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Il grido silenzioso



 

La scelta «religiosa» di Papa Mastai
 di Roberto De Mattei

Il Pio IX incompreso

La beatificazione di Pio IX, il prossimo 3 settembre, non riguarda solo uno spicchio della personalità del pontefice, ma tutto l’uomo, nella vita, negli scritti, nelle opere, passate al vaglio di una minuziosa e severa inchiesta canonica, culminata nel decreto con cui, il 6 luglio del 1985, Giovanni Paolo II decretava l’eroicità delle virtù di Giovanni Maria Mastai Ferretti, riconoscendogli il titolo di «Venerabile». Appare fuorviante a questa luce voler separare in Pio IX la spiritualità dall’iniziativa pastorale e sociale distinguendo in lui fra virtù private e errori pubblici. Gli odierni detrattori di Pio IX, ma anche alcuni dei suoi difensori ripropongono, attraverso uno sdoppiamento di personalità, la vecchia tesi liberale che separava la dimensione individuale da quella pubblica, l’uomo dalla società, col rischio di dedurre da questa scissione l’esistenza di due morali autonome e fors’anche contrapposte. Pio IX viene presentato in questa prospettiva come personalmente santo ma politicamente sprovveduto e rimane, oggi come ieri, un grande incompreso.

In realtà, per capire la santità di Pio IX occorre affrontare di petto il nodo centrale del suo pontificato, ovvero il problema del rapporto tra società e individuo, tra Chiesa e Stato o, in termini più pregnanti, tra politica e morale. Sciogliere questo nodo ci aiuta a comprendere il ruolo dei suo pontificato sul contrastato sfondo delle vicende risorgimentali.

Si tratta di un problema che affonda le sue remote radici nell’Italia rinascimentale, quando con Machiavelli, in politica si emancipa dalla morale per farsi mera tecnica del potere e la ragion di Stato diviene il criterio supremo degli uomini di governo. Cavour che con abile spregiudicatezza utilizza ogni mezzo per perseguire il fine dell’unificazione nazionale personifica una certa concezione della politica, fondata su una radicale autonomia della politica dalla morale. Il conte piemontese è in questo senso, come ha osservato Gramsci, non solo l’erede più coerente di Machiavelli, ma il vero «giacobino d’Italia», legittimo precursore dei «rivoluzionari di professione» del XX secolo che risolveranno, secondo la nota formula di Lenin, la politica nella morale (Antonio Gramsci, Note sul Machiavelli, Editori Riuniti, Roma 1975).

La cultura italiana post-risorgimentale, in nome dell’autonomia dalla morale, ribattezzata come «laicità», continuò a perseguire un progetto di secolarizzazione, descritto dallo stesso Gramsci come una «completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti dì costume» (Quaderni dal carcere, Einaudi 1975, p.1437), ovvero come «lo storicismo assoluto, la mondanizzazione e terrestrità assoluta del pensiero, un umanesimo assoluto della storia» (ivi, p.1437).

A questa visione culturale, egemone in tutta Italia dopo l’unità, Pio IX contrappose una "scelta religiosa" che costituisce la chiave di lettura del suo pontificato. Egli combattè il processo di secolarizzazione della società che negava ogni azione di Dio sull’uomo e sul mondo (allocuzione Maxirna Quidem del 9 giugno 1862, Sillabo n. 2) e riconnettendosi a una filosofia politica che attraverso Vico giunge a Dante e a San Tommaso d’Aquino, considerò politica e morale, ordine temporale e ordine spirituale, come realtà distinte ma non separate, cercando tra queste due sfere un equilibrio che non ne intaccasse i principi. Più assai della perdita dello Stato della Chiesa, scrisse il 22 ottobre 1862 a Pedros V di Portogallo, "quello che affligge il mie cuore è questo rovescio di principi, questa studiata perdita del senso morale e del retto giudizio". Egli considerò, in tale prospettiva, il potere temporale come un mezzo ordinato al fine supremo, soprannaturale della Chiesa, maestra di fede e di morale anche nell’ordine civile e sociale.

In questo senso non esiste in lui una dimensione «politica» scissa da quella. spirituale; ogni gesto pubblico di Pio IX, anche politico e sociale, scaturì la sua profonda vita interiore e può essere compreso solo all’interno di un’antropologia e di una teologia della storia cristiana. Pio IX vide nella volontà divina l’unica e suprema regola dell’agire umano, in tutte le sue espressioni. Egli era fermamente convinto che la volontà di Dio conducesse non solo la vita dei singoli, ma anche quella dei popoli, delle nazioni, dell’umanità, considerata come un unico insieme. «Non voglio scostarmi un apice - ripeteva - dalla divina Volontà» (Alberto Serafini, Pio IX, vol. I, Città del Vaticano 1958, p. 1682). il suo sforzo di conformare alla volontà di Dio ogni sua azione, pubblica e privata, è stato riconosciuto come eroico dalla Chiesa e confermato soprannaturalmente dal miracolo richiesto per la beatificazione.
La solenne cerimonia del 3 settembre illumina di nuova luce non solo gli atti culminanti del suo pontificato, come la proclamazione del dogma dell’Immacolata e l’indizione del Concilio Vaticano I, ma tutti i suoi gesti privati e pubblici: le riforme politiche, sociali e amministrative e il Sillabo, lo straordinario impulso missionario che impresse alla Chiesa e la rinascita culturale e morale del cattolicesimo nell’ottocento. Sarà beatificato l’uomo, il sacerdote, il vescovo, il Papa, il sovrano, in una parola tutto Pio IX.

© Avvenire, 1 Settembre 2000

 


 
   

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