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Il grido silenzioso



 

«Andreas Hofer tra Napoleone e Francesco Giuseppe»
 Saggio di Francesco Mario Agnoli

Tratto da Andreas Hofer eroe cristiano, Res Editrice, Milano 1979.  

La storia conosce personaggi che, a volte indipendentemente dal successo delle loro imprese o dal clamore immediato della fama, rimangono più a lungo vivi nella memoria dei popoli per avere saputo meglio di altri, magari più fortunati o più ammirati nel periodo del loro splendore terreno, incarnare l’essenza di un’epoca o, più spesso, di un’idea.

Naturalmente non tutti questi uomini hanno una medesima dimensione storica, anche perché di diversa misura può essere stato il loro campo d’azione. Identico è però sempre il motivo che giustifica il perdurare di uno "speciale" ricordo, che non è una semplice "memoria", ma fa di loro, per dirla con James, delle opzioni vive. Essi rappresentano delle bandiere attorno alle quali si possono creare movimenti, consolidare aspirazioni, concretizzare quei sussulti di moti pendolari che costituiscono il cosiddetto cammino della storia. Al tempo stesso sono, necessariamente, segni di contraddizione e destinati a suscitare odi, polemiche e perfino antipatie più di molti viventi. Per questo non pare azzardato l’accostamento di tre personaggi in apparenza assai diversi: Napoleone, Imperatore dei Francesi, Francesco Giuseppe, Imperatore d’Austria, è Andreas Hofer, relegato in Italia dalla storiografia ufficiale al ruolo di capobanda o, al massimo, di ribelle capo di ribelli.

Di questi personaggi Napoleone è indubbiamente il più famoso, quello che la storiografia colloca di gran lunga sul gradino più alto. Posizione di privilegio dovuta non solo al suo genio militare ed al fulgore delle sue vittorie, ma anche al monopolio culturale esercitato in questi ultimi secoli dagli esponenti dell’idea di cui egli fu l’incarnazione più valida e completa. Napoleone, difatti, riassume in sé, purificate dal fuoco della sua umana grandezza, le caratteristiche di Marat, Mirabeau, Danton, Robespierre e dei vari generali sgorgati dal crogiuolo della Rivoluzione francese. Del resto, a dispetto dell’ostentato pacifismo, gli aderenti ai movimenti catalogabili sotto il generico termine di "sinistra" non hanno mai saputo completamente nascondere l’innata propensione per la potenza militare e per le avventure belliche. I manuali dì guerriglia, la pubblicazione della rivista "Maquis", l’ostentata ammirazione per l’Armata Rossa e per la politica militar-culturale all’insegna del "libro e moschetto" del regno comunista cubano ne sono la prova migliore.

È comunque indubbio che la figura di Napoleone è quella che trova tuttora più frequenti riscontri nell’anima popolare, tuttavia l’idea che egli rappresenta era ed è essenzialmente malvagia. Un’idea "demoniaca", Lesa a distruggere l’ordine del mondo, pur se questa malvagità, evidente nei suoi più meschini e mediocri predecessori, Danton, Robespierre e, soprattutto, l’osceno Marat, egli seppe rivestire di una tale grandezza di umani trionfi da riuscire quasi a celarla. Il principio diabolico di cui era, forse a sua insaputa, portatore, venne così avvolto nei profumi della gloria. La riprova ditale "negatività" (in relazione, s’intende, a valori universali, perché è ben possibile, ed anzi certo, che in rapporto ad un breve periodo di tempo ed a considerazioni transeunti, non tutti i frutti della sua azione furono dannosi e molti addirittura parvero benefici) la si rinviene nel fatto che nessun altro personaggio della storia o della cronaca ebbe tanta presa sulle menti e sugli spiriti sconvolti. Per un intero secolo, e ancora oggi, i manicomi di tutta Europa son stati pieni di sedicenti Napoleoni, mentre altri "eroi", anche se in quel momento più famosi o più presenti all’attenzione dell’opinione pubblica, trovavano assai meno ammiratori fra i malati di mente.

Non per nulla più d’uno dei contemporanei, e non sempre, come si vuole far credere, fra gli spiriti mediocri, credette di riconoscere in Napoleone l’Anticristo. Né si può dire che costoro avessero torto alcuno se si crede che l’Anticristo non sia di necessita un essere malvagio, sibbene il portatore di una idea malvagia, a volte perfino illuso di operare per il Bene. D’altronde non di rado il termine "Anticristo e stato usato per designare, più che un singolo individuo, un essere collettivo, formato da tutti coloro che nelle varie epoche hanno più potentemente ed efficacemente operato per distruggere l’armonia dell’universo e sostituire a quello divino il finto ordine demoniaco.

Il ricordo di Francesco Giuseppe è indubbiamente meno diffuso. Fuori dai continente europeo non molti sono coloro per i quali il suo nome abbia un significato che vada al di là di una vaga reminiscenza scolastica. É altrettanto indubbio però che, là dove opera, questo ricordo è assai più intenso e profondo fino ad assumere le forme di una vera e propria nostalgia. Se parecchi desidererebbero per sé la gloria e il potere di Napoleone, pochi o nessuno si augurano il ritorno del suo regno o sognano di avere consumato sotto di lui l’arco della loro esistenza. Al contrario intere popolazioni, e non solo di lingua tedesca, ricomprese entro gli antichi confini dell’Impero, rimpiangono il buon governo di Francesco Giuseppe e ne sospirano la restaurazione sotto la guida dei suoi discendenti.

Il fenomeno appare inesplicabile soprattutto a noi Italiani, che fino dai banchi di scuola abbiamo appreso una specie di odio ereditario contro Cecco Beppe l’impiccatore ed i soprusi e le violenze degli Austriaci. Anche se oggi, dopo le crudeltà e le violenze cui siamo costretti ad assistere e a volte a partecipare in veste di protagonisti, non importa se carnefici o vittime, quasi tutti cominciano a domandarsi se l’indignazione dei nostri testi scolastici non fosse un poco eccessiva e se oggigiorno il destino di Silvio Pellico e Pietro Maroncelli, nonostante le particolari sofferenze di quest’ultimo, non sarebbe stato assai più triste. Comunque, inespicabile o no, rimane il fatto che in molte zone mistilingui dell’odierna Jugoslavia gli abitanti, dopo aver provato le amministrazioni austriaca, italiana e lugoslava, concordano soltanto nel rimpianto della prima.

Eppure il lunghissimo regno di Francesco Giuseppe fu rallegrato da ben poche vittorie e la stessa consistenza territoriale dell’impero fu via via ridotta. L’imperatore ebbe la fortuna di chiudere gli occhi prima dello sfacelo finale, ma al momento della sua morte il destino, o la storia, aveva detto l’ultima parola. I due anni di regno dell’Imperatore Carlo non furono che una lunga veglia al capezzale dell’agonizzante. La registrazione notarile delle ultime volontà del morente e la redazione dell’atto di morte.

La figura di Francesco Giuseppe è, di conseguenza, assai più emblematica di quella di Napoleone. Per essa non vale la spiegazione, così congeniale per la seconda, del prolungarsi di una lunga eco di eroiche imprese, di inaudite vittorie, di mai visti trionfi. Sotto il profilo del successo umano l’ultimo Imperatore fu un mediocre, sotto quello militare uno sconfitto, sotto quello politico un diplomatico arroccato a difesa di posizioni sempre più difficili incapace di quelle audaci sortite che avrebbero potuto ribaltare il corso della storia. Perfino dal punto di vista degli affetti familiari la sua esistenza fu avara di soddisfazioni: innamorato non corrisposto, marito incompreso, padre infelice. Se tutto questo è, come è, esatto, la logica avrebbe voluto che il nome e la memoria del "povero peccatore" restassero per sempre rinchiusi nella cripta del Convento dei Cappuccini, che, dopo averlo lasciato bussare tre volte, si era aperta per accoglierne le spoglie mortali. E successo invece il contrario. Il miracolo può essere attribuito unicamente alla sola virtù che Francesco Giuseppe possedette in grado eccelso: alla capacità di essere l’Interprete ed il fedele custode di un’idea, di un principio universale proprio nel momento in cui stava per offuscarsi e temporaneamente sparire dalla faccia del mondo, lasciando nell’animo umano un disperato rimpianto ed una incoercibile volontà di operare per la sua restaurazione. E insita negli uomini la tendenza a personificare, per meglio credervi, i principi e le idee; è quindi inevitabile che quanti credono nell’idea imperiale, non come un mito monarchico, ma come tentativo di riprodurre in terra il divino ordine universale, evochino a loro modello la figura di colui che ne fu l’estremo ed insuperato custode.

Questa idea era l’esatta antitesi di quella napoleonica; il tentativo, come si è appena detto, di riprodurre in terra un’immagine, sia pure imperfetta e caduca come tutte le cose terrene, dell’ordine universale, in continuo anelito ad adeguare il particolare al generale.

Pochi hanno inteso la posizione di Francesco Giuseppe nella storia dello spirito umano come Franz Werfel, un suddito dell’ultimo Cesare vissuto a cavallo del tramonto del vecchio mondo e della squallida realtà del nuovo. Alcuni brani di quanto egli scrisse nel prologo al volume "Nel crepuscolo di un mondo" sono estremamente illuminanti per comprendere sia l’ultima incarnazione dell’idea imperiale sia l’invincibile rimpianto per la sua scomparsa. Il Werfel, per spiegare Francesco Giuseppe, la sua grandezza ed il suo perdurare nel cuore degli uomini, prende le mosse dal primo Natale del secolo nono dell’era cristiana, quando Papa Leone depose sulla fronte di Carlo Magno la corona dei Cesari romani. "Uno dei più grandi avvenimenti che la nostra terra abbia vissuti. L’antico Imperium, la cui potenza aveva riposato per tanti secoli, era nato di nuovo. Di nuovo nel senso più vero. Poiché a differenza di Cesare Augusto, di Adriano e di Marc’Aurelio, il nuovo Cesare non era più soltanto il simbolo del dominio terreno, non più il rappresentante di quel Quiritismo, che con la sua altissima superiorità si era assoggettato il mondo antico, urbem et orbem. Non c’era più un antico popolo sovrano, un erede del Quiritismo, che avrebbe potuto esercitare l’imperium alla maniera dei Romani. Ma c’era la Croce, nelle cui due braccia s’incrociavano l’orizzontale terrena e la verticale sopraterrena. Il globo imperiale nella sinistra di Carlo, simbolo del globo terreno, portava la croce

"Quando" continua il Werfel "all’inizio del secondo decimonono cominciò a salire l’ondata del nazionalismo tedesco, il sovrano asburgico allora regnante, Francesco I, sciolse il Sacro Romano Impero di Nazione Tedesca e non si chiamò più Imperatore Romano, ma "Imperatore d’Austria". Era un disperato tentativo di salvare la grande idea dell’unità dei popoli, una ritirata, un concentramento sulla posizione più forte.

"Di ciò approfittò la famiglia reale prussiana degli Hohenzollern, i nemici mortali dell’Austria è della sacra idea imperiale. Essa sforzò e stimolò energicamente i demoni del nazionalismo pangermanico. Dopo le vittorie sopra l’Austria e la Francia nell’anno 1870-71 riuscì a ridurre sotto il proprio dominio i piccoli Stati tedeschi, e in tal modo a unificarli. Ed allora avvenne uno dei più brutti scherzi di parole della storia mondiale. La grande Prussia si chiamò "Impero Tedesco", quando nel migliore dei casi non era che uno Stato nazionale, un’unità demoniaca, il contrario dunque di un regno unificatore di popoli nato da un’idea sopraordinata. Ma i re prussiani si conferirono il titolo di imperatori. Kaiser è la forma greca di Caesar. Ogni Kaiser è il successore di Cesare, che fondò l’impero mondiale soprannazionale della civiltà occidentale. Il Cesarismo è l’opposto assoluto della regalità nazionale. Gli Hohenzollern furono fortunati re nazionali, che per odio contro i Cesari legittimi della Casa d’Asburgo usurparono un vuoto titolo imperiale".

Delineato il concetto fondamentale dell’impero come radicale opposizione dello Stato nazionale (espressione delle forze centrifughe e disgregatrici) l’Autore tratteggia rapidamente la figura del primo Imperatore asburgico, Rodolfo, svizzero di nascita, straordinariamente semplice nel suo tenore di vita, "alieno d’ogni infatuazione di sé medesimo, da ogni enfasi parolaia, scrutatore dell’uomo, non freddo, ma fervido, perché ricco di umorismo, pio senza essere fanatico". Al primo Imperatore avvicina l’ultimo, Francesco Giuseppe.

"Francesco Giuseppe raggiunse ottantasei anni e ne regnò settanta. La sua vita durò circa tre generazioni, il suo governo più di due. Egli salì al trono durante la rivoluzione del 1848, diciottenne. Il suo regno si iniziò in una giornata di dicembre, terminò in una giornata di dicembre. La stagione, l’intonazione politica, la caratteristica umana di questo regno fu crepuscolo invernale, gelo invernale e vicinanza di morte. Quando Francesco Giuseppe nacque vivevano ancora molti uomini dell’ancien régime, che spiritualmente stavano al di là del grande spartiacque della Rivoluzione francese e in Napoleone sopra tutto vedevano uno sfacciato parvenu. Quando giacque sul letto di morte nel castello di Schönbrum, era in piena fioritura l’età trionfante del gas velenoso, delle bombe incendiarie e delle masse martirizzate e martirizzanti. La vita di Francesco Giuseppe unisce come un ponte di straordinaria portata due epoche storiche, lontane l’una dall’altra dieci volte più del secolo reale che le separa. Non poteva essere una natura fiacca quella che, stando per settant’anni sulla vetta di un mondo, resse a una simile portata senza crollare. La natura dì Francesco Giuseppe si difese a modo suo contro l’immane destino. Non rintuzzò le armi avverse, ma si ritrasse, si chiuse in una solitudine veramente cesarea. Si corazzò con l’ininterrotta dedizione al concetto del "servizio"(1). (La penna vorrebbe scrivere "fanatica" dedizione. Ma nulla sarebbe meno vero della parola "fanatico" riferita a Francesco Giuseppe). La prammatica del servizio - così suonava la vera espressione austriaca - regolò l’attività, i diritti e i doveri dell’Imperatore fino alle minime sfumature. Dove essa cessava - ma in realtà non cessava mai -, trovava la sua continuazione in una scrupolosissima esigenza di tatto, che vietava per esempio al sovrano di pronunciare, in occasione di un’esposizione d’arte o di una serata a teatro, un giudizio di carattere personale... In un’epoca in cui la personalità fu idolatrata con snobismo, in cui la contingenza e il disordine travestiti da libertà erano tutto, la natura originariamente impaziente e capricciosa di Francesco Giuseppe si superò costringendosi all’impersonalità, all’ordine e alla regola.

"Questo fu possibile solo perché in lui, l’Ultimo, continuava ad agire l’antica forza della sacra idea imperiale. Ciò che vi era di universalmente umano in questa idea estorse dall’anima dell’Imperatore una virtù, per la quale la parola obiettività è troppo debole. Egli, tedesco di sangue e di tradizione, cercò con estrema sincerità di soddisfare alle esigenze di tutti i popoli della monarchia...". L’ultimo Imperatore consacrò, quindi, la sua esistenza all’idea dell’Impero a sostegno e a difesa della quale egli chiamava tutti gli uomini di buona volontà, senza differenza di razza e di ceto, i Tedeschi come gli Ungheresi, i Boemi e gli Italiani, gli aristocratici come i poveri e i poverissimi.

"Il comune nemico" continua Werfel "era l’appassionato antagonista, ab antiquo, dell’idea austriaca di universalità: l’odio demoniaco, la vana presunzione delle parti sul tutto, la sfrontata idolatria del proprio Io; in una parola il fanatismo nazionale, sostenuto dal piccolo borghesismo arrabbiato di tutti quanti i popoli. Esso è rimasto vincitore". A parole così chiare e significative basterà aggiungere che le vicende successive al momento in cui vennero scritte, e tuttora in corso di svolgimento, hanno provato ad usura che si trattava di una vittoria di Pirro. O, meglio, che quella vittoria non era che una tappa verso la dissoluzione integrale, che di quel fanatismo costituisce lo sbocco necessario. La "sfrontata idolatria del proprio Io" sta oggi conducendo, sia sul piano dei singoli sia su quello delle nazionalità e delle etnie, all’annientamento di quell’individualità che viveva e prosperava invece quando era protetta, come il tuorlo nel guscio, dalla universalità dell’idea imperiale.

Occorre del resto tenere presente la sostanziale falsità della oggi tanto proclamata contrapposizione fra Impero, o anche, entro certi limiti, fra Monarchia cristiana, e popolo (inteso come l’insieme delle classi umili, dei "poveri e dei poverissimi" di cui parla Werfel). Essa esiste unicamente nelle nostre menti, frutto della balorda filosofia illuminata e della faziosa storiografia borghese, che da oltre cent’anni si preoccupa non di studiare e di far conoscere, ma di propagandare e indottrinare. La realtà delle vicende storiche degli ultimi due secoli ci dimostra invece che quasi sempre, per non dire sempre, le rivoluzioni opposero la borghesia, fiancheggiata da larghissime frange dell’aristocrazia (in molti casi così larghe da costituire, almeno nelle fasi iniziali e prima di tardive quanto vane resipiscenza, la quasi totalità), alla Monarchia (2) e a quello che nell’Italia meridionale era chiamato "popolo basso". Appunto nel Meridione i popolani si batterono (fenomeno incredibile per gli storiografi liberali, che se la cavano in genere facendo appello all’ignoranza e alla predicazione superstiziosa dei preti cattolici) per il re Borbone e ne festeggiarono il ritorno cantando:

"A lu suono dela grancascia
viva lu popolo bascio.
A lu suono de tamburielli
so’ risorte li puverielli
A lu suono dela campana
viva via li pupulana.
A lu suono dela viulina
morte alli Giacubine.
Sona, sona
sona carmagnola
sona a li Cunsiglia
viva o Re cu la famiglia". 

Al che la borghesia, costretta a fondare la legittimazione del proprio potere sopra una volontà popolare in realtà quasi sempre inesistente là dove non viene imposta con la forza o con l’inganno(3), replica con lo sprezzo di espressioni, come "sanfedismo", che non significano nulla, ma l’esonerano dal fornire una valida spiegazione del fenomeno delle masse popolari che si battono al fianco dei re contro i bottegai ed i "paglietta", nonostante che costoro affermino di volerle "liberare, educare ed elevare".

Ma tralasciamo queste notazioni, che pure hanno la loro importanza nel disegnare i contorni di un quadro storico nel quale solo si può intendere la figura di Andreas Hofer nelle sue reali dimensioni di eroe cristiano. Del resto questo stesso quadro storico vale anche a spiegare perché, a dispetto dell’amore popolare, sia stato possibile contrabbandonare così a lungo l’oste di Sand come un capobrigante o un montanaro ignorante e fanatico. O come perfino i suoi ammiratori l’abbiano travisato, e sminuito, facendone un eroe nazionale o meglio, per usare le parole di Werfel, un campione del "fanatismo nazionale". Tuttavia anche queste polemiche e queste falsificazioni valgono meglio di ogni discorso a provare come Andreas Hofer sia rimasto, al pari di Napoleone e di Francesco Giuseppe, presente nel cuore degli uomini non come un pur glorioso ricordo, ma come un’opzione viva. Come nei due Imperatori anche in lui s’incarnava, sia pure sopra un piano diverso e più limitato, un’idea universale.

Si è detto "sopra un piano diverso". L’espressione non ha un significato riduttivo, o se l’ha ciò non tocca l’universalità del principio di cui Hofer era portatore, e che, all’ultimo, si riduceva a quella stessa visione cristiana nel mondo (anche sul piano politico) e dell’ordine universale che fu propria di Francesco Giuseppe. Il limite, se è questo il termine esatto, concerne unicamente il fatto che quel principio, pur sempre di valore generale, Hofer rappresentava nel momento del suo adeguarsi alle esigenze ed alla realtà esistenziale di un piccolo popolo. Ciò del resto è naturale; Francesco Giuseppe era il simbolo del complesso corpo dell’Impero, Andreas Hofer di una comunità, che al riparo dell’idea e dell’unità imperiale poteva vivere in pace e sviluppare le proprie peculiari caratteristiche.

Difatti la concezione imperiale e, ancor prima, la concezione cristiana, di cui quella non era che una estrinsecazione nell’ordine politico, possiedono la singolare capacità di conservare integro il proprio significato universale, pur adeguandosi agli speciali bisogni delle comunità che le accolgono. In tal modo, nell’epoca di Hofer e di Napoleone, quel principio cristiano rimaneva lo stesso sia presso gli abitanti dei masi tirolesi sia presso i cafoni degli assolati e petrosi altipiani del sud, pur assumendovi forme diverse, rispettose delle loro tradizioni, delle loro abitudini, del loro ambiente e dei loro ritmi esistenziali. In ciò, del resto, consiste uno dei principali criteri di differenziazione rispetto a concezioni come quelle liberali e marxiste incapaci di intendere l’ordine e l’uguaglianza altrimenti che come un generale appiattimento e livellamento (e lo dimostra, in Italia e altrove, la piatta monotonia del sistema scolastico, che impone l’insegnamento delle medesime cose - o delle medesime menzogne? - a tutti gli allievi, dall’Alpi al Lilibeo).

Tenendo presenti questi rilievi si comprende perché ed in qual senso (prescindendo cioè da ogni giudizio di valore, ma con riferimento all’incidenza e all’estensione del suo raggio d’azione) la figura di Andreas Hofer abbia un significato più limitato di quelle di Napoleone e di Francesco Giuseppe. E pur così intesi vocaboli come "limitatezza" e "limite" si appalesano inesatti, perché, in quanto espressione del diritto di ogni comunità di sviluppare le proprie caratteristiche e di mantenere la propria identità nell’ambito del più grande quadro che le comprende, il principio di cui era portatore è altrettanto universale e Andreas Hofer diviene espressione dei cafoni meridionali e degli "insorgenti" romagnoli non meno che dei montanari tirolesi. Con la sua lotta contro l’ateismo, il vago deismo e il sincretismo livellatore dei cosiddetti "Illuminati", dei sedicenti "progressisti", egli riaffermò il diritto alla propria nativa e specifica originalità non solo dei Tirolesi, ma anche, necessariamente, dei Vandeani, dei Bretoni e dei "luciani del Re".

Il carattere del cristianesimo di Andreas Hofer s’intende appieno solo tenendo presente il concetto, tipicamente cristiano, di "comunità", che non è, sia ben chiaro, qualcosa di contrapposto all’individualità, come avviene per la collettività, la massa, la classe e, in alcune accezioni; per lo stesso popolo. Comunità è l’ambito, alla cui formazione concorrono tutti gli individui con le loro tradizioni e le loro abitudini di gruppo, tramandate dagli antenati e sviluppate da loro stessi, nel quale la persona può pienamente manifestarsi, arricchirsi ed accrescersi in un rapporto di reciproco scambio con tutte le altre persone che lo compongono. Sì vorrebbe dire che in una vera comunità i defunti non sono morti del tutto (e di questa sopravvivenza è simbolo nei nostri paesi alpini il cimitero raccolto intorno alla chiesa, che permette un incontro almeno settimanale dei vivi con i defunti) ed i viventi sono più vivi.

Andreas Hofer non pretese, come Enrico VIII Tudor, il titolo di "defensor fidei", ma, assumendo la difesa e riassumendo in sé le istanze e le caratteristiche della comunità cristiana tirolese, fu al tempo stesso il difensore e il simbolo di tutte le comunità cristiane. Questa fondamentale connotazione dell’azione hoferiana risulta incomprensibile ai tanti che si sono occupati di Hofer, o tentando di caratterizzarlo come un eroe esclusivamente tedesco, un esponente "ante litteram" del pangermanesimo o, al contrario, rimproverandogli di non aver saputo creare, sotto l’ala protettrice del grande Napoleone, uno staterello nazionale tirolese. Chiarissima coscienza ne ebbero invece lui stesso ed i suoi contemporanei e non solo tirolesi. Così i cittadini di Mantova, dove fu portato in catene, riconoscendo in lui "uno dei loro", uno che aveva combattuto per la loro stessa causa, raccolsero con pubblica sottoscrizione un ingente somma di denaro per provvedere alla sua difesa in un processo che si voleva credere equo e fu invece una di quelle tragiche burlette con le quali Illuminati e progressisti tentano da sempre di coprire i loro delitti. Ancora prima che venisse formato il Tribunale, Napoleone aveva ordinato che il giudizio si concludesse con la condanna a morte.

Si è detto che Andreas Hofer ebbe chiaro il senso della sua missione. Egli non si mosse per riaffermare l’appartenenza del Tirolo all’Austria in quanto tale, ma come entità sovranazionale capace di garantirgli la conservazione delle sue originali caratteristiche e, se si vuole distinguere, delle sue caratteristiche religiose (ma la distinzione è impossibile, perché le tradizioni di una comunità non possono mai essere disgiunte dalla sua fede o, perfino, dalla sua mancanza di fede, che necessariamente le permea per intero anche se relative a campi in apparenza lontani da quello più propriamente religioso).

In realtà i Tirolesi non avevano esitato a dare manifesti segni di insofferenza contro Vienna quando questa aveva mostrato col giuseppismo" di inclinare pericolosamente verso le idee degli Illuminati e di volere instaurare il monotono regno della Regione. Questo momento di malumore era stato poi superato quando la Casa d’Asburgo aveva ripreso la precedente politica di rispetto delle singole costumanze e delle tradizioni, di tutela delle peculiari caratteristiche di tutti i popoli e di tutti i gruppi che formavano il vasto mosaico dell’impero.

Per converso la terribile ribellione contro i Bavaresi non fu certo dovuta a ragioni di razza o di lingua. Sotto questo profilo i Bavaresi erano più simili ai Tirolesi di innumeri altre popolazioni dell’Impero a cominciare dagli stessi Viennesi o dai cosiddetti Tirolesi italiani (o Trentini), ai quali sempre Hofer si rivolse come a fratelli e che in gran numero accorsero sotto le sue bandiere. Per dì più il popolo bavarese, a differenza dei suoi governanti, era profondamente cattolico, e lo dimostrerà quasi un secolo dopo, opponendo a Bismarck il famoso "Zentrum". Purtroppo all’inizio del secolo XIX (soltanto allora?) i governi si arrogavano il diritto di esclusiva interpretazione dei loro popoli e si adoperavano per fini che la coscienza popolare non solo non sentiva ma radicalmente disapprovava (o avrebbe disapprovato se li avesse conosciuti). Scintilla della rivolta fu, difatti, la pretesa del governo centrale bavarese e dei suoi rappresentanti, quasi tutti appartenenti alla setta degli "Illuminati", di spiantare le tradizioni tirolesi e di ridurre a mera parvenza, confinata al segreto delle case o al chiuso delle chiese, una fede che permeava quasi ogni atto della quotidiana esistenza.

Ciò è confermato dalla presenza di numerosi sacerdoti e religiosi nelle file degli insorti (famoso fra tutti il cappuccino Haspinger, che guidava i montanari alla lotta contro gli invasori, levando alto il crocefisso) e dalle disposizioni che Hofer prese perché le vittorie dei Tirolesi fossero ricordate con Messe e solenni processioni in onore del Sacro Cuore di Gesù, alla cui protezione egli attribuiva ogni successo. In uno dei suoi proclami, datato Innsbruck 10 settembre 1809, si legge: "Se noi abbiamo mai sperimentato la bontà indulgente e salvatrice di Dio verso di noi, ciò fu nella prima metà del mese di agosto, quando l’aiuto del cielo ci liberò così visibilmente dalle mani di un nemico che crudelmente soggioga e che non rispetta né religione, né trattati, né umanità!". Ancor più significativo della consapevolezza che Hofer ebbe della vera natura della sua battaglia, non nazionalistica o patriottarda, ma di legittima difesa della comunità cristiana del Tirolo, uno scarno appello lanciato quando, dopo la vittoria di Napoleone e Wagram e l’armistizio di Zuaim, le sorti volgevano al peggio per le armi austriache e gli insorti.

"Se mai vi accorgete che ci avviciniamo... non esitate a prendere le armi. Si tratta di religione e di cristianesimo; non lasciatevi ingannare dai mascalzoni". A dispetto di questa evidenza gli storici successivi, quasi tutti eredi e discepoli, anche se a volte inconsapevoli, degli "Illuminati" hanno sviluppato il preciso disegno di ridurre l’eroe tirolese al rango di un semplice nazionalista, accennando a volte perfino ad una sua presunta e mai provata intenzione di sottrarre la nazione tirolese al dominio austriaco oltre che a quello bavarese (ma se così fosse stato perché mai allora non cercò di conciliarsi, com’era facile nel momento della vittoria, la protezione di Napoleone, seguendo l’esempio del regolo bavarese?). In tal modo non solo se ne sminuisce di molto la levatura morale ed il significato storico, relegandolo al ruolo di un qualunque ribelle, ma lo si trasforma addirittura in un campione di quegli ideali e di quei principi che egli invece sempre strenuamente avversò. Lo stesso pessimo servizio, come si è già accennato, gli rendono quei suoi "laudatores", in genere di lingua tedesca, che esaltano in lui una specie di propugnatore del pangermanesimo, dimenticando che i Bavaresi non erano meno tedeschi degli Austriaci e che Andreas Hofer, pur avendo vivissimo il senso della sua appartenenza alla comunità tirolese, non fece mai questione di lingua o di razza. Significativo a proposito il suo proclama ai Trentini, dato in Bolzano il 4 settembre del 1809, rivolto ai "dilettissimi Tirolesi Italiani". Dal canto loro questi furono sempre al suo fianco e già all’inizio dell’insurrezione, il 26 aprile 1809, la popolazione di Rovereto, popolani ed "ottimati",(4) accolse trionfalmente il suo ingresso alla testa degli insorti delle valli di Sole e di Non e delle Giudicarie, tutti Trentini, di molti dei quali non ci è stato tramandato il nome, ma senza dubbio bravi montanari ed ottimi cristiani di razza e di lingua italiana.

La storiografia successiva alla rivoluzione francese ha sempre perseguito intenti pubblicitari ed ha sempre accuratamente emarginato, con gli strumenti del potere di cui era ed è espressione, ogni serio tentativo dì compiere indagini obiettive ed approfondite, favorendo il permanere dì ridicoli miti che nulla hanno di storico ("i secoli bui del medio evo", "la civilità umanistica , "il risveglio del rinascimento", "il secolo dei lumi" ecc.). Tuttavia il fraintendimento della figura e dell’opera dì Hofer va addebitato anche agli interessi particolari dei due popoli che ne furono più direttamente interessati. I Tedeschi, ansiosi di fare del campione tirolese un eroe esclusivamente loro, calcarono eccessivamente la mano sulla sua devozione all’Imperatore Francesco d’Asburgo, devozione indubbiamente esistente, ma diretta più al simbolo dell’idea imperiale che all’uomo. Gli Italiani, preoccupati di affermare l’italianità del Trentino e dell’Alto Adige, cercarono, in sostanza, di ridurlo ad un rango modesto e gli attribuirono nobiltà d’animo e grandezza dì cuore, ma ristrettezze dì vedute per non avere inteso che il futuro di quelle terre era con l’Italia e non con l’Austria(5).

In realtà il desiderio dì diluire o negare, anche oltre il vero, le caratteristiche germaniche, pure indubbiamente presenti, di Hofer, porta a volte gli storiografi italiani a sfiorare parzialmente la verità, come fa, ad esempio, il Caracciolo,(5) quando afferma che sbaglia chi vuole fare passare per patriottismo quello che non era se non una cieca tenacia tradizionale e un esasperato fervore religioso". Ma l’errore è di base, perché in questo autore è chiaro il pregiudizio, dovuto forse anche all’epoca in cui scriveva, che il patriottismo sia la somma virtù e siano invece difetti o addirittura vizi l’amore per la tradizione e il fervore religioso. D’altronde se per patriottismo s’intende l’attaccamento al proprio paese, alla terra dei padri, Andreas Hofer fu senza dubbio patriota grandissimo (e non sì vede invero su cosa si fondi la pretesa che egli, tedesco dì razza, di lingua e di costumi, per meritarsi il titolo di patriota dovesse trasformarsi in fautore "ante litteram" dell’unità d’Italia). Ciò non toglie che egli fu anche e soprattutto un patriota cristiano; patriota perché cristiano, cristiano e quindi patriota. La sua profonda ed autentica fede religiosa gli aveva, difatti, permesso dì intuire che il cattolicesimo aveva così profondamente modellato il suo popolo ed il suo paese che senza di esso il Tirolo non sarebbe più stato il Tirolo, il popolo tirolese il popolo tirolese e che in breve perfino lo stesso paesaggio, una volta scristianizzato, avrebbe mutato aspetto al punto di divenire irriconoscibile ed odioso anche a coloro che vi erano nati e ne conservava intatta in cuore l’immagine fra i fasti della corte di Vienna o i ruderi gloriosi ed i trionfi barocchi della Roma Cesarea e pontificia (6).

Ancor prima del Caracciolo il Tolomei (7) aveva esattamente sottolineato: "Nessuno che obiettivamente giudichi può dar colore nazionale germanico a questo moto... La storia è là per raccontare le stragi dei Bavaresi e dei Sassoni compiute per mano dei Tirolesì insorti..." Poteva essere il valido inizio di una corretta analisi, che però l’Autore non era in grado di compiere, perché dell’invocata obiettività dì giudizio si dimenticava volentieri quando doveva cambiare versante. Afferma difatti subito dopo inesattamente (e a smentirlo basterebbe la vecchia lapide immutata nell’ingresso del santuario di San Romedio) che nel Trentino esisterebbe una prevenzione ostile ad Andreas Hofer in parte per il ricordo degli eccidì (dove e quando avvenuti?) commessi dalle "fanatiche bande hoferiane" in parte per l’attaccamento "al glorioso Regno Italico che quelle bande combatterono". In realtà la storia dell’epoca ci mostra gli insorti trentini (i cosiddetti Tirolesi italiani) ed anche bellunesì combattere contro le truppe del "glorioso Regno Italico", composte, In quella zona, o di Francesi o di Napoletani, come la colonna operante, appunto nel Trentino e nel Bellunese, al comando del generale Peyri. Del resto di che genere fosse l’attaccamento dei Trentini al Regno Italico e quale la loro posizione nella lotta intrapresa da Hofer lo dimostra il truculento proclama con il quale lo stesso Peyri intimò alla popolazione dì Lavìs e di Trento di non opporsi alle sue truppe. "Saranno d’esempio le terribili giornate del 28 settembre e del 2 ottobre, l’Adige ancora intimo di sangue, i ponti di Trento zeppi di cadaveri, le contrade della città coperte dì semivivi, le vittime di un giusto furore militare a Lavis e le altre nelle scorrerie della cavalleria al di là di San Michele".

Vi erano quindi stati gli eccidi e le stragi dì Trentinì di cui parla il Tolomei, ma ad opera del "giusto furore militare" degli eserciti del "glorioso Regno Italico" e non delle "fanatiche bande hoferiane".

In realtà i Trentini, al pari dei Tirolesì e, del resto, dei Mantovani, degli "insorgentì" romagnoli, dei cafoni abruzzesi, con la prontezza di giudizio propria dei popoli semplici e non corrotti, avevano perfettamente compreso che la lotta non era fra "oscurantismo" e "progresso", fra mondo germanico e mondo latino, ma fra due diverse concezioni del mondo e dell’universo, fra due idee contrapposte. L’una, senza distruggerlo ed anzi esaltandolo, sottometteva il particolare all’universale, l’altra si serviva del particolare come di una mina destinata a distruggere l’universale senza intendere, o forse intendendo fin troppo bene, che la distruzione dell’unìversale comportava di necessità, dopo l’effimero ed apparente trionfo nel momento del "botto", l’annientamento del particolare.

Queste umili popolazioni, nella loro saggia ignoranza, non avrebbero certo sottoscritto il giudizio del Caracciolo, che, pur dopo aver reso omaggio al singolare fascino che promana dall’eroe tirolese, riconoscendo che "raramente una responsabilità sì grandc e un sì pesante carico di onori fu portato con maggiore indifferenza se non addirittura con umiltà. Ecco una grande eccezione nella storia tumultuosa delle rivoluzioni!", aggiunge; "se egli avesse voluto, se avesse osato, se avesse intravista e valutata la verità, avrebbe potuto creare un’autonomia, o addirittura un piccolo stato libero semi indipendente, che con opportune garanzie sarebbe stato forse dallo stesso Napoleone portato a battesimo". Tutt’al contrario, se flofer si fosse adeguato a questo postumo suggerimento, sarebbe venuto meno alle ragioni della sua immortale grandezza, ai principi che fanno di lui un simbolo, una permanente opzione viva, per discendere al rango di un regolo tanto borioso quanto inutile come Massimiliano di Baviera, o dì un funzionario imperiale un po’ più impennacchiato e immedagliato degli altri come Eugenio Beauharnais o Gioacchino Murat.

Del resto il singolare destino di Andreas Hofer fu sempre dì essere compreso ed amato dagli umili e dai semplici e frainteso dalle persone di qualità (dai generali ai "paglietta" ed agli odierni intellettuali), se è vero che il generale francese Pollet, che pure si trovava in Tirolo durante l’insurrezione del 1809, ebbe a dire che questo campione dello spirito "non mostrò che il coraggio che nasce dal vigore dei muscoli". Il che, riconosciamolo, è un po’ eccessivo perfino per un Illuminato!

(1) É importante notare che il concetto del potere come servizio è tipicamente cristiano ed è stato riproposto con particolare vigore proprio in questi ultimi anni.

(2) Il riferimento è qui alle Monarchie cristiane, per cui rimangono estranee alle svolte considerazioni le monarchie borghesi o, peggio, "illuminate", come quella di Luigi Filippo o, in Italia, la sabauda.

(3) Significativa al riguardo l’opera "La conquista del Sud" di Carlo Alienello (Rusconi Editore) ove, fra tante altre cose interessanti a proposito della liberazione dei "cafoni" ad opera dei "piemontesi" e dei "paglietta" loro amici, si apprende come venne fabbricato il successo del plebiscito per l’unione all’Italia delle province meridionali.

(4) Fra questi il conte Alberto degli Alberti, il barone Giulio dei Piccini ed il conte Fredigotti mentre, come sempre, la storia ha dimenticato di conservarci il nome degli umili e dei poveri.

(5) Italo Caracciolo: "Andreas Hofer nell’insurrezione antibavarese del 1809", Zanichelli, 1927, Bologna.
(6) Se non si corresse il rischio di uscire troppo dal tema, sarebbe assai interessante approfondire l’indagine su questo punto per vedere in quanta parte il declino del vero patriottismo, che caratterizza la nostra epoca, sia dovuto al fatto che ormai assai pochi sono i paesi, i "paesaggi", che conservano, anche nel loro aspetto esteriore, l’impronta della fede, delle tradizioni, delle concezioni e dei modelli esistenziali propri degli uomini che vi hanno vissuto. Ormai quasi ogni paesaggio, cittadino, alpestre o marino che sia, appare modellato sulle monotone esigenze del denaro, del profitto (compreso quello di Stato) e del consumismo. Il patriottismo è fatto di cose, piccole e grandi, il nazionalismo di roboanti parole.

(7) E. Tolomei. "L’Alto Adige".

IL QUADRO STORICO

Il trattato dì Presburgo (26 novembre 1805), seguito alla vittoria napoleonica dì Austerlitz, assegna la "Provincia del Tirolo", comprendente il territorio fra l’Inn e le Alpi, l’attuale Alto Adige e il Trentino, austriaca fin dal 1363, al re Massimiliano dì Baviera, fedele vassallo dì Napoleone.

Il 6 febbraio 1806 sì insedia ad lnnsbruck, capoluogo della Provincia, quale governatore, il conte Carlo d’Arco, ciambellano del regolo bavarese e uomo di fiducia del conte di Montgelas, ministro della Real Casa bavarese, affiliato alla setta degli Illuminati, noto soprattutto per i suoi furori antireligiosi e, in ispecie, anticattolici.

Il re dì Baviera aveva promesso ai nuovi sudditi, i quali, pur promettendogli fedeltà, avevano tenuto a ricordargli, con apposita delegazione, il loro attaccamento agli Asburgo, dì non turbare i loro ordinamenti civile e religiosi, affermando di ben sapere "che uno dei primi doveri del Nostro Governo è dì assecondare i pastori della Chiesa nell’adempimento del loro benefico ministero, e dì aiutarli potentemente, per il bene dei Nostri popoli, nel conseguire il sacro scopo che la religione cattolica sì propone con l’insegnamento della verità".(1)

Tuttavia già con un decreto del 16 aprile 1806 inizia l’opera di sovvertimento dell’organizzazione ecclesiastica cattolica, che prosegue poi incessante col divieto ai Vescovi dì ordinare nuovi sacerdoti senza il benestare del re e l’approvazione dei professori dell’Università di Innsbruck, con l’obbligo per gli stessi Vescovi di adeguarsi incondizionatamente ai provvedimenti presi dalle autorità civili a carico di sacerdoti per la cosiddetta "polizia della Chiesa", col diritto esclusivo del Governo di provvedere alla nomina dei parroci, il tutto con l’intento di assoggettare completamente la Chiesa e la stessa religione al governo, perché, come scrive il segretario del conte d’Arco, la "separazione dei due poteri (Chiesa e Stato) che reggono la società, non è più neppure concepibile e invece tutto esige la più completa centralizzazione dell’autorità".(2)

Questo tentativo non può essere accettato dai Vescovi delle tre diocesi tirolesi (Merano, Trento e Bressanone), tanto più che il Vescovo di Merano ha già provato i regimi "illuminati", essendo stato scacciato dalla rivoluzione francese dalla sua precedente sede di Coira. Di conseguenza i Vescovi di Merano e Trento debbono prendere, il 24 ottobre 1806, la via dell’esilio da Innsbruck, dove si e radunata, per salutarli ed esprimere loro la solidarietà popolare, una grande quantità di fedeli. Ugualmente in esilio debbono riparare i parroci che si rifiutano di accettare il "nuovo ordine", e gli uffici rimasti vacanti, nell’impossibilità di reperire sacerdoti locali ossequienti alle direttive degli Illuminati, vengono coperti con preti fatti venire dalla Baviera. I tirolesì però disertano le chiese officiate da preti considerati "luterani", ridotti a celebrare le funzioni religiose davanti ad auditori composti esclusivamente da soldati e funzionari bavaresi, molti dei quali si proclamano apertamente atei.

Naturalmente un po’ dovunque scoppiano tumulti e il conte d’Arco, ad esempio, fa arrestare e poi esiliare il parroco dì Merano, don Patscheider, e, con lui, una ventina di sacerdoti. A Trento, dove è stato nominato Vescovo-vicario il conte Francesco di Spaur, si canta la seguente canzonetta:

"Che quel Spaur, quel temerario
figlio inver d’un barbagian,
l’ha voluto esser vicario
ed è invece un luteran.
Quell’indegno, quell’infame,
quell’ipocrita e impostor
inventò tutte le trame
e si fé commendator… " (3)

Agli odiosi provvedimenti antireligiosi si accompagna l’introduzione di un istituto in precedenza sconosciuto nella provincia tirolese, la coscrizione obbligatoria, (1808), cui sì aggiungono la sostituzione dell’antico nome Tirolo con quello di Baviera del Sud e la ripartizione della regione nei circoli dell’Inn, dell’isarco e dell’Adige. Anche un ufficiale francese dell’esercito di occupazione, il luogotenente Morel, scrive nelle sue memorie che un gran numero di funzionari bavaresi sono "membri dì una setta degli Illuminati" e che da essi il popolo tirolese viene giornalmente offeso nelle sue convinzioni.(4)

Intanto a Vienna, anche per la consapevolezza della precarietà della pace seguita al trattato dì Presburgo, si segue con attenzione la sorte del Tirolo, da sempre assai caro alla dinastia degli Asburgo, e l’arciduca Giovanni crea un "Ufficio centrale delle comunicazioni col Tirolo", alla cui guida pone il barone tirolese von Hormayr, il quale stabilisce una serie dì contatti soprattutto con Tirolesì scelti nel ceto degli albergatori, influenti nella regione e in grado di esercitare, attraverso gli ospiti che sì fermano nei loro locali, un certo controllo sugli avvenimenti. Fra questi sono Andreas Hofer, albergatore a Sand, in Val Passiria, Peter Huber, albergatore a Brunico, e Franz Nessìng, caffettiere a Bolzano, i quali, il 16 gennaio 1809, si recano a Vienna per concretizzare la possibilità dì liberare il Tirolo dall’odioso regime degli Illuminati, approfittando delle difficoltà che il loro patrono Napoleone sta incontrando in Spagna.

L’insurrezione del popolo tirolese scoppia, rapida, violenta e simultanea, il 9 aprile 1809, mentre si riaccende la guerra tra Francia e Austria, le cui armate puntano in direzione della Baviera e del Friuli, al comando, rispettivamente, degli Arciduchi Carlo e Giovanni.

Già il 12 aprile gli insorti entrano ad Innsbruck ed il giorno seguente le truppe francesi e bavaresi di occupazione firmano la resa. A quei giorni sì riferisce una canzona popolare che, citando i nomi dì alcuni comandanti bavaresi, dice, fra l’altro:

"... guai, guai, guai!
Ecco l’esercito bavarese
fu battuto dai contadini,
buttato nella tomba con gioia.
Il generale codardo
fu arrestato in un angolo;
la crudeltà di Dittfurth
ha preparato la sua caduta.
Anche la rabbia dì Wreden perisce.
Quanti non sono morti sono prigìonieri..."(5)

A Innsbruck liberata entrano anche gli insorti della Passiria e del Sarentino guidati da Andreas Hofer, con il quale sono Peter Mayr, oste a Bressanone, e il frate cappuccino Gioacchino Haspinger, che accolgono, il 15 aprile, le truppe austriache comandate dal generale de Chasteler, il quale assume il governo del paese in nome dell’Imperatore Francesco.

Ancora in mano dei francesi e dei bavaresi è il Trentino, dove tuttavia serpeggiano fremiti di rivolta, che si tenta di contenere con le frequenti fucilazioni e con truculenti proclami, nei quali si minaccia la distruzione, col fuoco, dì paesi interi per la ribellione di pochi cittadini. "... I Comuni verranno puniti del fallo di alcuni loro cittadini. Le pacifiche vostre capanne, albergo una volta dì semplice gioia, saranno distrutte dal fuoco sterminatore, devastate le vostre campagne e, ciò che vi deve essere più caro sulla terra, le vostre famiglie colpite dalla più desolatrice miseria", sì legge in un proclama (6) del Regio Bavaro Commissario del Circolo dell’Adige (Circolo corrispondente su per giù al Trentino), datato 17 aprile 1809.

Il 26 aprile entrano in Rovereto le truppe austriache del generale Chasteler e, condotti da Andreas Hofer gli insorti atesini e trentini delle valli di Non, di Sole e delle Giudicarie. La liberazione del Tirolo sembra compiuta, ma la vittoria di Napoleone a Eckmuhl costringe le truppe dell’Arciduca Carlo a lasciare la Baviera e quelle dell’Arciduca Giovanni a ritirarsi dalla pianura veneta. Gli insorti che, ritenendo chiusa la partita, erano in buona parte rientrati nelle loro case, si affrettano a radunarsi nuovamente, perché già le truppe franco-bavaresi, il cui comando è stato assunto dal Generale Lefebvre, Duca di Danzica, muovono alla riconquista.

Il 29 aprile il Duca è a Salisburgo, il 10 maggio i bavaresi del Generale von Wreden riescono, dopo scontri di estrema violenza, a superare il passo Straub, il 13 maggio gli austriaci dì Chasteler sono sconfitti al passo Soll e a Wörgl, sull’Inn, il 19 maggio francesi e bavaresi rientrano a Innsbruck, mentre gli insorti sì ritirano sulle montagne intorno alla città, i cui abitanti vivono nel terrore, perché lungo la valle dell’Inn riconquistata i bavaresi hanno compiuto tali nefandezze che lo stesso maresciallo Lefebvre si rivolge ad alcuni loro ufficiali dicendo, nello stile retorico, a dispetto dall’apparente asciuttezza, dell’epoca: "Io mi vergogno di comandarvi. Nell’armata francese vi sono forse degli empi, ma non vampiri come voi. Napoleone non ha ai suoi ordini alcun brigante, ma dei soldati".(7)

Tuttavia le sorti del conflitto sembrano nuovamente cambiare. Napoleone è sconfitto dagli Austriaci a Essling, e Andreas Hofer, che, dopo essersi illuso dì avere recuperato il popolo alla libertà, aveva ripreso le armi alle prime notizie del ritorno offensivo dei franco-bavaresi, il 26 maggio tenta con un assalto improvviso di liberare Innsbruck. Fallito questo tentativo anche a causa dello scarso munizionamento, riprende l’assalto il 29, dopo che è stata celebrata la messa al campo e tutti si sono devotamente comunicati per prepararsi alla morte, che aspetta molti dì loro, e la notte stessa i franco-bavaresi, comprendendo di non poter resistere più a lungo, abbandonano Innsbruck, nella quale rientrano, il mattino del 30, i tirolesi, mentre Hofer, dopo aver tentato invano di raggiungere il nemico in ritirata, vi viene accolto trionfalmente solo il successivo 3 giugno.

Intanto però Napoleone vince la battaglia decisiva di Wagram e l’armistizio dì Zuaim (12 luglio) è il preludio di una pace che non sarà favorevole agli sconfitti e che il vincitore concede probabilmente in vista delle sue mire dinastiche (il matrimonio con Maria Luisa d’Austria, figlia dell’Imperatore Francesco). Hofer e gli altri capì dell’insurrezione stentano a credere alla notizia, ma ai primi giorni di agosto le ultime truppe austriache lasciano il Tirolo, mentre già il 31 luglio il Duca dì Danzica era entrato in Innsbruck.

Andreas Hofer, la cui testa è stata messa a prezzo, si è ritirato in Passiria, ma, come egli stesso scrive in un proclama datato 4 agosto, è in attesa dì raggiungere i tirolesì quando questi "si riuniranno e diranno: combattiamo per Dio, la Religione, la Patria".(8). Difatti gli insorti, pur non avendo più l’appoggio di truppe regolari, non desistono dai loro proponimenti e, convinti di lottare per la buona causa, quello stesso 4 agosto, al comando di Peter Mayr, Speckbacher e Haspinger, attaccano le truppe sassoni (anch’esse vassalle, come quelle bavaresi, dei francesi) in marcia verso Bressanone, le sconfiggono e fanno prigionieri i superstiti. Indignato per la sconfitta dei suoi alleati, che si sono fatti battere da dei "contadini", il Duca dì Danzica esce il 15 agosto da Innsbruck per punire i "ribelli", ai quali sì è nel frattempo aggiunto Hofer con forti contingenti della Passiria e del Sarentino.

La mattina del 7 agosto le truppe di Lefebvre puntano su Bressanone, ma a Mauls sono attaccate dai tirolesi, con i quali sono tutti i più popolari capì dell’insurrezione, Hofer, Haspinger, Mayr, Speckbacher, Kolb. I bavaresi sì volgono a precipitosa fuga (e forse i francesi che sono con loro trovano qualche parentela fra questi montanari e gli sciuani e quegli altri "contadini" della Vandea, così a lungo ostinati a combattere per il loro Dio e la loro Fede), abbandonando i carriaggi. Lo stesso maresciallo riesce a stento ad evitare la cattura e a ripararsi a Vipiteno, donde, dopo aver invano atteso rinforzi, il giorno li ripiega ulteriormente su Innsbruck, giungendovi il 12 sempre tallonato da Hofer, che la mattina del 13 agosto, dopo che padre Haspinger ha celebrato la Santa Messa e impartito la benedizione, muove all’assalto della città.

Gli insorti sono in numero di circa 18.000. Le sorti del combattimento pendono incerte per tutta la giornata anche se la colonna centrale degli insorti, condotta da Mayr ed Haspinger, sì trova a sera ad avere conquistato buona parte del monte Isel, che domina la città, essendovisi mantenuta nonostante i vigorosi contrattacchi dei sassoni e dei bavaresi, che hanno l’appoggio di un forte parco d’artiglieria. Il giorno successivo la lotta ristagna, ma nella notte fra il 14 e il 15 il Duca di Danzica, comprendendo di aver perso la partita e timoroso di restare imprigionato con i resti della sua armata, abbandona, col favore delle tenebre, la città.

La disfatta franco-bavarese si ripercuote nel Trentino, dove i generali Fiorella, che avrebbe dovuto riconquistarlo al comando di un corpo misto italo-francese, e Caffarelli, ministro della guerra del Viceré d’Italia Eugenio Beauharnais, debbono riporre i proclami, con i quali si proponevano d’intimidire le popolazioni, minacciando di fucilazione chiunque venisse trovato in possesso di armi, e ripiegare sulle posizioni di partenza. La vicinanza con il cosiddetto Regno d’Italia rende la posizione dell’insurrezione in Trentino più difficile, ma ugualmente in tutte le valli sì formano compagnie di volontari decise a scacciare gli invasori, e gli insorti, al comando di Giacomo Torgler, il 18 agosto attaccano Trento, che i Francesi abbandonano il 21 successivo. Rovereto viene liberata il 29 e tutta la Provincia del Tirolo sembra avere coronato la sua aspirazione. Difatti Andrea Hofer, entrato trionfalmente ad Innsbruck il 15 agosto, viene, per unanime consenso, designato "Comandante Superiore del Tirolo" e nelle settimane di apparente pace che seguono può riorganizzare nella regione la vita civile, preoccupandosi soprattutto di ristabilire, non solo nella forma, ma nella vita di ogni giorno, la religione cattolica, per la quale il popolo tirolese si è con tanto valore battuto. In questo breve compito di pacificazione Hofer dà prova di saggezza e dì cristiana moderazione e conserva tutta la sua religiosa semplicità di montanaro senza insuperbirsi né dell’incarico conferitogli né della vittoria riportata, che egli, del resto, attribuisce al miracoloso intervento del Creatore. Scrive, difatti, in un suo famoso editto del 10 settembre: "Se noi abbiamo mai sperimentato la bontà indulgente e salvatrice di Dio verso di noi, ciò fu nella prima metà del mese di agosto, quando l’aiuto del Cielo ci liberò così visibilmente dalle mani di un nemico che crudelmente soggioga e che non rispetta né religione, né trattati, né umanità".

Gli sviluppi della situazione internazionale sono però sfavorevoli agli insorti, perché Napoleone, perdurando tuttora l’armistizio di Zuaìm e svolgendosi le trattative per la pace e per il suo matrimonio con Maria Luisa d’Austria, ha tutto l’interesse a togliersi dal fianco la spina tirolese prima della conclusione del trattato. Hofer ne è pienamente consapevole e, con l’aiuto dei suoi collaboratori Giovannelli e Rapp, costituisce in tutte le valli del Tirolo propriamente detto e del Trentino, o Tirolo meridionale, come allora era chiamato, delle compagnie di volontari denominati "tiratori dell’Adige". La temuta tempesta non tarda a scoppiare e questa volta le forze nemiche sono schiaccianti dato che tutta la forza dell’impero napoleonico può rivolgersi contro l’eroico pigmeo che" ha osato sfidarlo. Il Tirolo non è uno dei tanti campi dì battaglia nel quadro di una più vasta guerra, ma l’oggetto della campagna, che inizia, di fatto, il 27 settembre con l’ingresso in Rovereto di truppe franco-italiane al comando del generale Peyri, il quale si affretta ad emanare un proclama contenente le seguenti disposizioni: "1) Che nel termine dì tre ore (9) tutti gli abitanti dì questo Comune che fossero possessori di effetti militari, d’armi da fuoco, di qualunque specie e munizioni, debbano consegnarle al comandante della Piazza signor Bognamanì, che abita nella casa del Signor Gaetano Tacchi, nella piazza delle Beccherie; 2) Tutti quelli che avessero presso di sé alloggiato o nascosto qualche individuo sospetto o che facesse parte di una banda armata, dovranno denunziarlo all’istante al sunnominato signor Bognamani". (10)

Il giorno 28, rotta la disperata resistenza degli insorti, il generale Peyri entra a Trento ed inutilmente tentano di ricacciarlo rinforzi tirolesi inviati da Bolzano e da Merano. Intanto il 14 ottobre, a Vienna, Francia e Austria firmano il trattato dì pace, che abbandona alla prima tutta la Provincia Tirolese. Il giorno stesso Napoleone incarica il Viceré Eugenio di stroncare definitivamente ed immediatamente la ribellione. La Provincia Tirolese, assalita concentricamente da tre partì (dal Salisburghese muove un corpo d’armata al comando del generale Drouet d’Erlon, dal Trentino avanza una divisione al comando del generale Vial, cui è collegata una colonna agli ordini del generale Peyri - lo stesso che aveva occupato Trento - operante nel Bellunese, dalla Carinzia muove un altro corpo d’armata, forte di quattro divisioni, condotto dal generale Baraguey d’Hillìers, cui spetta, dopo il Viceré Eugenio, il comando generale delle operazioni), tenta una disperata difesa, ma mancano perfino i fucili, come rivela un proclama di Speckbacher, che ha il compito di difendere la valle dell’Inn: "Prego nel nome dì Dio e della SS. Trinità, che tutti gli uomini che possono portare le armi partano col Landsturm generale. Chi non ha fucile si armi di tridente e farà il possibile con tali armi. E se non possiamo resistere a Rattemberg, prego tutti di andare sulle montagne verso Innsbruck; la sarà loro indicato il luogo di adunata ove sgomineranno il nemico per combattere per Dio, la Patria, l’Imperatore. Fratelli carissimi, siate coraggiosi e pensate spesso a questo". (11)

Tuttavia il 25 ottobre le truppe di occupazione rientrano ad Innsbruck ed il 27 respingono un ritorno offensivo dei tirolesi, che, pur trovandosi di fronte a truppe più numerose e meglio armate, non vogliono arrendersi. La situazione degli insorti è così palesemente disperata che l’Arciduca Giovanni, che ha sempre nel cuore il fedele Tirolo, invita gli insorti a rinunciare all’inutile lotta e per un momento Andreas Hofer sembra adattarsi all’ineluttabilità della resa, chiedendo (29 ottobre 1809) una tregua di 15 giorni al generale Drouet, che rifiuta ed anzi riprende le operazioni per la "pulizia" dei dintorni di lnnsbruck. Riacquistano, quindi, vigore, di fronte all’intransigenza del nemico, fra gli insorti i fautori della resistenza ad oltranza, fra i quali primeggiano Haspinger e Kolb, mossi soprattutto dal timore, d’altronde pienamente condiviso da Hofer, reso irresoluto solo dalle sofferenze del popolo, che stia per ricominciare l’implacabile persecuzione contro la religione.

Anche gli insorti comunque tentano operazioni militari, ma il 31 ottobre il generale Drouet riesce a cacciarli dal monte Isel, mentre gli eventi seguono la medesima china nelle altre parti della regione. Le truppe del generale Baraguey d’Hilliers conquistano Lienz e il 4 novembre, attraverso il valico di Dobbiaco, penetrano nella Val Pusteria. Il generale Vial, che ha l’incarico di occupare Bolzano, sostiene violenti combattimenti con i trentini a Segonzano il 2 e il 3 novembre. In coordinamento con le sue mosse deve agire il generale Pevri, il quale, muovendo da Belluno, il 1° novembre si porta ad Agordo, il 2 si scontra rudemente nei pressi dì Caprile con insorti bellunesi comandati da Francesco Dal Ponte e tenta invano di convincere alla resa gli abitanti di Andriaz. Può comunque proseguire la sua marcia ed il 3 novembre giunge ad Arabba e per il passo di Campolongo discende a Corvara e conquista Colfosco, Sant’Ulrìco, Santa Maria e Santa Cristina, ma poi, appreso che gli insorti si stanno radunando per cacciarlo, evita il combattimento e riprendere la marcia verso Bolzano, dove entra il 4 novembre.

A questo punto Hofer, vedendo il paese così dilaniato ed in gran parte invaso, cede alla compassione per il popolo, ed invia al generale Drouet una lettera, datata "4 novembre, alle ore 7,30 della sera", nella quale, ricordata la promessa del Viceré Eugenio di rinunciare a punire gli insorti che depongano le armi, non si vergogna di supplicare: "In conseguenza, l! sottoscritto prega umilmente Vostra Eccellenza di volere trattare il popolo con bontà e riguardo e dimenticare il passato. Il sottoscritto assicura Vostra Eccellenza che in tal caso nessun individuo delle sue truppe proverà il minimo fastidio".

"Frattanto per evitare ogni disordine sarà bene che sia ritardata l’avanzata delle truppe per qualche giorno, per dare il tempo alle nostre genti di ritirarsi nelle loro case". "Il sottoscritto raccomanda nuovamente a Vostra Eccellenza con le più umili preghiere il popolo; egli vi supplica dì dimenticare il passato e di risparmiare una popolazione infelice ed oppressa" (12).

Il generale Drouet prende spunto da questa lettera, con la quale Hofer chiede tutto per il popolo e nulla per sé, per emanare, dal suo quartiere generale di Innsbruck, uno dei soliti editti congegnati in maniera da renderne impossibile l’osservanza. Vi si legge difatti: "’Non essendovi pertanto più alcun pretesto di sollevazione, si fa noto che colui che 24 ore dopo la pubblicazione del presente decreto verrà preso con le armi alla mano sarà considerato come assassino e come tale sul fatto impiccato".

"Ogni giudice, podestà o qualsiasi altra autorità denuncerà subito al più vicino comando militare quel forestiere o quell’abitante che con le parole o con le azioni tentasse di stimolare nuovi torbidi. Ogni Comando militare, appena avrà ricevuto questo avviso, prenderà le necessarie misure per arrestare simile gente".

"Ogni villaggio, ogni Comune, ogni luogo nel quale verrà praticata qualsiasi sorta d’offesa o prepotenza verso i soldati o altre persone, verrà condannato ad una multa dì 1000 fiorini e in recidiva verrà bruciato il villaggio o il luogo ove fu commessa la prepotenza" (13).

Ancora il successivo 8 novembre Andreas Hofer, i cui emissari hanno avuto un incontro con il Viceré Eugenio, conferma, ricordando di essere stato a ciò sollecitato anche dal Vescovo di Bressanone, la necessità della resa in un proclama dato a Vipiteno, nel quale sì informa la popolazione della situazione militare e si aggiunge: "nessun uomo ragionevole lotterebbe contro il torrente. Rendiamoci naturalmente degni per mezzo della nostra rassegnazione alla volontà Divina, della protezione del Cielo, e col nostro fraterno amore e con la sottomissione che ci è imposta, della clemenza e della grazia di Napoleone" (14).

Intanto le trionfanti truppe franco-bavaresi penetrano in tutte le valli per disarmare le popolazioni e l’editto del generale Drouet fornisce il pretesto per la più crudele repressione. Le impiccagioni e le fucilazioni si susseguono; a Tione di Trento in una sola giornata sono fucilati 52 uomini. Fra le valli da "ripulire" vi è anche la Val Passiria, patria dì Hofer, che viene invasa da due partì; una colonna, al comando del generale Rusca, muove da Merano (14 novembre) ed un’altra, che dovrà varcare fl passo Giovo, da Vipiteno. Hofer, postosi alla testa di 1500 valligiani, ributta la colonna proveniente da Merano e, dopo tre giorni dì violenti combattimenti, la costringe ad abbandonare la città, che conosce così un’ultima fiammata di libertà, e a ritirarsi su Terlano.

Intanto (18 novembre) giunge a San Leonardo in Passiria la colonna proveniente da Vipiteno, che, dopo violentissimi combattimenti, riesce, a conquistare il paese, restandovi però rinchiusa, finché il 22 novembre, dopo un combattimento condotto casa per casa, viene distrutta o presa prigioniera.

La vittoria rincuora Andreas Hofer, che lancia da Sand un appello alle armi: "Miei cari fratelli, ecco un nuovo esempio della clemenza Divina; noi siamo attualmente in Passiria, ove possiamo agevolmente attendere il nemico che è in rotta. Abbiamo fatto circa un migliaio di prigionieri; così voi vedete, cari fratelli, che Dio ci ha scelti per il suo popolo preferito e ci incita a battere una nazione straniera, la più forte che è sulla terra. Noi ci batteremo come i cavalieri antichi e Dio e la nostra Santa Vergine ci daranno la loro benedizione; e dopo la guerra noi speriamo dì vivere tranquilli e non divisi dall’Imperatore d’Austria, che, senza dubbio, ridiventerà padrone del nostro paese. Soprattutto non perdete coraggio: truppe dalla Carinzia vengono in nostro soccorso"(15).

Il tono è diverso da quello della lettera del 4 novembre e del proclama del giorno 8, ma gli avvenimenti intercorsi, ancor prima della vittoria di Merano, hanno fatto comprendere ad Hofer che non vi è pietà per il popolo insorto. Del resto lo stesso Viceré Eugenio in una lettera del 19 novembre a Napoleone attribuisce la responsabilità dell’improvvisa resistenza della Val Passiria al generale Rusca, comandante della colonna dì Merano, "che già si è mostrato in questa spedizione troppo ardente e anche sconsiderato".(16)

Comunque si tratta degli ultimi bagliori, perché le truppe d’occupazione hanno forze soverchianti. Gli insorti riescono ancora a riconquistare la Pusteria e a circondare Brunico, ma il giorno li dicembre l’insurrezione è praticamente finita. Nepomuceno von Kolb, ex esattore delle imposte, che aveva guidato l’estremo tentativo in Pusteria, ripara in Austria, dove pure si ritirano Speckbacher e, attraverso la Svizzera, padre Gioacchìno Haspinger.

Vi sono sacche di resistenza, ma dell’opera di "polizia" viene incaricato il generale Broussier, noto per la sua crudeltà, il quale procede con spiegato rigore, facendo fucilare senza processo chiunque viene trovato in possesso di armi o sia comunque sospettato di essere un ribelle. Le esecuzioni vengono effettuate sulla piazza dei paesi o addirittura davanti alla casa dei condannati e i paesani e gli stessi familiari vengono costretti ad assistervi. Il vescovo di Klagenfurth, "reo" dì avere chiesto la liberazione di due parroci, imprigionati per "sobillazione", viene condannato a cinque anni di carcere e i due sacerdoti vengono, "naturalmente", fucilati (17).

Fin dal 2 dicembre Andreas Hofer sì tiene celato fra le sua montagne, rifiutando i salvacondotti che gli vengono offerti, anche da parte francese, per riparare in Austria. E lì, sulla montagna boscosa del Riffei, nella Pfandhütte, prima con la sola compagnia del suo giovane seguace Gaetano Sweth, poi con quella della moglie e del figlio Giovanni (le quattro figlie sono affidate ad un fedele amico di San Martino) trascorre il Natale del 1809 e rimane fino alla notte del 27 gennaio 1810, quando, a seguito della delazione di un traditore, certo Raffi, viene arrestato da una colonna composta da ben 1470 soldati guidati dal capitano Renouard.

Dopo una sosta a Merano i prigionieri vengono portati a Rovereto (1° febbraio) e di lì a Mantova, dove giungono il 5 e vengono rinchiusi nella fortezza, di cui è comandante il generale Bisson, che, all’inizio dell’insurrezione, si trovava nel Tirolo ed era stato costretto ad arrendersi agli insorti. A Mantova si celebra il processo-farsa, il cui esito è segnato, perché Napoleone, il giorno Il febbraio, appena appresa la notizia della caduta del capo tirolese, ha scritto al Viceré: "Figlio mio, vi avevo incaricato di fare venire Hofer a Parigi, ma dal momento che sì trova a Mantova, inviate l’ordine di formare una commissione militare sul campo per giudicarlo e fucilarlo sul posto dove arriverà il vostro ordine. Che tutto venga conchiuso in ventiquattro ore" (18).

Il 20 febbraio 1810 Andreas Hofer viene fucilato.

(1) ITALO CARACCIOLO, Andreas Hofer nell’insurrezione anti-bavarese del 1809, Zanichelli Bologna, 1927 p. 9.

(2) ibidem, p. 11.

(3) JOSEPH HIRN, Tirols Erhebung im Jahre 1809, Innsbruck 1909.

(4) LIEUTENANT MOREL, Etude sur l’insurrection du Tyrol en 1809, in ITALO CARACCJOLO, op. cit, p. 15.

(5) JOSEPH HIRN, op. cit

(6) ITALO CARACCIOLO, op. cit., pp. 47-48.

(7) Generale DERRECAGAIX, Nos campagnes au Tyrol, in ITALO CARACCJOLO, op. cit, p. 64.

(8) ITALO CARACCIOLO, op. cit., p. 101.

(9) È caratteristico di questi "ukase" delle truppe di occupazione la fissazione di termini così brevi da renderne praticamente impossibile anche ai più volonterosi, soprattutto tenendo conto delle difficoltà di comunicazione dell’epoca, l’osservanza. É evidente l’intenzione di costituirsi un pretesto legalitario a giustificazione della più rigorosa e, quasi sempre, crudele repressione.

(10) ITALO CARACCIOLO, op. cit, p. 146.

(11) ibidem, pp. 153-154.

(12) ibidem, p. 166.

(13) ibidem, pp. 167-168.

(14) ibidem, pp. 184-185.

(15) ibidem, p. 196.

(16) ibidem, pp. 193-194.

(17) A questo Broussier siamo debitori di una lettera, scritta il 19 dicembre 1809 da Lienz e diretta al generale Seras, dalla quale risulta con chiarezza di cosa erano resi capaci i Tirolesi e i Trentini dalla consapevolezza di combattere per la loro fede e il loro Paese.

"Che vergogna, mio caro Seras! C’e da morirne! Dei contadini hanno battuto e imprigionato dei tuoi e dei miei soldati! Ancora un poco e tutte le nostre divisioni passavano sotto le forche caudine. Qui ci sono solo coglioni e bestie. Cerca di avere dall’Imperatore un udienza particolare e torna subito alla divisione. Le si trattano graziosamente le nostre divisioni!.. Se n’erano formati dei piccoli reparti, una compagnia, due compagnie, un mezzo battaglione in villaggi a 4 o 5 leghe di distanza! Ecco le disposizioni! Era raro trovare un battaglione o due interi; cos’è successo? i Tirolesi, che l’hanno notato e che non ci vedono con favore, hanno cospirato. La mia divisione è stata attaccata lo stesso giorno e alla stessa ora in tutti i suoi dislocamenti dagli abitanti delle valli vicine che erano insorti. Tutto è stato interrotto, bloccato; una compagnia di scorridori dislocata a Villabassa, a cinque leghe da Sillian, è stata presa ed arrestata, un uomo alla volta, come se si avesse a che fare con la gendarmeria. Il battaglione di Sillian ha potuto riunirsi e ripiegare su Lienz, facendosi strada alla baionetta; cinque ufficiali e una trentina di soldati sono stati fatti prigionieri. A Brunico c’era un battaglione che è stato attaccato contemporaneamente agli altri, è rimasto a Brunico e vi si è difeso. A Bressanone il generale Moreau avevo due dei miei battaglioni e il 35° e vi è rimasto bloccato. Ci sono stati dei movimenti anche a Lienz, dove arrivava il 90° reggimento; era il primo del corrente mese; ecco qua per me e per te!

"C’e un certo Boré che ha capitolato con almeno 1300 uomini tutti in possesso delle armi che ha indegnamente deposto ai piedi dei briganti, i quali hanno rimandato i tuoi soldati prendendoli a calci nel culo e sputato addosso ad alcuni dei tuoi ufficiali Questi 1300 uomini erano tutti insieme e non avevano più cartucce; ma non gli restavano le loro baionette? Questi 1300 erano del 53° e del 13°"

"Che vergogna! Che vergogna, mio Dio! Non si ha il coraggio di pensarci! Cos’è che ha prodotto simili avvenimenti? Un terrore generale fra le nostre divisioni; ma un terrore che mi ha sorpreso e indignato. Figurati che uno squillo di campana spaventava quei bricconi più di tutti i cannoni di Wagram; l’epparizione di un vile contadino in giubbetta, con la sua carabina, più dei quadrati di Wagram! Figurati che è difficile fare passare loro questo terror panico e che non ci siamo qui che io e te capaci di farli rientrare in sé Non lo si può immaginare; non l’avrei creduto, se non l’avessi visto, ma è la verità, tale e quale. Ritorna, te lo consiglio".

"E quella bestia del tuo Moreau, che; con 3000 uomini e sei cannoni a Bre£sanone; si è lasciato bloccare da 1500 o 1600 briganti! E non ha anche tastato il terreno per finire come Boré? Diceva a Nagle, colonnello del 920, che fa eccezione alla regola, lui, "Ebbene colonnello, abbiamo solo sei cartucce a testa, cosa si può fare? Forse saremo costretti ad arrenderci". "Come" dice Nagle "Arrenderci!" Voi potete arrendervi; io non mi arrendo di certo. Ho due battaglioni e delle baionette; abbastanza per andare dove voglio’; Bressant, che si è pure condotto bene; e Nagle gli proponevano di attaccare; di disperdere tutte quelle canaglie che li circondavano e che si erano fatti portare dei violini per ballare. Ma quell’animale non ha voluto attaccare ed è rimasto nella sua tana come un timido coniglio; e chi l’ha sbloccato? Dei Dalmati e degli Italiani. Quando si apprendono cose simili non si vorrebbe crederci; fànno troppo male!"

"Ho appena rimandato nelle retrovie due dei miei capi di battaglione; Desvais dell’84° e Baurain del 9°, per essersi lasciati battere da dei contadini È più forte di me; non posso sopportare la vista di un uomo sconfitto dai contadini! Vi si abitueranno se non si dessero degli esempi. C’è molto da fare qui soprattutto fra i capi che avevano paura. E anche quante reputazioni usurpate! Quanti fifoni che passavano per dei Baiardi! Infine sono rimasti bloccati per 10 giorni i miei!

"Broussier passa poi a descrivere i provvedimenti militari e polizieschi che ha preso per porre rimedio a questo stato di cose e termina; ’in ogni luogo ho dato l’ordine di mettere a fianco di ogni sindaco e di ogni curato un sottufficiale con l’ordine di ucciderli al primo segno di attacco dei contadini o del villaggio di cui non avessero prevenuto il comandante; dell’ordine dato li ho fatti avvisare. Ecco il bel mestiere che faccio! È terribile essere costretti a questi estremi ma è necessario. Ora le strade sono libere. Io sono come il leone nel suo antro e come lui quando ne uscirò distruggerò i nemici di Sua Maestà".

(18) in ITALO CARACCIOLO, op. cit, p. 226.

SINTESI CRONOLOGICA DEGLI AVVENIMENTI IN TIROLO (1)

Agosto 1796, prima invasione francese. 115 settembre Napoleone Bonaparte entra in Trento con i generali Massena e Vaubois. Al Tonale è presente il caporale Andreas Hofer.

Novembre 1796, prima liberazione dei Tirolo con la cacciata dei francesi.

Gennaio 1797, seconda invasione francese con il generale Joubert.

Aprile 1797, seconda liberazione del Tirolo.

Gennaio 1801, terza invasione francese con il generale Macdonald.

Novembre 1695, quarta invasione francese con il Maresciallo Michel Ney e il colonnello Colbert.

Febbraio 1806, il Re di Baviera prende possesso dei principati di Trento e Bressanone.

Aprile 1809, quarta invasione francese con il generale Baraguy d’Hilliers a seguito dell’insurrezione popolare esplosa il 9 aprile in tutto il teritorio tirolese (2). Il 24 Hofer entra in Trento.

Maggio 1809, sesta invasione francese con il generale Rusca.

Luglio 1809, settima invasione francese.

Ottobre-novembre 1809, ottava ed ultima invasione francese.

Gennaio 1810, il 27 una colonna francese al comando del capitano Renouard s’impadronisce di Andreas Hofer rifugiatosi con la moglie in una baita fra le montagne della Val Passiria.

Febbraio 1810, trattato di Parigi tra Napoleone e il Re dì Baviera, in seguito al quale il Trentino, con Bolzano, viene unito al Regno d’Italia col nome di "Dipartimento dell’Alto Adige" (mentre la Baviera conserva il Tirolo del Nord). Il 20 febbraio Andreas Hofer viene fucilato a Mantova.

(1) Da L. Dal Ponte: "Uomini e genti trentine durante le invasioni napoleoniche"; Trento 1984

(2) Questa "invasione" e le successive costituiscono in realtà episodi della guerra conseguente all’insurrezione e gli interventi francesi sono determinati dalla incapacità delle truppe bavaresi di opporsi validamente agli insorti.

 


 
   

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