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Il grido silenzioso



 

Un Papa vero, non un vice
 di Vittorio Messori 

Le giornate di Colonia sembrano avere smentito alcune delle previsioni della vigilia e averne confermate altre.

A proposito di smentite, pensiamo a chi – e io, lo confesso, ero tra quelli – temeva che il nuovo papa avrebbe dato l’impressione di un sostituto un po’ impacciato, un vice chiamato a gestire un evento da lui non iniziato e, forse, neanche del tutto desiderato. Conoscevamo l’estraneità di Ratzinger ai raduni di massa, ai climi da stadio, ai clamori di un certo “cattolicesimo alla chitarra“. Un intellettuale postmoderno, formato in una cultura come quella di una Germania che ha inventato tutte le ideologie anticristiane ed è «ormai largamente paganizzata» (la definizione è sua), diffidente degli appelli al sentimento emotivo. Come pensarlo a suo agio nella pur allegra confusione di cori, bandiere, musiche, zaini e sacchi a pelo?

In realtà, Benedetto XVI sembra avere vinto, e bene, la sfida. Merito, ovviamente, di lui, che non ha perso occasione di ricordare il suo «venerato Predecessore», ma che non ha cercato di adeguarsi a quello stile unico, non si è sforzato di imitarne la forza espressiva, di raggiungerne il fascino istintivo. Ha avuto il coraggio di essere se stesso, con quel suo volto da fanciullo quasi ottantenne, la serietà diligente, la timidezza, i gesti trattenuti , la voce sommessa da conferenziere accademico, il sorriso leggero, non da show-man ma da padre cui il pudore impone di evitare gesti plateali. Proprio la venerazione per colui di cui è stato, per un quarto di secolo, il principale collaboratore, gli ha suggerito di presentarsi con l’umiltà e la sincerità che gli è consueta, senza artifici. I giovani lo hanno capito e apprezzato proprio per questo. Con una partecipazione entusiasta ma mai sopra le righe, gli hanno mostrato che volevano bene a Joseph quanto a Karol, che erano lì per guardarselo, acclamarlo, ascoltarlo, promettere di obbedire alle sue esortazioni pacate. E’ stato schivato il pericolo che, come altri, paventavo: lo straordinario fascino di Giovanni Paolo II, la sua santità manifesta non avrebbero portato a un eccesso di personalizzazione, non avrebbero legato a lui – e a lui soltanto – gli eventi ecclesiali di cui era stato il fiammeggiante protagonista? Colonia ha mostrato che, quale che sia il carisma del singolo papa, i giovani avvertono che ciò che davvero conta è il Cristo e la Chiesa, dei quali un uomo è, di volta in volta, il vicario e il capo. Diversità ma non discontinuità, dunque , tra Giovanni Paolo e Benedetto: la massa cosmopolita, testimone degli umori dell’intera Catholica lo ha colto. Ed è di buon auspicio per l’incipiente papato.

Per venire alle previsioni rispettate. Molti commenti ai discorsi a protestanti, ebrei, musulmani hanno estrapolato solo ciò che tollera il buonismo politically correct : dialogo, tolleranza, pace, fraternità universale, auspici edificanti. C’è stato anche questo, per carità. E solo chi era vittima di una caricatura malevola poteva pensare che Ratzinger non fosse uomo di dialogo e di ecumenismo. Due realtà da lui sempre praticate, ma nella consapevolezza che sono illusorie, se non menzognere, se alla fraternità non si associano la verità e la giustizia. Ai protestanti lo ha detto esplicitamente: «Non può esserci un dialogo a prezzo della verità». Della quale fa parte la sua certezza che solo «nella Chiesa cattolica sussiste quell’unità che Cristo ha voluto». Agli ebrei, quest’uomo che tante volte ha mostrato venerazione per la radice del cristianesimo, ha reso l’omaggio e i riconoscimenti dovuti, ma non ha presentato nuove scuse, non ha risposto a chi chiedeva ennesime inquisizioni su Pio XII, ha citato la cacciata da Colonia nel XV secolo ma anche «i periodi di buona convivenza», ha precisato che la «folle ideologia nazista» non era cristiana bensì «neopagana», ha ricordato che il dialogo «se vuole essere sincero, non deve passare sotto silenzio le differenze esistenti o minimizzarle», si è rifatto al Concilio ma ha citato pure Paolo, cioè colui che, per la tradizione israelitica, è l’ inviso apostata, il vero responsabile di tanti dolori. Quanto ai musulmani, valgano le battute iniziali del commento di Magdi Allam su questo giornale: «Finalmente un Papa che, al cospetto di una delegazione di musulmani, condanna il terrorismo di matrice islamica senza se e senza ma». E manca lo spazio per addentrarsi in altre precisazioni.

Qui, insomma, previsione rispettata: il già Prefetto dell’ex-Sant’Uffizio, si propone a ciascuno come un Padre accogliente e rispettoso ma, al contempo, consapevole di essere maestro e garante dell’ortodossia della fede. Questo è l’uomo che ha voluto che il catechismo diventasse un best seller: e non solo da vendere, ma da studiare, meglio se a memoria. Precisione, rigore, rifiuto di ogni cedimento al sentimento, al desiderio di piacere anche a costo della verità. E’ il segno di un governo mite eppure tenace, che intende far posto a tutti e a tutto, ma non all’errore.

(© Corriere della Sera, 22 agosto 2005)

 


 
   

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