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Il grido silenzioso



 

Critica della ragion pura e dura/2
 di Andreas Hofer

Il purismo è la tentazione di una ragione "pura e dura" ma di pessima qualità, sedotta dalle lusinghe delle teorie della cospirazione. Una fede che si fa schema ideologico, tuttavia, si condanna all'irrilevanza e spezza con violenza il legame vivente con la carità.

     Prosegue, all'ombra della Zona Tradizionalisticamente Autonoma di Radio Spada, la campagna avviata da Roberto Dal Bosco, incentrata sulla denuncia di una pretesa trahison des clercs pro-vie obnubilati da risorgenti democristianerie. Ha preso ormai forma un contraddittorio intessuto di argomenti speciosi e sibili avvelenati, con toni e accenti da psicodramma collettivo, assimilabile in tutto e per tutto a un'opera di "disinfestazione ideologica". Sempre più si palesa nella sua natura di "purga" questa querelle innervata di isterismo, che ha raggiunto picchi di crudeltà che poco hanno a che fare con lo spirito di carità e molto con lo zelo amaro.

     Non si contano più i comunicati e i contro-comunicati, si sprecano i passaggi di smentite parziali e contro-smentite altrettanto o ancor più parziali. Si riconosce, in questo un clima di veleni sostanziato da mezze parole, vaghi accenni, fatti riportati per sentito dire, il campionario di illazioni e depistaggi della macchina del fango. Non fa certo stupore il degradare nel cafonesco di una simile controversia, che finisce così per adottare gli stilemi propri di quel grillismo cui pure Dal Bosco ha riservato critiche roventi.

     Abbiamo già mostrato in precedenza, in due tornate, la capziosità degli argomenti messi in campo da R.D.B. nella sua tirata contro il "compromesso bioetico" ordito da biechi emissari neodemocristiani. Non avendo ricevuto alcuna risposta, pertanto, non ritorneremo su questo tema se non per una aggiungere una breve nota integrativa.

     La prima parte di questa "Critica della ragion pura e dura" ha cercato di rendere conto dell'inganno dialettico dello straw man argument (argomento dello «spaventapasseri» o dell'«uomo di paglia»), fulcro di tutta la strategia argomentativa di Dal Bosco. A ulteriore riprova della natura sofistica del "dibattito" ospitato da Radio Spada presentiamo altre fallacie logiche utilizzate dai detrattori di Agnoli, Puccetti e Carbone, ognuna con un suo preciso effetto.

- La fallacia dell'«avvelenamento del pozzo». Questo ragionamento consiste nel tentativo di screditare le affermazioni di una persona presentando informazioni (vere o false) a suo discredito. Si tratta di una estensione dell'argomento ad hominem che mira a investire tutto quel che dice una persona di una generale procedura di delegittimazione.

- La fallacia detta della «falsa pista» o della «cortina di fumo».
La «falsa pista» fa parte di quella famiglia di inferenze con le quali si effettua una diversione dal tema principale. Si serve di questa fallacia logica chi presenta un argomento irrilevante allo scopo di noyer le poisson, cioè per fuorviare l'attenzione dal problema originale. Questo argomento produce depistaggio.

     Ad esempio gli interventi dell'avvocato Elisabetta Frezza su Radio Spada uniscono tutte le fallacie logiche qui presentate (1). Nella sua breve replica all'articolato intervento di Agnoli, Frezza nell'eccepire non trova altro di meglio che negare la collaborazione di Puccetti coi Giuristi per la Vita ("avvelenamento del pozzo"). Nella sua controreplica, prima di essere smentita seccamente da un comunicato ufficiale rilasciato dal Presidente dell'associazione, l'avvocato Gianfranco Amato, Frezza non solo continua a focalizzarsi su questo argomento del tutto secondario, spostando così l'attenzione dalla questione centrale ("falsa pista"), ma attribuisce capziosamente a Puccetti, Agnoli e Carbone una «linea cripto abortista» ("straw man").

Purificare dalla cospirazione

     Una ricognizione sulla scarsa tenuta argomentativa del j'accuse di R.D.B. e sodali è certamente utile. Tuttavia, per comprendere da che sorgenti tragga alimento questa forma particolarmente virulenta di "cristianesimo ideologico" risulta assai più significativo soffermarsi sui collegamenti, certo non sporadici, tra cospirazionismo e purismo.

     Si prodiga infatti da tempo, il debunker vicentino, nel diffondere "sconvolgenti" rivelazioni. Di questa attività "demistificatrice" fa certo parte la denuncia di un oscuro progetto di ingegneria socio-politica che vede coinvolti, nella veste di congiurati, tanto il vescovato italiano quanto l'associazionismo "satellite", cattolico e paracattolico, associati da una comune finalità: coagulare una "massa critica" neodemocristiana, mobilitare un esercito elettorale di riserva a favore del NCD attraverso eventi-civetta come la Manif pour tous o le veglie delle Sentinelle in piedi. (v. Fallimento e morte apparente della massa neodemocristiana, 14/01/2014)

     In Dal Bosco il tema della cospirazione neodemocristiana è pressante e ossessivo. «Il cattolicesimo politico italiano attualmente è un blob perverso e financo assassino», confessa a PapalePapale. «Tutto questo - prosegue - va scrostato, lavato via per sempre. L’ambiente va purificato e disinfettato per poter ricostruirvi qualcosa di concreto, e sano. Ai poveri grillini che mi accusano di essere democristiano rispondo: io la Democrazia Cristiana la voglio distruggere. Voglio che sia terminato il lavoro, e che croste antiche come il NCD o l’UDC (il partito di Caltagirone e Khodorkovskij) siano spazzate via una volta per tutte». (I Catari al potere. A volte ritornano, e si dicono “grillini”. Un colloquio con Roberto Dal Bosco, 22/03/2014)

     Il «mostruoso fronte neodemocristiano», scrive rivolgendosi agli interlocutori prediletti, gli amici "catto-antagonisti" di Radio Spada, «è solo una delle tante gradazioni politiche della Cultura della Morte: tra i Radicali e i neo-DC, la differenza non è molta. I bambini muoiono in egual numero. I democristiani - ci ho messo anni a capirlo davvero! - sono i nostri grandi nemici. Più di Pannella, più del comunismo sovietico, più di Planned Parenthood». (Cultura della morte in Spagna e in Italia. Roberto Dal Bosco scrive a Radio Spada, 02/01/2014)

     Per dimostrare la reale consistenza del complotto Dal Bosco si cimenta in un parossistico esercizio di dietrologia col solito metodo inquisitorio della "colpa per associazione", interpretando gli elementi comuni, anche di minima entità, tra individui e associazioni come prova certa di una comune affiliazione (rimando, per una critica serrata di questo metodo dietrologico, a quanto scrive Fabrizio Cannone in Difendo la Manif, Campari & de Maistre, 20/01/2014). Inutile dire che la filippica inscenata su Radio Spada contro il "tradimento neodemocristiano" di Agnoli, Puccetti e Carbone si inserisce in questo disegno dietrologico.

     Come vedremo, non è casuale che una coscienza cospiratoria si vada ad insediare in anime sedotte dalla ragion "pura e dura".

Miseria del cospirazionismo

     Il complottismo non è un innocuo passatempo, un hobby intellettuale, una fissazione da eccentrici. È piuttosto un indicatore, il sintomo di una razionalità malsana, solipsistica, sconnessa dalla realtà. Esattamente qui si innesta la fascinazione per le teorie del complotto.

     Il cospirazionismo fa parte di quelle costellazioni mitologiche che hanno accompagnato gli stravolgimenti politico-sociali degli ultimi due secoli, alimentati dallo sgretolarsi del fondamento religioso del mondo. Gli elementi essenziali delle teorie cospiratorie sono strettamente accomunati a quelli delle grandi costruzioni ideologiche.

     Tanto le ideologie quanto le teorie del complotto sono figlie dell'orizzonte riduttivista tipico del moderno. Da qui il comune sguardo semplificatorio sulla realtà. Il cospirazionismo porta infatti da un lato a una sottovalutaziome della complessità delle dinamiche sociali e dei processi storici; dall'altro il "cospiratore di professione" professa una fede incrollabile in una nozione di causalità alquanto elementare ed esaustiva, mettendo in connessione due o più fatti sulla base di prove indiziarie (rapporto causa-effetto non dimostrabile con prove certe).

     L'idea base del cospirazionista è che le conseguenze delle azioni umane possano essere imputate in maniera lineare e univoca a determinate intenzioni. Lo schema cospirazionista di fatto non ammette effetti non voluti dell'azione sociale. Identifica il volere e il potere, assumendo che gli attori abbiano sulle loro azioni un controllo maggiore di quanto si verifica nella realtà. Come accade per il discorso ideologico, anche ogni speculazione complottistica si presenta sotto forma di teorie estremamente coerenti dal punto di vista logico, pressoché inconfutabili sul piano scientifico. La cifra dell’ideologia è di essere un “sistema chiuso” costruito in maniera tale da risultare impermeabile a ogni verifica empirica, perciò non confutabile. (2)

     Anche lo schema complottista è inconfutabile, dato che, per definizione, il complotto è ordito nel segreto. L'aura di segretezza è la chiave di volta che permette al cospirazionista di esimersi dal distinguere tra indizio e prova, tra ipotesi e tesi. Così lo schema cospiratorio trasforma ogni congettura in certezza, scaricando l'onere della prova su coloro che addita come membri del complotto.

     Ma c'è di più: «Per chi crede a un complotto, contestare l’esistenza del complotto è provare di far parte del complotto». (3) Chi contesta l’esistenza del complotto cosmico, le inaudite generalizzazioni o la sfacciata unilateralità dei giudizi rischia di vedersi accusare, nelle migliore delle ipotesi, di "asservimento" al principio maligno che ha architettato la congiura.

     Ciò mostra come il complottismo, nell'atto di sostituire al principio di realtà i propri artefatti mentali e dunque “costruire” il reale, sia necessariamente ideologico. Non è certo un caso che la retorica del complotto conosca le proprie maggiori fortune nel pieno dell'età illuministica, con la sua glorificazione della "Dea Ragione". È l'epoca in cui la ragione umana si dota di prerogative divine come l'onniscienza, la conoscenza del mondo che si estende a ogni aspetto del reale, senza distinzione di passato, presente o futuro. (4)

     A questa raison prevaricatrice si allaccia l'ideale utopico di un mondo totalmente razionale, in cui ogni evento è spiegabile attraverso una gabbia concettuale, uno schema preordinato. Non esiste evento che il complottista, convinto dell’esistenza di forze oscure quanto onnipotenti, in grado di muovere a piacimento tutte le leve della politica, non sia in grado di ricondurre allo schema di partenza (nel caso in questione, il complotto neodemocristiano).

     Tali teorie supportano fantasie di dominio, covano un'inconfessata volontà di potenza. Con l'ausilio di questi schemi interpretativi si nutre l'illusione di poter dominare rapporti che sfuggono al proprio controllo. È il sogno, ricorrente nella storia umana, di una padronanza assoluta di se stessi.

L'ideologia della purificazione

     La sindrome del complotto riconduce a una visione del mondo manichea, di stampo dualistico. È un'insidia sostanziale, questa, che non si può liquidare col sarcasmo. Si illude anche chi si picca di assimilarla, come sembra voler fare Stefano Andreozzi, a un contenzioso formale, come se fosse questione di disputare intorno a questioni lessicali. C'è ben di più in gioco che definizioni, classificazioni o etichette verbali.

     La falsa purezza è la tentazione dell'uomo che si crede angelo. Il purismo, osserva Jean Guitton, è la tentazione delle anime grandi, delle intelligenze elevate che rifuggono una vita intrisa di compromessi. (5)

     È la "via catara" (dal greco katharos, "puro") a rappresentare il paradigma storico di questo falso anelito alla purezza. La morale catara non conosceva che due limiti estremi: il puro assoluto o l'impuro radicale. O il tutto o il niente, coincidenza tra la luce più luminosa e la tenebra più accecante. Si poneva ora al di sotto, ora al di sopra della natura e della realtà.

     La metafisica del purismo è una metafisica della disincarnazione. Ha in orrore ogni graduazione, ogni composizione reale. Il purista non può tollerare di arrivare al bene per gradi, per tappe. Si agita in lui un assetato del bene assoluto: non considera il fatto, non vive che dell'ideale.

     Ogni "puro" anela inconfessatamente a raggiungere l’unità perfetta tra l’eterno e il tempo già qui sulla terra. Come se dicesse: "l’uomo non ha altro pane che quello terrestre", la terra non solo è tutto il suo pane ma anche la sua fame. Ma se è pur vero che per il vangelo l'uomo non vive di solo pane ciò, comunque, non vuol dire che non viva anche di pane.
     Perciò la fede cristiana è aliena al purismo. Il cristiano, quaggiù sulla terra, sa di dover convivere con un'intima lacerazione. Alberga in lui una ferita interiore, scavata dalla tensione tra il già e il non ancora, che non si asciugherà se non al momento del trapasso. L’uomo è quell'essere che si trova alla confluenza di due mondi: il mondo di quaggiù, con le sue brucianti contraddizioni (i “problemi maledetti” dell'esistenza umana: malattie, morte, sofferenza, dolore, ingiustizie), e un altro mondo di assoluta luce, amore, bellezza, giustizia. Il divario tra ciò che siamo e ciò che potremmo essere, lo scarto tra la sete di assoluto e le “bevande” terrene insufficienti a placarla scava questa ferita interiore.

     La tentazione più ovvia e naturale è allora quella della "via catara": voler già, in questo mondo, raschiar via quella ferita. Si cade nel purismo quando si pigia sull'acceleratore, facendosi consumare dall'impazienza.
     Ciò spiega perché ogni "partito di puri" sia fascinato dalla violenza e tentato dal fanatismo. La violenza, infatti, "taglia corto". Accorcia il tempo del dolore, rinserra la ferita. Ugualmente, anche il fanatico è un devoto dell'impazienza, divorato da uno slancio cieco, tormentato dall’urgenza bruciante di imprimere con violenza il proprio marchio alla realtà. (6)

     Solo l’homo patiens, in senso etimologico “colui che sopporta”, può essere un vero supporter “pro-life”. Poiché il ritmo di crescita della vita umana è l’esito di un lento e graduale processo gli uomini, come gli organismi viventi, crescono e maturano adagio, con lentezza. Pertanto l’homo patiens è il vero custode della vita che diviene. È colui che per amare e proteggere la vita crescente deve dotarsi della forza necessaria a reggere il páthos. Aver pazienza è prendersi cura del divenire alla maniera del contadino sollecito per il germoglio.

     Tipica del "puro", viceversa, è la coscienza scandalizzata, in stato permanente d'indignazione, così da rendere testimonianza di non essere preda del male. Ogni "partito di puri" adotta pertanto pratiche di "epurazione". Lo spirito di purezza contraddistingue una società di esistenze isolate, separate. Ciò che si reputa puro vive un'esistenza da soggetto assoluto (cioè isolato, ab-solutus), in stato di segregazione. Il "puro" si trasforma così in "epuratore", ha bisogno di separare da sé anche la minima traccia di male.

     Si staglia, in una simile fissazione per la purezza incorrotta, l'ombra di un ideologo della purificazione. Alligna un cuore di tenebra nella “ragion pura” che, ricorda Guitton, rassomiglia per più di un verso alla morte. La morte non riconduce forse l'essere alla sua essenza più pura? «Ogni morto è puro, spoglio da accidenti e tale infine da essere cambiato in se stesso». (7)
     Ogni rinascenza purista si abbevera alle fonti infette di un sortilegio che il Vangelo ha spezzato per sempre: la seduzione farisaica di una purezza che dà la morte anziché donare la vita.

Parole che uccidono

     Se il purismo è il cemento che salda la plot theory all'ideologia non stupisce certo che entrambe siano accomunate dal ricorso alla violenza verbale: una violenza immanente, intrinseca, che rivela la natura potenzialmente sterminatrice caratteristica di ogni ideologia.

     L’idea è questa: il mondo si muterebbe in paradiso se fosse rimosso un ostacolo. Esiste cioè una potenza malvagia che frena, un katéchon maligno che differisce l'instaurazione del paradiso sulla terra. Così, di norma, vengono presentati i cospiratori e ha trovato giustificazione la violenza di “sterminio” diretta alla “nientificazione” del nemico.

     Questo modo di percepire il conflitto spoglia il “nemico” della sua umanità e ne fa un simbolo astratto del male. È la disposizione interiore che ha trasformato gli uomini in demoni nel senso dostoevskiano del termine.

     Per il comunista icona del male è stato il «nemico del popolo», per il nazista l’«ebreo». Per l’omosessualista, che non è l’omosessuale tout court, l’«omofobo». Sempre l’annientamento simbolico dell’umanità del “nemico ideologico” ha preceduto il suo annientamento fisico. Ciò è sufficiente a capire che dietro ogni violenza verbale si profila, in agguato, la "parola che uccide". (8)

Ragion (cospiratoria) senza ragioni

     Il cospirazionismo è un sistema di immaginazione collettiva che si traduce nell'esaltazione della razionalità fino allo spregio della ragionevolezza. Ogni teoria del complotto, per dirla con Jean Baudrillard, è una figura dell'iperreale. Come in una fiction, essa dà luogo a una «iperrealtà», a una realtà simulata. Lo schema cospiratorio sovradimensiona, esasperandole parossisticamente, la logica, la coerenza e la causalità in misura infinitamente superiore alla realtà. Perciò, come accade per ogni forma di razionalismo, portare la razionalità all'estremo finisce per portare alla deriva della ragione, facendola precipitare nella palude dell'irrazionalità.

     Forse nessuno meglio di G.K. Chesterton, questo formidabile apostolo del common sense, ha saputo esemplificare la distinzione tra razionalità e ragionevolezza, mostrando come la prima, se sganciata dal principio di realtà, sia destinata a degenerare nel solipsismo per cadere infine nel delirio.

     In uno dei capitoli iniziali di Ortodossia Chesterton tratteggia in maniera mirabile una sorta di “fenomenologia della pazzia”. Il folle, dice, non è colui che ha perso la ragione. Al contrario, egli è «un ragionatore, spesso un ottimo ragionatore» le cui spiegazioni «sono sempre complete e spesso, un senso puramente razionale, esaurienti, o, per essere precisi, la spiegazione del pazzo, se non è conclusiva, per lo meno è tale che non ammette replica». Eppure sarebbe un errore dar credito a simili vaneggiamenti, poiché «la sua mente si muove in un cerchio perfetto ma ristretto. Un cerchio piccolo è infinito, come un cerchio grande; ma pur essendo egualmente infinito, non è egualmente grande. Allo stesso modo una spiegazione assurda è completa come una spiegazione giusta, ma non abbraccia un campo altrettanto vasto». Per questo il pazzo «non è già l’uomo che ha perduto la ragione, ma l’uomo che ha perduto tutto fuor che la ragione». Disputare con lui è improduttivo, anzi è assai probabile avere le peggio in una simile discussione, visto che «il suo cervello cercherà tutte le strade per non essere trattenuto da argomenti che lo condurrebbero ad un retto giudizio. Egli non è trattenuto dal senso del ridicolo o dal sentimento della carità o dalle mute certezze dell’esperienza».

     La ragion cospirazionista è una raison di pessima qualità, insuperbita e autosufficiente, pienamente organica a quella «ragione meramente e spietatamente calcolatrice» che nelle filosofie secolarizzate, ha osservato Michele Federico Sciacca, si è sostituita alla «saggezza», al «”volto pratico” dell’intelligenza, il cui segno è il limite». (9)

     L’eclissi del limite tende centrare ogni discorso umano su se stesso, consegnandolo a una ragione “razionalistica” e “raziocinante” senza altro riferimento esterno e oggettivo: «L’intelligenza — rileva sempre Sciacca — illumina e misura anche la ragione, ne segna il limite; la ragione è “razionale” e “ragionevole” quando non si pone essa stessa principio della verità e di ogni verità [...]; quando non nega il logos oggetto interiore dell’intelligenza, fondamento del pensare e del ragionare e perciò principio veritativo di tutte le verità». (10)

     Intelligenza, saggezza e ragionevolezza scaturiscono invece dall'alleanza tra la ragione e l'essere, dalla connessione tra ragione e realtà, È il buon senso, pertanto, il miglior presidio contro il surreale, l'antidoto capace di preservare la nostra percezione quotidiana dalle tentazioni cospirazioniste.

La fede dei demoni

     Surreale, nondimeno, è il cattolicesimo hardcore sbandierato da Dal Bosco e dai suoi "compagni di strada": un iper-cattolicesimo estremo, caricaturale, immaginario e libresco. Una maschera tanto rigida, ottusa e intransigente da rendersi, nella sua ostentata esibizione, odiosa a chiunque. L'enfatica accentuazione della propria militanza pro-life tradisce in egual misura il riferimento a un vessillo identitario più che a un vissuto strutturato e sperimentato nella quotidianità.

     Farebbero bene, i cultori di questo simulacro della pietà religiosa, a meditare le pagine vergate da Fabrice Hadjadj a proposito della «fede dei demoni». È in errore chi crede che i demoni siano miscredenti. Tutt'altro: la Lettera di Giacomo (2, 14-19) ci dice invece che anche i demoni credono, tremebondi, nell'esistenza dell'unico Dio. Ma credono di una fede assai particolare. La fede demoniaca è una fede senza fiducia, che non fa credito a Dio. «Si tratta - scrive Hadjadj - di una certezza speculativa, di un credere che ciò è vero senza che vi sia in gioco alcun abbandono alla parola altrui». (11)

     È una fede-sapere quella demoniaca, un possesso unicamente intellettuale o dottrinale, non un voler credere a o in Dio. Da questo punto di vista i demoni credono sì, ma senza amore. Una fede assoluta e perfetta, ma priva della carità che, sola, strappa dalla prigione dell'io. Difficile non vedere un'allusione a questa fides deformata nelle parole di papa Francesco, erede della grande tradizione gesuitica di discernimento degli spiriti, sulle insidie di un'eccessiva confidenza nella propria «sicurezza dottrinale».

     Ogni angelismo, fondandosi su schematismi e semplificazioni, si condanna all'irrilevanza e conduce a cadere in questa trappola infernale. La "ragion pura e dura" è una via impraticabile.

Aggiornamento (16 aprile 2014)

     Segnaliamo la critica di Patrizia Fermani: L'etica, la politica e la modesta proposta dell'aborto umanitario (15/04/2014). Anche Fermani ritorna sull'intervento di Puccetti e Carbone solo per cadere, sotto il profilo argomentativo, nella più classica petitio principi, il tipico ragionamento circolare con cui si dà per presupposto quanto occorre dimostrare.

     Fermani denuncia un inesistente pragmatismo e attribuisce ai due questa tesi: è «vano sperare nella abolizione della legge 194»; pertanto «se la legge non può essere abolita, tanto vale rinunciare ad una battaglia persa. Bisogna mettere da parte i principi, e muoversi nello spazio che la stessa legge 194 ci concede, utilizzando gli strumenti che essa mette a disposizione».

     Ma basta andare a prendere visione dell'articolo di Puccetti e Carbone per leggere: «Certamente la soluzione capitale, cioè l’abrogazione totale della legge 194, è il nostro obiettivo». Non è, perciò, questione di stralciare l'obiettivo principale, ma di aggiungerne altri, subordinati al primo. Ancora una volta, non c'è alcuna contraddizione. Combattere delle battaglie con la "b" minuscola non comporta certo rinunciare alla vittoria nella Battaglia con la "b" maiuscola. Sarebbe come dire che vincere delle battaglie locali è ininfluente ai fini della vittoria finale della guerra.
     È un giudizio che non si differenzia da quello tenuto da Mario Palmaro, sempre molto attento a distinguere la sua posizione da quella, equivoca, cosiddetta «neo pro life». Per il neo pro life la 194/78 è una legge "tradita", male interpretata e peggio applicata. Tuttavia, se paragonata ad altre, la 194 è relativamente una "buona legge". Occorre dunque, secondo questa prospettiva, applicarla integralmente nelle sue parti "buone", di prevenzione. Palmaro, com'è noto, rigettava questa lettura che «abbandona il principio secondo cui la legge non deve mai portare all'uccisione diretta dell'innocente» ma nondimeno ammetteva pacificamente che «se le circostanze non permettono l'abolizione [della legge abortista], in questo caso si può tentare almeno di introdurre emendamenti migliorativi (cioè restrittivi); e se le condizioni oggettivamente non permettono alcuna modifica migliorativa, quanto meno evitare che essa venga peggiorata». (12)

     Ritorna, anche nel post di Fermani, la logica manichea del tutto o niente. O il trionfo radicale o il nulla. Non è contemplato battersi per ottenere delle vittorie parziali. Fermani cade sempre nel medesimo equivoco: confondere la legge della gradualità con la gradualità della legge. Non si tratta di abbandonare la lotta contro la legge 194 per diventare abortisti moderati, con misura, come scrive Fermani, ma di dare una misura - ovvero un limite - all'aborto su misura, esigibile incondizionatamente dalla volontà privata.

     Si vede, una volta di più, come una simile mentalità si fondi sull'irrealismo. Rifiutando qualsiasi considerazione sulle forze da mettere in campo si condanna così all'immobilismo, all'inefficacia e all'irrilevanza. Il purismo, rigettando in nome dell'ideale qualsiasi opposizione reale al male, si rivela una tigre di carta votandosi all'inconsistenza. È, anzi, funzionale al male che vorrebbe combattere solo a parole («L'ottimo è nemico del bene») quando concentra le proprie energie nel contrastare ogni katéchon, ostacolando ogni tentativo - per quanto mediocre, insufficiente, imperfetto e perfettibile, ma pur sempre reale - di arginare il dilagare dell'iniquità.

Aggiornamento n. 2 (18 giugno 2014)

     C'è una new entry nel club degli "Amici dello Straw Man". Si tratta del professor Roberto de Mattei, esponente di spicco del dissenso tradizionalista in prima linea nella contestazione sotterranea dell'«ermeneutica della continuità» del Concilio Vaticano II.
     In una lettera aperta indirizzata al "Foglio" de Mattei prende di mira Francesco Agnoli accumulando una serie di pedanti puntualizzazioni a carico del suo articolo Elenco ragionato dei motivi per fare un nuovo Family Day: gender, legge 40, matrimonio breve ("Il Foglio", 05/06/14).
     Passare al vaglio la correttezza e la validità delle argomentazioni utilizzare da de Mattei richiede di muoversi su un terreno oggettivo. Pertanto si rende prima necessaria la sintesi delle tesi formulate da Agnoli nella rubrica del "Foglio":

a. giudizio di fatto: esiste un attacco pressante, generalizzato e devastante alla famiglia.

b. giudizio di valore: occorre imbastire una strategia che preveda una reazione in campo

- religioso (Familiy Day)

- politico (sollecitare e sostenere l'opposizione parlamentare ai vari DDL anti-famiglia)

- culturale (Sentinelle in piedi, Manif pour tous, Marcia per la vita).

c. indicazione di metodo: occorre evitare la confusione tra questi tre ambiti rivelatasi rovinosa in passato (collateralismo democristiano).

     Ricapitolando: Agnoli sostiene la necessità di operare tanto "dall'alto" (religione e politica), tanto con una mobilitazione "dal basso" (cultura), evitando al contempo una nuova riproposizione, quasi in una versione 2.0, del collateralismo democristiano.

    La "garbata critica" del prof. de Mattei accoglie in pieno il punto a. Sullo stato di fatto - la massiccia offensiva anti-famiglia in atto - è quasi impossibile non concordare.

    Tuttavia nel soffermarsi sul punto b de Mattei mutila incomprensibilmente l'intervento di Agnoli ricordandogli, non senza una punta di saccenteria, che «non è dall’alto, attraverso negoziazioni politiche o ecclesiastiche, che si può costruire qualcosa di solido in difesa della vita e della famiglia, ma solo dal basso, con l’aiuto di quella miriade di gruppi e di associazioni, non censiti, ignorati dai media, che però esistono e formano un blocco coeso».

    De Mattei eccepisce pertanto ad Agnoli la volontà di costruire solo "dall'alto" attraverso negoziazioni dal sentore neodemocristiano. Peccato che Agnoli non avesse scritto nulla del genere. L'articolo di Agnoli, lo ricordiamo di nuovo, non solo rigetta ogni riedizione del vecchio collateralismo democristiano ma ricorda che ognuno, si trovi in "basso" o in "alto", deve assumersi le proprie responsabilità e alzare il vessillo della vita. Una via non esclude l'altra. Il fuorviante intervento di de Mattei tradisce dunque un intento di delegittimazione che allude forse - secondo un tatticismo ispirato da logiche di fazione - alla volontà di affermare la propria personale leadership all'interno del mondo pro-life.

    Vale la pena, in conclusione, osservare come lo sterile polemismo di de Mattei - prontamente rilanciato in rete da uno stuolo di spalleggiatori compiacenti - abbia conferito rinnovato impulso anche al solito duo Dal Bosco-Frezza. Sul sito Effedieffe on line i due si sono nuovamente sbizzarriti producendo l'ennesimo articolo grondante veleno e rara violenza verbale. È scontata la presa d'atto: si tratta, va da sé, di uno scritto imbastito - a cominciare dalla più classica reductio ad hitlerum («Verso l’eugenetica nazi-democristiana») proposta fin dalla fase di titolazione - col consueto metodo della collezione di fallacie argomentative già ampiamente confutato in questa sede. Ha facile gioco Agnoli nel ribadire la legittimità morale, nelle condizioni date, della limitazione del danno (cfr. Eugenia Roccella e il suo tentativo di legiferare sull’eterologa, Liberta e Persona, 20 giugno 2014). Una opzione avallata dal magistero ecclesiale ma rigettata dal privato magistero di Dal Bosco e Frezza. La negazione pratica del magistero sociale della Chiesa rende perciò quanto mai risibile il loro auspicio, puramente velleitario, di un nuovo intransigentismo cattolico. 

Note

(1) Va segnalata anche la macchinosa replica di Massimo Micaletti, che ci pare ugualmente venata di ideologismo tanto nell'incapacità di distinguere tra la semplice diversificazione tattica e il cedimento strategico quanto nella preoccupazione di tenere assieme, senza inimicarsele troppo, sia l'ala dei "puri e duri" che quella dei meno "intransigenti".
     Ne esce fuori quindi una sorta di riedizione "demo-tradizionalista" della storica "doppiezza" comunista. La linea politica del Partito comunista, com'è noto, si ispirava al principio di non di avere "nemici a sinistra". Il PCI, fedele alla dialettica marxiana, manteneva perciò un duplice standard etico rispetto al sovversivismo rivoluzionario. Da una parte disapprovava radicalmente il metodo violento della protesta. Dall'altra era disposto, anche con riluttanza, a riconoscerne le ragioni. Così si prendevano le distanze sia dai critici di quella forma di lotta, sia da coloro che la praticavano.
     La stessa dialettica del "doppio binario" è adottata da Micaletti: disapprovazione della virulenza verbale, presa di distanza dalle calunnie e dalle ingiurie del troppo "sovversivo" Dal Bosco; ma anche condivisione, nella sostanza, della sua critica ai cedimenti "compromissori" della "troika" nei confronti dell'abortismo umanitario. In fondo cosa rimprovera Micaletti a R.D.B. se non di aver scarsamente o per nulla omaggiato il bon ton, di aver peccato contro la moderazione e la decenza?
     Una replica equivoca, quindi, che si occupa primariamente di pareggiare torti e ragioni, relativizzando i mali e confondendoli coi beni, eppure pienamente esemplificativa della forma mentis del "purista". Cosa dice Micaletti, se non che, in ossequio al principio similes cum similibus, i "puri e duri" devono far lega solo coi propri simili?

(2) Cfr. Emanuele Samek Lodovici, Metamorfosi della gnosi, Ares, Milano 1991, pp. 61-62. Si pensi solo alle argomentazioni tautologiche degli ideologi comunisti, forgiate in modo da risultare impermeabili a qualsiasi smentita e denunciate da Igor Safarevic nella sua disamina su Il socialismo come fenomeno storico mondiale (Effedieffe, Milano 1999). Quando la critica investiva la dottrina comunista in quanto tale, per mostrarne l’intrinseca falsità dei princìpi, la replica si concentrava sul tentativo di rammentare la distanza tra la dottrina e la prassi concreta, tra la teoria e le sue concrete applicazioni, diverse quanti diversi sono i contesti storici, sociali e culturali in cui esse andavano calate. Se, al contrario, sotto accusa era la prassi disumana invalsa nei paesi del socialismo reale, la risposta si preoccupava di attribuire questi esiti rovinosi al “tradimento” della ”vera” dottrina marxista.

(3) Pierre-André Taguieff, L’imaginaire du complot mondiale, Mille et une nuits, Paris 2006, p. 45.

(4) Su questi e altri aspetti delle teorie del complotto si possono vedere Zeffiro Ciuffoletti, Retorica del complotto, Il Saggiatore, Milano 1993; Dieter Groh, La seduzione delle teorie cospiratorie ovvero "why do bad things happen to good people?", in «Comunità», n. 193-194, marzo 1992, pp. 1-32; Guido Brescia, La teoria del complotto, Biblioteca Albatros, Milano 2006.

(5) Cfr. Jean Guitton, Il puro e l'impuro, trad. it., Piemme, Casale Monferrato 1993.

(6) Cade nel fanatismo, scrive Robert Spaemann, «colui che tiene per certo che il senso può essere soltanto qualcosa da lui posto e realizzato. Se prende atto del fatto che chi agisce è sottomesso al potere superiore del destino, il fanatico si rifiuta però di accettarlo. Vuole cambiare le condizioni entro cui agisce o perire. [...] Non è disposto a tollerare la sua impotenza di fronte all’ingiustizia che gli è toccata e dà fuoco a tutto il mondo perché il diritto sia ricostituito» (R. Spaemann, Concetti morali fondamentali, trad. it., Piemme, Casale Monferrato 1993, p. 119).

(7) J. Guitton, Op. cit., p. 57.

(8) Cfr. Francesco, Angelus, 16 febbraio 2014; Le parole che uccidono, in «L'Osservatore romano», 17 febbraio 2014.

(9) Michele Federico Sciacca, L’oscuramento dell’intelligenza, Marzorati, Milano 1972, p. 20.

(10) Ivi, pp. 29-30.

(11) Fabrice Hadjadj, La fede dei demoni, trad. it., Marietti, Genova-Milano 2010, p. 60.

(12) Mario Palmaro, Aborto & 194. Fenomenologia di una legge ingiusta, Sugarco, Milano 2008, p. 79.

 

 


 
   

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