possa cadere nella maledizione di essere un nemico del popolo, uno scherano della mente capitalistica. Nessuno è al riparo dal sospetto. A mano a mano che l’utopia rivela la propria impotenza, il cerchio della maledizione può allargarsi al popolo intero, al partito stesso. Inoltre il comunismo ha avuto il tempo dalla sua: a differenza del nazismo, ha immediatamente intrapreso la rieducazione dei suoi sottoposti alla nuova morale e alla bontà del progetto. In settant’anni di regime, i russi all’inizio ci hanno creduto un po’, poi si sono sottomessi senza più crederci, accontentandosi di parlare la lingua comunista e di osservare, su loro stessi, gli effetti di quella schizofrenia obbligatoria. Questa pedagogia mutilante, l’interiorizzazione coatta dell’ideologia, è stata giudicata da Solzenicyn come peggiore delle carestie e del gulag. L’homo sovieticus si risveglia in condizioni peggiori di quelle dei tedeschi all’uscita dall’incubo nazista. Inoltre il crimine nazista viene denunciato in base al suo stesso principio, mentre a causa della confusione morale di cui ho parlato, l’impresa comunista non viene mai denunciata in base alla sua intenzione. Tant’è che ogni nuova esperienza comunista, in Cina, in Vietnam, a Cuba, ricomincia ogni volta nell’innocenza.

Dopo la distruzione dell’uomo nel corpo, nella sua natura ragionevole e morale, si passa a quella della sua natura politica, della sua capacità di formare rapporti organizzati in modo da creare una città, uno stato. Prima di prendere il potere, il partito comunista e il partito nazista si inseriscono nel gioco politico, malgrado il fatto che entrambi, in base alla loro disciplina interna, si pongano al di fuori di esso. Una volta al potere procedono alla distruzione dell’ambito politico facendo entrare tutti i gruppi sociali naturali, classi, partiti, chiese, sindacati, università, e così via, in inquadramenti artificiali preparati per loro. Tutto ciò che sussiste del gioco politico si trova confinato nel nido di vipere degli organi dirigenti del partito. Ma l’attività, anche frenetica, del centro dirigente, non può essere considerata politica, in quanto asservita alla realizzazione dì un’utopia. Fra il passato immaginario che descrive la dottrina e l’avvenire ideale, il presente non ha più valore. Il passato prossimo è il nemico, il presente non esiste, tutto è asservito a un futuro escatologico i cui fini ultimi non possono essere raggiunti. Ecco perché gli scopi del nazismo quanto del comunismo sono teoricamente illimitati. Trattandosi di eliminare la fonte stessa del male dalla faccia della terra, bisognava progressivamente cancellare, fetta dopo fetta, l’umanità intera, perché la stessa razza ariana, la stessa razza tedesca, si rivela meticcia, bastarda, giudaicizzata. Lo scopo del comunismo era fin da subito di portata mondiale, ma siccome, malgrado il susseguirsi dei periodi di terrore, lo spirito del capitalismo resisteva indomito, l’unico che rimaneva al riparo dai sospetti e dalla purga era il capo. Stalin ha distrutto il partito negli anni trenta, e Mao lo ha fatto due volte: in occasione del "grande balzo in avanti" e della "rivoluzione culturale". Tuttavia questa logica pura dei due sistemi, che doveva condurre al nulla, non può essere applicata fino in fondo. Il principio del comunismo consiste nel subordinare ogni cosa alla presa del potere e alla sua conservazione; ma per conservare il potere bisogna risparmiare ciò che ad esso è necessario per sussistere. Per continuare ad esistere nel mondo reale ci vuole una forza reale, la quale non può essere tratta se non dalla realtà che il potere stesso tiene sotto controllo. Ha cioè bisogno di un minimo di agricoltura, di tecnologia, di industria e quindi di produttori, tecnici, scienziati. Non può spedire dall’altra pane dello specchio tutto ciò di cui è esso stesso formato senza venire a sua volta risucchiato dal vuoto che ha prodotto; in tal caso il sistema entra in decadenza, e la conservazione del potere finisce con l’identificarsi con la conservazione dei posti, delle funzioni, dei vantaggi materiali che ne derivano. Il popolo si disinteressa di un regime che non gli offre neppure più la consolazione della caduta dei potenti, e l’occasione di accaparrarsi i posti vacanti. Quando basta un buffetto per far crollare l’aleatorio castello di carte, si scopre il paesaggio post-comunista che tutti conoscono. Resta un unico regime comunista puro, che preferisce la logica dell’auto-annientamento: quello della Corea del Nord. Ma è destinato a durare ancora un po’, giacché, con l’aiuto di tutto l’Occidente, quest’anno ha cominciato le manovre di sopravvivenza.

L’idea della salvezza collettiva

E ora, se vogliamo accogliere l’istanza dell’esperienza degli uomini, bisogna cambiare registro e parlare da teologi. Siamo obbligati a farlo perché la maggioranza dei grandi testimoni del ventesimo secolo, davanti all’eccesso di iniquità o di assurdità, si è rivolta al cielo. C’è chi l’ha trovato vuoto, e chi ha ritenuto che lo si potesse pregare. In ambedue i casi si intuisce una coabitazione o un’oscura alternanza di questi due atteggiamenti religiosi.

Ciò che causava il senso di orrore non era tanto il male, quanto la volontà assurda del male. Gli uomini sono ladri o assassini perché vogliono ottenere un bene, ma quelli che vivevano sotto il comunismo e il nazismo non capivano quale bene volessero ottenere le persone che li facevano soffrire e morire. Perché spendere soldi, mobilitare uomini per andare a snidare una bambina ebrea in soffitta e ucciderla? Perché, quando non vi è alcuna forma di opposizione, arrestare milioni di persone, far loro confessare crimini inimmaginabili, radunare il popolo e fargli recitare la commedia dell’indignazione, rendendolo partecipe dell’esecuzione della condanna a morte? Ma ciò che pareva più incomprensibile di ogni altra cosa, era il fatto che questi crimini insulsi fossero commessi da uomini comuni, dotati di un’intelligenza normale, e persino di una morale. Le vittime, per capire quanto accadeva, non potevano più fare appello alla scelleratezza di cui l’uomo e capace; bisognava cercare la spiegazione più in alto, nel sistema. Ma persino la razionalità delirante del sistema veniva smentita da quelle azioni autodistruttive, che andavano esse stesse contro la realizzazione del progetto.

I testimoni e le vittime erano sbalorditi dal contrasto fra la banalità dei crimini e la grandezza del crimine, fra l’impotenza del sistema a organizzare persino le cose che più umilmente erano necessarie alla vita, e la sua meravigliosa efficacia nella distruzione e nel controllo di tutto e di tutti. Chi detiene il potere nel regime nazista e comunista? Anche questa semplice domanda (a cui non era difficile rispondere giacché il Führer, il segretario generale e il partito erano visibili ovunque) sembrava un enigma profondo a chi era in grado di fare una riflessione filosofica. Tutti, credenti o non credenti, Orwell, Rauschning, Jünger, Mandeistan, Akhmatova, Milosz, Herbert, Alexandre Wat, rispondevano: è il diavolo. Wat, ebreo polacco comunista, diceva addirittura di averlo visto. Che cosa intendessero con questo, non so; forse non lo sapevano neanche loro. Ma sarebbe un’infedeltà alle testimonianze storiche e ai testi non citare questo personaggio.

Nulla evidenzia meglio il riferimento biblico presente nel comunismo e nel nazismo della volontà, che hanno in comune, di "salvare" il mondo, cancellando tra l’altro ogni traccia della Bibbia. E una salvezza che non dipende dalla grazia divina ma dalla volontà umana. Si potrebbe parlare di un pelagianesismo collettivizzato e politicizzato. Le due dottrine opposte (ottimista il comunismo, pessimista il nazismo) condividono l’idea di una salvezza collettiva che può aver luogo nella storia, concetto biblico che si oppone all’approccio non storicistico dei filosofi antichi e dell’Islam. Nel nazionalismo tedesco, l’esaltazione della nazione e del popolo prende la forma o imita il concetto di elezione del popolo ebreo. Si tratta di un’elezione che non deve nulla alla provvidenza, ma che è il prodotto della natura e della storia e fa sì che il popolo tedesco riceva il retaggio pan-umano trasmesso dalla successione dei popoli. E una vecchia storia, che passa per Hegel e Harnack, che scende nelle anime basse e folli dei capi nazisti. La razza germanica eletta purifica la terra tedesca come Israele ha purificato la terra di Canaan. Questa è la prima tappa della salvezza; la seconda sarà l’eliminazione del cristianesimo giudaicizzato, esso stesso colmo della viltà ebraica e dell’imbastardimento democratico.

Se il nazismo è una contraffazione dell’Antico Testamento, il comunismo offre una contraffazione dell’Antico e del Nuovo testamento insieme. Attrae gli ebrei, stanchi del fardello della Torah, con la speranza messianica di una liberazione definitiva, compimento di quell’emancipazione e secolarizzazione il cui slancio pareva allora irresistibile. Attrae i cristiani dando loro, in luogo della fede che usciva scossa dall’Illuminismo, una certezza "scientifica" e l’occasione di unirsi alla corrente umanitaria e socialista che, da un secolo, si presentava come il campione dell’amore per il prossimo.

Tutto questo non potrà non risvegliare, fra i cristiani, vecchie eresie dimenticate che, nel nuovo contesto, vivono una seconda giovinezza. Le eresie sono tre: lo gnosticismo, ovvero la visione centrale di un mondo polarizzato fra il bene e il male dove la vita di discernimento e di separazione fra l’uno e l’altro è tracciata dagli iniziati alla vera conoscenza, il cui compito è ovviamente quello di inculcare nella mente degli uomini il sapere salvifico; il marcionismo, una sottospecie dello gnosticismo, che separa il Dio dell’Antico Testamento, Dio creatore, giustiziere e cattivo, dal Dio di Gesù, Dio salvatore, foriero di una sublime morale d’amore puro: un concetto che, di conseguenza, trasforma gli ebrei nei rappresentanti di un mondo sorpassato e cattivo; il millenarismo, ovvero l’attesa di un cambiamento radicale all’interno della storia e la volontà politica di prendere le redini ditale evento. Nazismo e comunismo dunque non si accontentano di perseguitare la religione: la corrompono. Entrambi odiano il Dio d’Abramo, perseguitano gli ebrei prima e i cristiani in seguito, oppure prima i cristiani e poi gli ebrei, ma con una coerenza teologica oggettiva di cui, soggettivamente, non potevano prendere coscienza.

La memoria, il comunismo, il nazismo

Vorrei ora tracciare un parallelo fra l’operato della memoria riguardo al comunismo e riguardo al nazismo, in particolare dal punto di vista religioso. Prenderò in esame il paganesimo (intendo con questo termine le religioni che non sono ricollegabili alla fonte biblica), il giudaismo e il cristianesimo.

Il mondo pagano, per esempio cinese, considera la catastrofe comunista come una sorta di incidente meteorologico. L’ordine, l’armonia cosmica sono stati violentemente turbati e il caos ha temporaneamente preso piede. Basta che la situazione migliori perché il tessuto sociale entri in un processo di cicatrizzazione quasi biologica, e il ritrovato dinamismo della vita renda superfluo il lavoro della memoria. Ne deriva l’oblio.

Lo stesso oblio ha conquistato la massa dei cristiani, sebbene l’apostasia avesse causato una catastrofe anche nel loro caso. Bisogna tuttavia distinguere due generi di oblio: il primo, virtuoso, si radica nella fede. I cristiani vengono informati d’essere peccatori, e che il peccato è presente tanto ab origine della vita quanto dopo, in conseguenza di azioni individuali; che essi procedono dalla croce del Cristo, ovvero da una storia in cui tutti gli uomini insieme hanno fatto il massimo male concepibile, mettendo a morte l’Innocente, il Verbo di Dio incarnato; e che tuttavia, grazie a quella stessa croce, essi sono stati perdonati, sebbene siano soggetti a peccare ancora e sempre. Questa familiarità di stampo cristiano con il male e il bene fa sì che i cristiani non si stupiscano troppo dell’uno o dell’altro, in quanto si aspettano sempre sia il peccato che il perdono. In tal caso, l’oblio segue virtuosamente il perdono.

Il secondo tipo di oblio non è virtuoso. In linea di principio il perdono vale unicamente se è chiesto a Dio e alla vittima, se la colpa viene riconosciuta e la richiesta di perdono formulata. Se queste condizioni non vengono rispettate, è alquanto probabile che un perdono unilaterale sia nullo, e diventi una colpa in più. La straordinaria amnistia di cui ha goduto il crimine comunista mi pare derivare soprattutto da questo secondo genere d’oblio. Sì tratta di un oblio della giustizia e delle complicità di cui si avvale. Sebbene il comunismo abbia fatto più martiri della fede di quanti se ne siano mai visti in epoche precedenti, non si registra alcun zelante tentativo di stilarne la lista.

Quanto ho appena detto vale anche per l’oblio giudaico del comunismo, nella misura in cui anche gli ebrei sono stati partecipi di quell’avventura. E ora parliamo della memoria, l’ipermemoria del nazismo, e in primo luogo della memoria ebraica.

Osserviamo in primo luogo che gli ebrei, che dall’emancipazione in poi hanno partecipato a tutte le avventure, buone o cattive, dell’umanità, per definizione non hanno preso parte all’avventura nazista. I profeti biblici avrebbero valutato questa non partecipazione come un’immensa grazia, perché certamente va preferita la morte a un tale peccato. Sicché, fra le nazioni, rispetto a quel crimine e a giusto titolo, gli ebrei si sentono innocenti, si sentono un caso a parte.

D’altronde è un fatto che l’immensa maggioranza degli ebrei, e non soltanto degli ebrei, è consapevole di un’irriducibile differenza fra ciò che è accaduto loro e ciò che è accaduto ad altri popoli, peraltro massacrati in modo altrettanto atroce. Coscienza incrollabile ma oscura, fonte di un permanente interrogativo al quale non vi è una risposta unitaria.

La risposta e stata cercata in tre direzioni.

La prima, quella esplorata ad esempio da Raymond Aron o Hannah Arendt, riserva uno sguardo equanime e un giudizio imparziale ai due orrori del secolo. Muove dunque un passo nella direzione assimilazionista. Ma se c’è una costante, questa è che l’identità ebraica sussiste, e nulla cancella questo segno, neppure gli sforzi di coloro che, essendone portatori, non ne vogliono più sapere. Che lo si voglia o no, il genere umano continua e dividersi in ebrei e gentili.

Un secondo atteggiamento consiste nel considerare la Shoah un evento assolutamente unico, rifiutando come profanazione ogni tentativo di paragone con altri eventi della storia. Ma la definizione di questa unicità tiene conto non dell’elemento religioso, bensì soltanto di circostanze materiali: la camera a gas, la morte su scala industriale, il progetto di annientare tutto un popolo su tutta la terra. Queste circostanze sono effettivamente uniche, ma ogni avvenimento storico, preso a sé, è unico e irripetibile.

L’inconveniente di questo atteggiamento è che dà una falsa idea del giudaismo, come se, per la Bibbia e il Talmud, una vita non fosse una vita, e un crimine un crimine; come se si volesse far credere che gli ebrei introducono nella coscienza storica l’idea che le vittime possano "farsi concorrenza", giudicando secondo due pesi e due misure. Come se si volesse far credere che esiste una differenza naturale di essenza fra gli ebrei e gli altri. Sarebbe disconoscere la verità stessa dell’elezione, che non è frutto della natura ma frutto gratuito e in effetti unico dell’Alleanza divina, così come è sempre stato insegnato dal giudaismo. Se una corrente di idee vuole costruire l’essere ebreo al di fuori della relazione che questo popolo intrattiene con il Dio di Abramo, quale senso potrebbe dare alla Shoah il mondo non ebraico, quando è quella stessa corrente ad affermare che la Shoah non ha alcun senso? Dall’esterno, parrebbe uno strano doppione del cristianesimo, senza che la morte degli innocenti, di cui l’umanità intera è in qualche modo colpevole, sia foriera di redenzione e di riconciliazione. Questo atteggiamento induce il permanere, nella coscienza, di un dolore corrosivo, inconsolabile, vendicativo davanti al mondo intero giacché, sempre per analogia con il Cristo, il mondo intero è colpevole.

Una terza posizione consiste nell’interrogarsi sulla Shoah approfondendo il legame fra il popolo ebreo e il Dio dei suoi padri. Perché il popolo sa, in fondo all’animo, di aver sofferto per la causa di Dio, per l’onore del Nome: questo è il prezzo dell’elezione. Il popolo ebraico esiste solo in quanto membro di un’Alleanza con un Dio che si è impegnato con delle promesse. Ed è stata proprio quella parte di popolo che credeva con il massimo fervore a quelle promesse, le pie comunità dell’Europa centrale, a subire il peso principale della catastrofe, mentre è la porzione incredula del Sionismo, o la porzione infedele del comunismo, che sono state maggiormente salvate. Un immenso scandalo, tanto più che il dogma del peccato originale non è accettato dal giudaismo. Gli interrogativi religiosi del giudaismo non sono conclusi, né hanno trovato fin qui soluzioni comuni. Ma credo che sarà in questa terza direzione che potranno trovarle.

E ora veniamo alla memoria cristiana. Il nazismo ha massacrato molti cristiani: tre milioni solo in Polonia, tanti quanti gli ebrei. Ma il fatto è che la memoria cristiana non si è concentrata sulla persecuzione di cui è stata oggetto, bensì più specificatamente sulla sorte degli ebrei e sulla responsabilità della Chiesa in quella che viene chiamata "soluzione finale".

Vivamente attaccata su questo punto, la Chiesa ha fatto valere i suoi argomenti e credo che essi vadano ascoltati con attenzione, senza un’aprioristica malevolenza. Restano tuttavia due punti irrisolti: per cominciare, l’azione considerevole della Chiesa in favore degli ebrei mostrava, per lo stile con cui veniva condotta, che essi erano considerati come vittime a cui portare soccorso in virtù di un dovere genericamente umanitario. Non ha riflettuto sul fatto che il nazismo, attaccando gli ebrei, aggrediva in realtà il cristianesimo nella sua radice ancora viva. Pio XII, a differenza di Giovanni Paolo II, non considerava gli ebrei dei "fratelli maggiori nella fede".

Il secondo passo falso è stato quello di aver talvolta preso seriamente l’immagine del mondo così come veniva imposta dai nazisti. Nei documenti delle nunziature si è colpiti nel constatare che la realtà del problema razziale" e la distinzione fra "ariani" e "non ariani" siano prese come dati di fatto. E una regola generale: quando si è di fronte ad un regime ideologico, la prima cosa da fare è rifiutare, senza neppure discuterla, la sua descrizione della realtà. Se si mette un dito nell’ingranaggio, se gli si accorda una "parte di verità" , siamo perduti. Questo vale anche per la relazione con il regime comunista: l’errore peggiore è accettare che il mondo si divida fra due tipi di società, quella socialista e quella capitalista. Un errore che la Chiesa ha fatto spesso, purtroppo. Tuttavia, dopo la guerra, un immenso esame di coscienza ha avuto luogo nella Chiesa. Il Concilio Vaticano II è stato la tappa principale, ma il progresso sotto il pontificato di Giovanni Paolo II è stato enorme. E una delle ragioni di gloria del suo pontificato. Si è scoperto che nella penombra in cui era stata mantenuta la questione dello statuto degli ebrei dopo la venuta del Messia, erano proliferati insegnamenti ora falsi, ora insufficienti, di cui si constatavano le terrificanti conseguenze. La revisione è tuttora in corso, non è finita.

Dove situare, allora, in base a questa riflessione, l’unicità della Shoah? Semplicemente nell’unicità del popolo ebraico; e più precisamente in un’analogia, oggi corrente fra i cristiani, fra il Servitore sofferente del libro d’Isaia, figura d’Israele, e 1a croce del Cristo. Nulla era tanto banale e diffuso, nell’antichità, quanto il supplizio sulla croce, e nulla è tanto diffuso, nel nostro secolo, quanto il massacro dei popoli. Ma agli occhi della fede cristiana, tanto l’elezione del popolo ebraico quanto l’elezione del Messia conferiscono al rispettivo supplizio un valore unico nella storia della salvezza. I cristiani dispongono dunque di uno schema teologico coerente, ma che può essere compreso solo all’interno della fede cristiana. Gli ebrei lo ricusano, e per i non credenti esso non ha alcun senso. Ecco perché il problema della Shoah non può trovare una soluzione universalmente accettata. Resta da comprendere questa non risolvibilità, e accettarla per la pace del mondo.

* Testo della conferenza tenuta a Torino il 7 novembre 2000 al Centro Congressi dell’Unione Industriali di Torino per iniziativa del Centro Italiano Documentaria Azione Studi (CIDAS).

(1) A. BESANÇON, Novecento il secolo del male, prefazione di V. MATHIEU, Ideazione Editrice, Roma, 2000.

(2) R. HILBERG, La distruzione degli ebrei d’Europa, Einaudi, Torino, 1995.

(3) A.A.V.V., Il libro nero del comunismo. Crimini, terrore, repressione, Mondadori, Milano, 1998.

 


 
   

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