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Il grido silenzioso



 

Wotan o Cristo? Una risposta a Roberto Dal Bosco
 di Andreas Hofer

La scrittura come prosecuzione del linciaggio con altri mezzi. È il vezzo narcisistico di polemisti “puri e duri” che usano brandire la penna come arma contundente per accendere polemiche pretestuose, alimentare sospetti velenosi, esasperare divisioni laceranti. Una tattica frazionistica scriteriata e suicida, utile solo a indebolire e portare ad esaurimento energie cruciali per le sfide epocali della biopolitica.

    Ripenso, nel leggere l'infuocata missiva di Roberto Dal Bosco a Radio Spada, a quanto scrive Sigmund Freud sul “narcisismo delle piccole differenze”, il fenomeno che porta comunità limitrofe e tra loro affini a osteggiarsi e schernirsi a vicenda, sovraccaricando di significato i più minuscoli segni distintivi per affermare la propria irriducibile unicità. Facile intuire i risvolti antisociali di questa egolatrica volontà di autoaffermazione che gioca sulle “piccole differenze” dilatandole arbitrariamente, promuove l'innesco di spirali di conflittualità, porta all'odio e al reciproco disprezzo.

    Non trovo altra spiegazione plausibile per la virulenza della polemica ingaggiata dall'autore di Incubo a 5 Stelle con professionisti competenti e preparati come il medico Renzo Puccetti e padre Giorgio Maria Carbone O.P., stimati e apprezzati per la loro sincera e instancabile dedizione alla causa pro-life, oltre che per articoli e libri fondamentali come, solo per citare i titoli più noti, L’uomo indesiderato (SEF, 2008), Pillole che uccidono (ESD, 2012), I veleni della contraccezione (ESD, 2013), L'embrione umano: qualcosa o qualcuno? (ESD, 2014).

    Le “colpe” del duo, affastellate confusamente da Dal Bosco in uno scritto dall’eloquio logorroico, si addensano nella stesura di un articolo dal sapore programmatico, una sorta di manifesto strategico apparso col titolo Mondo pro-vita: punti fermi e strategie chiare sul quotidiano on line La Nuova Bussola Quotidiana (NBQ). Dal Bosco si scaglia contro chi, a suo dire, patrocina surrettiziamente lo sdoganamento della legge 194 ventilando una scandalosa ipotesi: l'appeasement con la cultura di morte. Un orrendo ossimoro, l'«aborto pro-life», che ha quindi tutti i crismi del tradimento.

    Ma che hanno detto di tanto scandaloso il frate e il dottore? Di quale sciagurata sconcezza si son fatti latori? Vediamolo in breve.

    Nel loro intervento, che riprende le categorie adottate da Luigi Lombardi Vallauri in Abortismo libertario e sadismo (Scotti Camuzzi, Milano 1976), Puccetti e Carbone si soffermano con particolare attenzione su due tipologie di aborto-ideologia:

    a) l’abortismo "libertario", che afferma l’assoluta indifferenza, sul piano morale, dell’interruzione della gravidanza e contempla un accesso incondizionato all’aborto sulla base della semplice manifestazione della volontà individuale (l’aborto come “diritto umano”). L'aborto è ammesso sempre a discrezione della donna senza alcun controllo da parte di terzi, senza alcuna sanzione o attività di prevenzione;

    b) l’abortismo "umanitario", che concede invece un accesso condizionato all’aborto. Secondo questa seconda forma di abortismo la soppressione del nascituro è un male, un male psicologico, sociale, forse anche morale. Però è un “male necessario” (l’aborto come “extrema ratio”), tollerabile solo in alcuni casi particolarmente drammatici di grave minaccia alla salute psico-fisica della madre, di indigenza estrema, di probabili malformazioni del nascituro. Esige almeno, in linea teorica, un controllo dall’esterno che assicuri il “rispetto delle regole”, con la forza pubblica pronta a sanzionare e punire chi le infrange. Non è tutto: la tendenza delle istituzioni pubbliche, nella logica dell’abortismo “umanitario”, dovrebbe condurre a prevenire l’aborto rimuovendone le cause sociali con politiche di sostegno alle maternità “a rischio”, favorendo se occorre l’adozione del bambino, e via dicendo.

    La legge 194, fanno osservare Puccetti e Carbone, rappresenta una sorta di ibrido giuridico contraddistinto dalla simultanea presenza di entrambe le componenti, la “umanitaria” e la “libertaria”. È bene specificare anzitutto che le espressioni “abortismo umanitario” e “abortismo libertario” vanno considerate alla stregua di una griglia interpretativa. Si tratta di categorie analitiche utili a descrivere e comprendere la logica interna dell'ideologia abortista ma che, in quanto tali, non veicolano alcun un giudizio di valore (il giudizio morale negativo sull’abortismo è a monte e costantemente riaffermato dai due).

    In sintesi: l’articolo della NBQ, ribadita l’intrinseca immoralità dell’aborto procurato ma constatata l’impossibilità pratica, allo stato attuale, di coagulare un consenso sufficiente allo stralcio integrale della 194 (dichiarato obiettivo strategico dei pro-life) si limita ad indicare, come tattica concretamente praticabile, due compiti del movimento pro vita: a) una attività di contrasto (pars destruens) senza “se e senza ma” all’aborto libertario, quello cioè esigibile incondizionatamente “sempre e comunque”.
     A questa attività di contenimento e resistenza si affianca b) una politica dei “piccoli passi” (pars construens) volta a far leva sulla residua componente “umanitaria”. Si tratta quindi di sostenere tutto ciò che, di fatto, ponendosi come alternativa all’infernale macchina abortiva, contribuisce a salvare vite. Non basta opporsi, occorre anche favorire incondizionatamente la nascita del concepito, ogni forma di solidarietà con lui e i genitori da parte della società civile, i singoli e le istituzioni.

    Un'unica agenda che si dispiega lungo due direttrici: una negativa, l'altra positiva. È la summa di quel che sempre Lombardi Vallauri definisce “antiabortismo umanitario”, che non ammette l'aborto in alcun caso ed esige una qualche forma di sanzione, in forma variamente graduata, per tutti i casi di aborto volontario, ma che deve, per esigenze minime di coerenza, anche operare per un'attività di prevenzione e facilitare in maniera fattiva l'orientamento solidale di tutta la comunità.

    All’atto pratico questa agenda può voler dire, tra le altre cose, contrastare la domiciliazione dell’aborto prodotta dalla diffusione della pillola abortiva ma anche battersi, al contempo, per ottenere l'accesso dei volontari pro-life nelle cliniche, chiedere la concessione di servizi e sussidi alle madri tentate dall’aborto per mancanza di mezzi economici, e così via.

    Si tratta, come è evidente, di un’ottica della limitazione del danno imposta non dall’ignavia ma da un sano realismo, che non equivale in alcun modo, come afferma invece la denuncia urlata di Dal Bosco, a una giustificazione teorica dell’aborto diretto e ancor meno veicola un endorsement della legge 194.
    Puccetti e Carbone ribadiscono usque ad nauseam che «non esistono parti buone in una legge abortista, ma esistono parti che opportunamente interpretate consentono di ostacolare la più micidiale macchina di sterminio nella storia dell’umanità. Anche un solo granello di sabbia messo negli ingranaggi della macchina abortista, significa salvare vite umane». Allo stesso modo è da escludere che i due, avendo ribadito la natura "guerreggiante" della causa antiabortista, vogliano alludere a una qualche forma di ralliement del movimento pro-life all'interno di un ordinamento giuridico che prevede l'aborto legale.

    Argomentazioni troppo sottili e complesse, distinguo troppo sofisticati si dirà. Non c’è motivo di negarlo. Tuttavia nemmeno si può negare che le considerazioni di Puccetti-Carbone si iscrivano in un orizzonte che è e rimane integralmente antiabortista, perfettamente compatibili con le indicazioni del magistero ecclesiastico.

    La Congregazione per la Dottrina della fede ricorda infatti, nella Dichiarazione sull'aborto procurato (1974), il «dovere di promuovere una riforma della società e delle condizioni di vita in tutti gli ambienti - a cominciare da quelli meno favoriti - affinché sia resa possibile, sempre e dappertutto, ad ogni bambino che viene in questo mondo un’accoglienza degna dell’uomo. Sussidi alle famiglie ed alle madri nubili, aiuti destinati ai bambini, statuto per i figli naturali e conveniente regolazione dell’adozione: è tutta una politica positiva, questa, da promuovere, perché si abbia sempre un’alternativa concretamente possibile ed onorevole all’aborto» (n. 23).

    Nella Evangelium vitae (n. 73) si legge che «quando non fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista, un parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all'aborto fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica. Così facendo, infatti, non si attua una collaborazione illecita a una legge ingiusta; piuttosto si compie un legittimo e doveroso tentativo di limitarne gli aspetti iniqui».

    Sottigliezze, forse, che ad ogni modo non giustificano reazioni scriteriate come quella di Dal Bosco che, dopo aver liquidato come «idiozia contraddittoria» l’articolo della NBQ, con la consueta pacatezza arriva ad apostrofare con epiteti ingiuriosi e infamanti Puccetti e Carbone accusandoli, al culmine di una escalation di violenza verbale che si commenta da sé, di «apologia di strage» per la loro «difesa della 194».

    Ormai preda di un furore incontrollato, Dal Bosco fa strame di ogni remora passando a tacciare i due di essere «apologeti del Male» che «inneggiano all’omicidio», «filosofi dell’assassinio umanitario», «propalatori del genocidio umanitario», «ridicoli e letteralmente vicini al versante della blasfemia», «giustificatori» di una «mascherata» atta a dissimulare la «natura infernale» della legge abortista, subdoli propiziatori di una «OPA morale dell’abortismo su quella parte del mondo pro-life che mai si è voluto piegare al compromesso». In questo senso, prosegue senza freni l’invettiva rovente di Dal Bosco, «l’operazione tentata dal duo è mostruosamente più pericolosa di qualsiasi attività svolta dai Radicali, in quanto questi ultimi sulla loro natura non mentono, non confondono le acque, soprattutto non possono parlare dall’interno del mondo cattolico e pro-life».
     Scade nel ridicolo, la requisitoria di Dal Bosco, quando si spinge a squalificare persino santi e dottori della Chiesa come sant’Alfonso Maria De Liguori e il Doctor communis san Tommaso d’Aquino.

    In ogni forma di terrorismo intellettuale, sottolinea Jean Sévillia, le circostanze variano, ma il procedimento rimane il medesimo. Consiste innanzitutto nell’imprimere nell’immaginario collettivo un archetipo del male. Occorre dar vita a una “figura funesta” dal senso indefinito, dai contorni alquanto vaghi, elastici («fascista», «capitalista», «razzista», «reazionario», «omofobo»). In seguito, la tecnica abituale conduce ad assimilare l‘avversario a questo archetipo del male. «L’accusa – scrive Sévillia – può essere esplicita o essere mossa con insinuazioni, spalancando la porta a un processo alle intenzioni: ogni oppositore può essere attaccato non sulla base di quel che pensa, ma sui pensieri che gli si attribuiscono. Il manicheismo ha delle conseguenze vincolanti, si fonda in ultima istanza su un’altra logica: la demonizzazione. Non è questione di discutere per convincere: si tratta di intimidire, di colpevolizzare, di squalificare». (Jean Sévillia, Le terrorisme intellectuel de 1945 à nos jours, Perrin, Paris 2000, p. 10)

    Non solo prende le mosse, l'intemerata, da un equivoco che ruota tutto intorno a un’espressione («abortismo umanitario») di cui Dal Bosco, ignorandone origini e valenza, finisce per stravolgere il significato. Di più: credendo di poterla agevolmente affossare ricorre alla più classica delle fallacie logiche: l’argomento ad hominem. Dal Bosco sferra così un violentissimo attacco personale a colui che l’ha coniata, Luigi Lombardi Vallauri, rovesciando addosso al malcapitato il solito campionario di invettive («blasfemo vero», «pazzo», «apostata», «eretico», «nemico della Chiesa», «traditore»). Col risultato di imbattersi, anche in questo frangente, in un colossale travisamento.

    È vero: Luigi Lombardi Vallauri si è reso protagonista di una clamorosa apostasia, esito di una svolta in senso gnostico della sua riflessione palesatasi in pienezza nel libro Nera luce (sulla vicenda si è dilungato Roberto Bagnulo nel libro Pensieri di un eretico, pensieri di un cristiano. Una risposta a Lombardi Vallauri, Clinamen, 2000).

    Fin qui Dal Bosco ha gioco facile. Se non fosse che il Nostro ignora una parte sostanziosa della biografia dell’autore di Terre. Sì, perché nella prima parte della sua carriera accademica Lombardi Vallauri è stato un valoroso pro-life. Fu per sua iniziativa che nacque nel 1975, a Firenze, il primo Cav italiano. Il saggio Abortismo libertario e sadismo, una serrata indagine filosofico-giuridica sulle origini intellettuali e le aporie delle tesi abortiste, costituisce un esempio di questa sua militanza della “prima ora”.

    In questo breve ma denso trattato Lombardi Vallauri si premura di mostrare, nel corso di una disamina critica dell’ideologia abortista che ancor oggi fa scuola, l’impianto nichilista, le intrinseche contraddizioni, le assurdità teoretiche e pratiche degli abortisti, la loro sudditanza, con tanto di inevitabile trasbordo ideologico, verso posizioni sempre più "libertarie". Ulteriori testimonianze del genuino impegno a favore della vita del primo Lombardi Vallauri si trovano in Terre, il Corso di filosofia del diritto, lo studio su Amicizia, carità e diritto, i numerosi articoli apparsi su «Studi cattolici». C'è stato un tempo, insomma, in cui da Luigi Lombardi Vallauri i cattolici hanno potuto apprendere molto.

    Insegna, a questo proposito, l'esempio di Mario Palmaro, lo scrittore recentemente scomparso certo non accusabile di inconfessabili complicità. Anche Palmaro si è servito del libro di Lombardi Vallauri in uno dei suoi primi lavori, Ma questo è un uomo (San Paolo, 1996). L’intero terzo capitolo del libro («L'abortismo») è in gran parte una riproposizione di quanto scritto in Abortismo libertario e sadismo. Lo ha forse portato questo a condividere o avallare i voltafaccia successivi del proprio ispiratore? Scherano di Erode anche Mario Palmaro? Se accogliessimo la logica fallace del “metodo Dal Bosco” dovremmo concludere che sì, anche lui deve essere arruolato d’ufficio nel drappello degli infami “traditori” della causa pro-life.

    Non è nuovo, il vicentino, a seriali esercizi di character assassination, attività in cui si è impratichito stilando liste di proscrizione ad uso e consumo del proprio salottino virtuale. Nella tagliola dialettica di Dal Bosco è già incorsa, ricordiamo, una lunga lista di impresentabili “collaborazionisti” “oggettivamente collusi” con le oscure forze della dissoluzione. Un elenco che spazia, di cospirazione in cospirazione, da Franco Cardini a Luca Volonté. Ripugna a Dal Bosco anche papa Bergoglio, additato come pericolosa “quinta colonna” del mondo omosex in un articolo pubblicato su Riscossa Cristiana a firma di uno sconosciuto "Bob De Silva", ma a lui facilmente riconducibile (si tratta, chiaramente, di un improbabile pseudonimo che unisce "Bob", diminutivo di Robert (Roberto), e "De Silva", "Dal Bosco" in latino).

    Così facendo Dal Bosco dilapida il suo indubbio talento e si iscrive a quella schiera di scadenti polemisti dalla retorica roboante e villana, insultante e astiosa, caratterizzata dall’argomentare rozzo e dal fraintendimento sistematico delle ragioni altrui. Scrittori, sotto questo aspetto, sterili, vuoti e decadenti, che si avvalgono della parola scritta come strumento di terrore degradandola ad arma contundente al servizio delle proprie personalissime “crociate”. La scrittura, in buona sostanza, come prosecuzione del linciaggio con altri mezzi. Sempre la penna, una volta caduta nelle mani di irrequieti privi di profondità, si tramuta in clava verbale buona solo ad assalire selvaggiamente, azzerare senza pietà, annientare moralmente i nemici – o presunti tali – delle proprie cause.

    «Ognuno diventa l'immagine del dio che adora», ha avvertito Thomas Merton, e occorre far tesoro di questo monito: lasciarsi andare alle seduzioni dell'indignazione, per quanto ammantata di virtuosità, può schiudere abissi tenebrosi. Vale la pena ricordare come il termine con cui il tedesco indica il furore, Wut, sia legato alla passione distruttiva governata dal dio guerriero Wotan. Si è dato scarso rilievo, ha osservato Luigi Zoja, a una particolarità pressoché unica degli dèi germanici. Fin dal loro apparire la loro mitologia è segnata dalla consapevolezza di dover morire nel Ragnarök, la lotta finale in cui tutti gli dèi germanici dovevano essere destinati a soccombere. Così il culto di Wotan, dio della guerra, non era solo il culto di un'aggressività distruttiva rivolta verso l'altro. Ben di più: esso rappresentava l'aspettativa di una distruzione totale, anche di se stessi.
    Non evoca forse questo intimo desiderio di autodistruzione anche Mefistofele, che nel Faust di Goethe si presenta urlante nelle vesti di Zerstörer, distruttore, come spirito di assoluta, radicale negazione? Tanto che pare di udirne il grido, quando esclama: Ich bin der Geist, der stets verneint! Und das mit Recht, denn alles, was entsteht, Ist wert, daß es zugrunde geht; Drum besser wär’s, daß nichts entstünde («Sono lo spirito che sempre nega! Ed a ragione: perché tutto ciò che nasce è degno di andare in rovina. Sarebbe, pertanto, meglio che non nascesse»).

    Si capisce meglio forse l'ostinata insistenza con cui Francesco, nell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, ha invitato i cristiani non dare spazio a «diverse forme di odio, divisione, calunnia, diffamazione, vendetta, gelosia, desiderio di imporre le proprie idee a qualsiasi costo, fino a persecuzioni che sembrano una implacabile caccia alle streghe» (n. 100). In maniera analoga, il Papa ha messo in guardia dai cultori di una falsa “purezza”, che passano il tempo a dipanare i fili di immaginarie cospirazioni in nome di una «presunta sicurezza dottrinale o disciplinare che dà luogo ad un elitarismo narcisista e autoritario, dove invece di evangelizzare si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare» (n. 94).

    Di tutto ha bisogno la battaglia pro-life fuorché di atteggiamenti divistici e narcisistiche fughe in avanti. Né si sente la necessità di polemiche pretestuose ispirate da protagonismi esasperati dettati, con ogni evidenza, più da esigenze di auto-rèclame che dall'amore per la vita nascente. Non va dato credito ai banditori del sospetto universale, ai mobilitati in servizio effettivo e permanente per disarticolare, seminare zizzania, suscitare discordie e lacerazioni, contribuendo così ad infiacchire ulteriormente uno schieramento che già dispone di risorse ed energie limitatissime e si trova ad affrontare le sfide epocali della biopolitica confrontandosi con forze di ben altro spessore.

 


 
   

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