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Il grido silenzioso



 

Pio XII e il regime nazista. Note dagli archivi tedeschi
 di Robert A. Graham S.I.

La vera natura della politica vaticana nei confronti del regime nazista. La Santa Sede non ebbe mai una simpatia latente per il nazismo, ideologicamente orientato in senso anticattolico, né lo considerò come alleato o «baluardo» di una crociata contro il bolscevismo.

[Relazione inedita tenuta il 30 dicembre 1965 all’Hilton Hotel di San Francisco (California) in occasione del diciottesimo incontro annuale della American Historical Association dedicato al tema «Pio XII e l’Asse nella Seconda guerra mondiale», ora in R. A. Graham, «Il Vaticano e il nazismo», Cinque Lune, Roma 1975, pp. 89-110]

A differenza dei miei due colleghi di oggi, ho la fortuna, o forse meglio la sfortuna, di avere a disposizione documenti ufficiali abbastanza abbondanti relativi ad una delle due parti del rapporto che devo illustrare. La tentazione di procedere citando un documento dopo l’altro a sostegno di una tesi particolare è forte, ma questo procedimento è esposto al rischio di perdersi nei particolari. Un’altra tentazione, in mezzo a tanta ricchezza, è quella di dimenticare che, se il materiale è abbondante, esso riguarda tuttavia una parte soltanto. Mi consola il fatto che questo problema non riguarda soltanto me e la mia materia. È un rischio di fronte al quale tutti gli storici della seconda guerra mondiale devono stare costantemente in guardia, sotto pena di essere indotti a tirare conclusioni seriamente distorte o false. Il recente annuncio che i documenti di guerra, sino ad oggi segreti, di Papa Pio XII, sono stati catalogati con criteri scientifici e sistematici, è certamente motivo di soddisfazione per tutti i ricercatori sen. È auspicabile che gli altri paesi neutrali e belligeranti che sono ancora indietro mettano presto a disposizione il materiale in loro possesso. Altrimenti possiamo trovarci a constatare che la disponibilità unilaterale del documenti nazionalsocialisti ci porta a vedere la seconda guerra mondiale, a meno che stiamo doppiamente attenti, soltanto con gli occhi dei nazisti. Fino a che entrambe le parti non saranno adeguatamente rappresentate, lo storico deve volare con un’ala sola, impresa non impossibile, ma certamente scomoda e difficoltosa.

Gli archivi nazisti, e in particolare quelli dell’Auswärtiges Amt, sono la fonte principale di quanto segue. Si tratta, tuttavia, di documenti di secondo piano, quelli meno ufficiali della Segreteria di Stato. I documenti veramente fondamentali del Ministro degli Esteri von Ribbentrop non sono mai stati ricuperati. I documenti degli archivi del ministero degli esteri possono nondimeno essere integrati dalle testimonianze e dagli interrogatori di Norimberga. Nell’esaminane questi documenti, ci si rende rapidamente conto che si tratta di testi molto umani e soggettivi. E tuttavia essi costituiscono, giorno per giorno, crisi su crisi, pur con tutta la loro parzialità, meschinità, incompletezza e tendenziosità la documentazione di fatto disponibile. Più ufficiali sono, più hanno bisogno di un’intelligente interpretazione. Eppure la verità è lì, da qualche parte, sotto una forma o l’altra, tra i rovi e le erbacce. Ed è già un bene che si siano salvati dalla distruzione. Gli storici di questo tragico periodo non hanno pagato il dovuto tributo — mi pare — al custode di questi documenti, a colui che li ha salvati dagli uomini e dagli elementi, per preservarli al servizio della storia.

Le relazioni vaticane con i nazisti del periodo bellico hanno suscitato un interesse inconsueto nell’opinione pubblica mondiale di questi ultimi anni. Questo interesse non è forse senza rapporto con la revisione generale operata dalla Chiesa nel Concilio Vaticano secondo. Gli storici dovrebbero salutare con favore questo interesse senza precedenti poiché il Vaticano è stato uno dei testimoni più importanti del dramma della guerra; le sue reazioni, se messe in luce con una ricerca e una critica storica coscienziosa, possono illustrare certi problemi, non ultimo dei quali il ruolo e il destino dei paesi neutrali in una guerra ideologica e a dimensione mondiale.

In riferimento ai rapporti tra il Vaticano e il nazismo, si e parlato negli ultimi anni del «silenzio» che il Papa avrebbe mantenuto nei confronti delle atrocità naziste. Connessa con questa è la questione più ampia dell’atteggiamento generale della Santa Sede verso il regime nazionalsocialista durante la guerra. Alcuni aspetti della neutralità del Papa sono stati interpretati come esprimenti simpatia, o almeno tolleranza passiva, nei confronti del nazismo.

Questa interpretazione, a sua volta, si fonda sulla teoria secondo la quale il Vaticano vide nel nazismo una difesa necessaria contro il pericolo comunista. In rapporto alla persona stessa di Papa Pio XII, si attribuiscono alla politica del Vaticano inclinazioni eccessivamente filo-tedesche determinate dal fatto che il Papa aveva passato molti anni in Germania e che i suoi consiglieri più stretti erano tedeschi. Più fondamentalmente ancora, si ritiene da parte di molti che il Vaticano avesse assunto una posizione pregiudizialmente favorevole a governi autoritari, tanto più se anticomunisti. Un segno particolarmente indicativo dell’inclinazione della politica vaticana per le dittature viene individuato nel concordato che la Santa Sede concluse con il Reich nel 1933, quando mons. Pacelli, il futuro Pio XII, era Segretario di Stato del Papa. Per diversi anni, il concordato simboleggiò per molti una specie di alleanza con il nazismo. Questa interpretazione della politica pontificia (particolarmente diffusa tra gli esuli politici dal nazismo e dal fascismo), non fu contraddetta, durante la guerra, da nessuna franca dichiarazione del Vaticano che ponesse la Santa Sede direttamente e apertamente in guerra con il nazismo. Il concordato del 1933, per esempio, non fu ritrattato, né ci fu alcuna interruzione nei rapporti diplomatici con i nazisti.

Dal punto di vista dell’approfondimento storico, siamo ancora agli inizi della nostra conoscenza della politica vaticana nei confronti del nazismo durante gli anni della guerra. La materia è straordinariamente complessa e sottile; cosa prevedibile, trattandosi di un’istituzione internazionale avente un’antica missione religiosa trascendente confini e nazioni, e dotata di tradizioni, prospettive e pratiche spesso di difficile interpretazione per osservatori esterni. Che il verdetto definitivo della storia possa essere molto diverso da quello che caratterizzò l’opinione pubblica mondiale nel duro periodo dell’immediato dopoguerra? Contrariamente alle previsioni di alcuni commentatori del tempo di guerra, il Vaticano uscì dalia guerra con accresciuto prestigio. Se il giudizio favorevole che il Vaticano ebbe nel periodo immediatamente successivo alla guerra fosse pienamente meritato come sembrò nel 1945, potrà essere appunto accertato da quegli storici che scelgono di dedicarsi a questo aspetto della storia della guerra.

I leaders responsabili delle forze alleate del tempo di guerra erano convinti che Pio XII «in cuor suo» non fosse dalla parte dell’Asse (per citare un diplomatico del Reich) (1), bensì dalla parte degli alleati. Il peso delle testimonianze rinvenute nei documenti non lascia il minimo dubbio circa la parte dalla quale stavano le simpatie del Papa. Certamente non c’è alcuno spazio per il dubbio circa il fatto che sul piano ideologico il Vaticano fosse chiaramente antinazista: d’altra parte, perché non avrebbe dovuto opporsi ad un persecutore che proclamava apertamente l’incompatibilità del cristianesimo con il nazionalsocialismo? Ma questo atteggiamento comportava una solidarietà con le democrazie occidentali in tutti i particolari? Allo storico non compete legittimare posizioni del Vaticano che neppure il Vaticano stesso si preoccupò di difendere. In una circostanza Roma smentì piuttosto seccamente una stona apparsa in Occidente secondo la quale gli obiettivi bellici degli Alleati e del Vaticano erano identici. Una base più sicura per comprendere la politica globale del Vaticano consiste nell’esaminarla in base alla sua dichiarata neutralità per verificare se, in alcuni atteggiamenti incoerenti, essa non riveli i suoi limiti.

La guerra imprime un’accelerazione alla storia. I drastici cambiamenti di potere che derivano da eventi militari decisivi mettono alla prova tutte le istituzioni e le tradizioni di un paese in una misura che in tempi normali richiede anni e decenni per prodursi. La seconda guerra mondiale nei suoi sei brevi anni registrò violenti e repentini mutamenti politici connessi con le oscillazioni delle fortune belliche. Come si comportò la neutralità del Vaticano di fronte a queste prove? Vorrei distinguere, dal punto di vista del Vaticano, cinque fasi che dovrebbero aiutare lo storico a valutare la politica vaticana nei confronti dei nazisti, specialmente quale essa appare nei documenti sequestrati dal Reich.

La prima fase si estende dall’invasione della Polonia alla caduta della Francia. Questo periodo comprende la guerra-lampo in Polonia e il periodo della cosiddetta «guerra finta» culminato a sua volta in un’altra campagna-lampo in Occidente.

Il secondo periodo abbraccia quella che può essere descritta come l’egemonia nazista sul continente europeo: i dodici mesi dall’armistizio francese del giugno 1940 all’attacco all’Unione Sovietica della metà di giugno del 1941. In questi mesi, nei quali gli inglesi erano soli e gli Stati Uniti stavano ancora discutendo l’opportunità di intervenire, il trionfo dell’«Ordine Nuovo» sembrò assicurato.

Il terzo periodo fu improvvisamente inaugurato dall’assalto nazista all’Unione Sovietica, il quale nei primissimi mesi sembrò seguire lo stesso schema delle campagne precedenti. Dal punto di vista politico, l’iniziativa sembrò un intelligente tentativo da parte dei nazisti di guadagnarsi quell’appoggio che avevano cosi ampiamente mancato di conquistare nei paesi occidentali occupati. Fu questo il periodo della «crociata» contro il bolscevismo.

Un altro punto di svolta si ebbe con la capitolazione tedesca a Stalingrado nel febbraio 1943, con la quale la potenza nazista cominciò a ridursi visibilmente. L’idea della Germania come «baluardo» dell’Europa contro il bolscevismo succedette allo slogan della «Crociata».

Il quinto periodo ebbe inizio con lo sbarco degli Alleati sul continente la prima settimana di giugno 1944, in coincidenza con l’ingresso degli Alleati in Roma. Nei mesi conclusivi, il vacillante regime nazista cercò di spaccare gli Alleati e di volgere il fronte contro i sovietici.

La persecuzione nazista e il Vaticano

Della radicale ostilità dei nazisti nei confronti della Chiesa cattolica, sia sotto il profilo ideologico che sotto quello pratico, non è proprio il caso di fornire delle prove. Ma può forse essere necessario sottolineare ciò che non ha bisogno di prove, dal momento che quello aspetto delle relazioni nazi-vaticane viene spesso minimizzato. Il linguaggio contenuto e ricco di circonlocuzioni usato in pubblico da Pio XII durante gli anni di guerra contribuì a incoraggiare l’impressione che, forse, Pio XII nutrisse una segreta simpatia per il nazismo. Se fosse vero, ciò significherebbe che Pio XII non sapeva ciò che chiunque altro sapeva e che, anziché prendersi cura delle sue dirette responsabilità di protettore della Chiesa universale, egli diede priorità ad aspetti estranei, quali il pericolo comunista e il futuro del popolo tedesco, trascurando inoltre il destino che i nazisti avrebbero riservato alla Chiesa in caso di vittoria.

Il Tribunale Militare Internazionale di Norimberga, tra i capi d’accusa imputati ai leaders nazisti, include crimini contro l’umanità, tra i quali era annoverata la persecuzione religiosa. Nel primo caso d’accusa, la cospirazione comune, l’accusa dichiarava:

I cospiratori nazisti, promuovendo credenze e pratiche incompatibili con l’insegnamento cristiano, cercarono di sovvertire l’influenza delle Chiese sul popolo e in particolare sulla gioventù della Germania. Essi hanno dichiarato il loro obiettivo di eliminare le Chiese cristiane in Germania ed hanno perciò cercato di sostituire le istituzioni e le credenze naziste; in ordine a ciò hanno perseguito un programma di persecuzione di sacerdoti, chierici e membri di ordini monastici che essi ritenevano opporsi ai loro intenti, ed hanno confiscato le proprietà della Chiesa.

Più tardi, nel processo Wilhelmstrasse diretto dagli U.S.A., il tribunale militare affermò nella sentenza: «Che il regime nazista abbia intrapreso una campagna di persecuzione della Chiesa cattolica, del suoi dignitari, sacerdoti, delle suore e dei praticanti è accertato al di là di ogni possibile dubbio. Tale persecuzione non consistette in atti isolati di singoli cittadini, ma fu un atto definito dal governo. Il suo scopo, per quanto riguardava i cattolici tedeschi, era di separare i fedeli dalla Chiesa e dai suoi preti, di distruggere la sua leadership, affinché i praticanti diventassero. ossequienti ai principi nazisti e obbedissero soltanto ai comandi di Hitler, come si può evincere dal decreto di Bormann del giugno del 1941.
«Nei territori occupati il piano aveva una caratteristica aggiuntiva, cioè quella di eliminare i preti e di privarli così di ogni possibilità di dare qualsiasi conforto religioso e di insegnare ai popoli di quei paesi».
Il tribunale dichiarava più avanti: Anche se non ci fosse la Convenzione dell’Aja, non avremmo esitazione nel dichiarare che la persecuzione delle chiese e del clero costituisce un crimine contro l’umanità... Riteniamo che crimini contro l’umanità furono commessi su vasta scala, che furono pianificati e che facevano parte del programma politico adottato dal Terzo Reich» (2).
I documenti del partito, quali la già citata circolare di Martin Bormann del 6 giugno 1941 sull’incompatibilità tra nazionalsocialismo e cristianesimo, sono importanti testimonianze della mentalità dei nazisti oltre che una chiave interpretativa delle loro intenzioni. Secondo la testimonianza di quanti li ascoltarono, spesso Hitler, nel corso di alcune sue conversazioni non ufficiali, dichiarò il suo disprezzo per la religione e lasciò chiaramente capire che quando avesse avuto le mani libere avrebbe eliminato òa Chiesa, naturalmente con i sistemi radicali già allora adottati da parte dei nazisti. Una dichiarazione indicativa delle opinioni di Hitler merita di essere qui citata poiché non si tratta di un’osservazione occasionale intorno ad un tavolo da pranzo ma di una dichiarazione fatta in occasione di un importante incontro politico e documentata ufficialmente. La troviamo nel memorandum di un incontro dell’8 maggio 1942 per discutere la politica da adottare nel territori orientali. Erano presenti Rosenberg, Lammers e Bormann. Le note sono di Lammers.

«Il Führer precisò che dopo la guerra avrebbe preso le debite misure contro la Chiesa; egli credeva di poter fare allora con la sua autorità ciò che altri avrebbe potuto fare più tardi soltanto con difficoltà. Egli non avrebbe dimenticato l’atteggiamento della Chiesa durante la guerra. Io dissi al Führer che nella mia scuola a Dahlem stavo conducendo un corso di politica ecclesiastica con un piccolo gruppo, e che in questo corso era stato sviscerato l’intero problema, al fine di poter condurre in futuro la necessaria lotta ideologica con un’adeguata conoscenza» (3).

Queste parole riflettono l’atteggiamento costante dei leaders nazisti. Pio XII aveva sin troppe ragioni per conoscere assai bene le intenzioni naziste. Se le sue dichiarazioni pubbliche non denotano questa consapevolezza nel linguaggio veemente che forse il suo predecessore Pio XI avrebbe impiegato, ciò non si può ragionevolmente attribuire a simpatia per il persecutore, le cui vittorie militari lasciavano presagire disastri per la Chiesa.

La prima fase: settembre 1939 – giugno 1940

In un periodo di rottura di trattati, anche il concordato tedesco-vaticano del 1933 ne fece le spese, allo scoppiare della seconda guerra mondiale. Ora, oltre a dover far fronte alla politica antireligiosa in Germania, la Santa Sede fu chiamata ad esercitare la sua tradizionale missione umanitaria e pacificatrice, compito che esigeva una rigida neutralità formale, senza la quale non si sarebbero potute realizzare iniziative di soccorso e solidarietà umana. I primi mesi videro il potere nazista estendersi su una Polonia sconfitta, per i cui milioni di cattolici il Papa aveva uno speciale debito di compassione e di interessamento paterno.

Dal 1° settembre, le relazioni nazi-vaticane erano ad un punto morto. Da lungo tempo, e specialmente a partire dall’enciclica Mit Brennender Sorge del 1937, i nazisti trattavano la Chiesa e la Santa Sede con aperto disprezzo, violando diversi articoli del Concordato quando piaceva loro e aderendo ad altri per la stessa ragione. Le proteste ripetutamente fatte dalla Santa Sede furono ignorate o educatamente e cinicamente respinte o eluse con delle contro-proteste di una sfrontatezza senza pari. Quando scoppiò la guerra, il governo nazionalsocialista considerò il concordato antiquato e inoperante. Se Hitler non lo ripudiò formalmente, era solo perché attendeva un momento più propizio per farlo. Quando furono fatte delle concessioni, esse non si effettuarono ma termini di reciprocità, ma per decisioni unilaterali.

Fu in tali circostanze che il Papa si trovò costretto a battere strade quasi impossibili. Qualcuno potrebbe essere tentato di dire che, viste le circostanze e tenuto conto sia della prassi politica ecclesiale che dei principi di civiltà, egli sarebbe stato giustificato nel prendere aperta posizione contro i nazisti, simpatizzando con gli Alleati e con la Polonia cattolica, la cui invasione rappresentava la prova culminante di una sistematica malafede. Certamente la sua autorità morale avrebbe contato molto, tanto più che, in quel momento, i nazisti e i comunisti erano alleati e si stavano spartendo il bottino.

Ma per il Vaticano non c’era nessun’altra opzione possibile che non fosse la neutralità, una neutralità coerente con il suo carattere unico. Il che non significa, nel caso del Vaticano ancor più che per gli altri paesi neutrali del periodo bellico, che restasse indifferente, e ancor meno inattivo. Neanche l’impulsivo Pio XI, che precedette Pio XII e a differenza di Pacelli era solito esprimere il suo pensiero in modo motto schietto, avrebbe scelto una strada diversa dalla via mediana di neutralità ufficiale. A prescindere dal Trattato Laterano che stabiliva la neutralità permanente del Vaticano, il coinvolgimento della Santa Sede con uno degli schieramenti contrapposti avrebbe immischiato sempre più e senza via d’uscita la Chiesa in questioni politiche estranee alla sua natura. Ciò avrebbe inevitabilmente compromesso la sua missione religiosa. Ciò avrebbe anche significato — non è quasi neanche il caso di dirlo — la fine del ruolo del Vaticano quale forza di pace, e della sua tradizionale opera di assistenza materiale e morale in favore di tutte le regioni e i popoli straziati dalla guerra. Gli Alleati, va detto a loro merito, rispettarono il diritto alla neutralità del Vaticano, anche se a volte non condivisero le interpretazioni date dal Vaticano della sua missione spirituale e morale.

Fu in questo contesto di rapporti che apparvero la prima enciclica del Papa, la Summi Pontificatus del 20 ottobre 1939, e il suo primo messaggio natalizio. Come tutte le sue dichiarazioni pubbliche, anche queste furono espresse in termini accuratamente studiati, compatibili con il ruolo di pace neutrale del Vaticano. Il Papa stesso disse all’ambasciatore tedesco, Diego von Bergen, che le sue affermazioni erano da intendersi in termini generali e tali sarebbero restate anche per il futuro (4). Ma Berlino si riservò il diritto, in queste occasioni, di dare delle sue interpretazioni alle affermazioni del Papa. Il 25 gennaio 1940, il Segretario di Stato von Weizsaecker, analizzando in generale i rapporti vaticano-nazisti, affermò che «di recente il Papa ha fatto dei pungenti riferimenti a noi in varie occasioni, in particolare nell’enciclica Summi Pontificatus e nel suo indirizzo natalizio». Il Vaticano, egli ammise, ha usato termini generali, ma, aggiunse, «è del tutto chiaro a chi ci si riferisce in ciascuna occasione» (5). Questo commento, aggiungeva Weizsaecker, si applicava anche all’Osservatore Romano e alla Radio Vaticana, in particolare alle sue emissioni sulle questioni polacche.

La situazione polacca impegnò gran parte dell’attenzione del Vaticano in questi primi mesi dell’anno. Berlino, comunque, rifiutò a qualsiasi rappresentante del Papa il permesso di andare in Polonia anche per motivi umanitari. Rifiutò altresì il permesso di inviare aiuti materiali; e i ripetuti interventi di Mons. Cesare Orsenigo, nunzio papale a Berlino, in favore di singoli polacchi, restarono senza risposta.

Nel marzo del 1940, il Ministro degli Esteri Joachim von Ribbentrop venne a Roma dove, dopo una conversazione con il Governo fascista, visitò il Vaticano incontrando il Papa e il Segretario di Stato Maglione. Un documento avente la pretesa di essere una testimonianza di questo incontro si trova negli archivi del Ministero degli Esteri tedesco. C’é da credere che esso fu steso da qualcuno che non era neppure stato presente. Notevoli dubbi circa la sua attendibilità sono stati sollevati anche soltanto dal fatto che il linguaggio stesso non traduce la veemenza della reazione del Papa, quale è stata successivamente testimoniata da Mons. Alberto Giovannetti, il quale ha lavorato sui documenti originali del Vaticano. Il Segretario del Papa, Fr. Robert Leiber, è ancora più deciso nel negare l’accuratezza del documento. I curatori definiscono il documento un «memorandum non firmato» (6). Secondo il defunto Cardinale Domenico Tardini, la missione di Ribbentrop aveva come obiettivi la verifica delle intenzioni del Papa e forse il tentativo di spaventare il Vaticano (7). Dal canto suo, comunque, il Papa aveva preparato un dossier dettagliato dei motivi di lagnanza che la Santa Sede aveva nei confronti della politica religiosa del Reich. Di questo dossier, nel cosiddetto «resumé» di Ribbentrop non si trova nessuna traccia.

Il 10 maggio 1940, quando giunsero le prime notizie che le truppe tedesche avevano violato la neutralità Belgio, dell’Olanda e del Lussemburgo, il Papa mandò telegrammi di simpatia ai governanti di questi paesi, telegrammi diversamente formulati ma tutti quanti esprimenti la speranza che questi paesi avrebbero ottenuto la restaurazione dei loro diritti e della loro libertà. L’Ambasciatore von Bergen riferì a Berlino che l’invio dei telegrammi papali, che il Vaticano rese immediatamente pubblici, non era un intervento politico, e osservò che non c’era «nessuna parola di protesta» (8). L’ambasciatore italiano a Berlino, Dino Alfieri, disse all’Ambasciatore tedesco in Italia, Georg von Mackensen, che il Papa avrebbe spedito i suoi telegrammi solo in qualità di «alto sacerdote», evitando termini politici quali «invasione». Ma per parte sua Alfieri rifiutava questa distinzione tra sacerdozio e politica, sostenendone l’impossibilità in circostanze come quelle presenti. «Il fatto del telegramma è un atto politico » disse l’italiano (9). Entrambi avevano ragione, naturalmente. Questi contrasti tra spirito e lettera fanno parte del dramma della neutralità.

Seconda fase: l’egemonia nazista sul continente, giugno 1940 – giugno 1941

Il tracollo della Francia provocò uno choc profondo in Vaticano, in quanto il trionfo della Wehrmacht preannunciava un’Europa dominata a tempo indeterminato da un’ideologia ostile in modo militante alla Chiesa e alla religione in generale. In Vaticano non si condivideva la opinione di alcuni miopi patrioti italiani che vedevano nella caduta della Francia la possibilità di ingrandimenti territoriali con una guerra di breve durata.

Gli inglesi erano soli contro l’Asse, l’intervento americano appariva problematico: la seconda guerra sembrava virtualmente decisa. Tutto dipendeva, naturalmente, dalla volontà inglese di combattere. Il Vaticano, proseguendo la sua politica di pacificazione, fece sondaggi tanto a Londra che a Berlino per verificare le possibilità di una pace negoziata. Gli inglesi non esitarono a rendere nota la loro risoluta determinazione, per cui il Vaticano desistette da ulteriori iniziative in questo senso.

I sondaggi di pace del Papa di giugno e di luglio ebbero un carattere puramente esplorativo e furono condotti per sua iniziativa personale. Lo storico inglese H. B. Trevor-Roper, fidandosi evidentemente di un’affermazione fuorviante contenuta nelle memorie di Churchill, ha scritto che l’iniziativa di pace del Vaticano era stata ispirata da Hitler. Un’affermazione di questo genere manifesta una completa incomprensione della concezione che il Führer aveva del ruolo del Vaticano negli affari europei. I nazisti nutrivano solo disprezzo per il Vaticano, soprattutto nei momenti di trionfo. Gli archivi del ministero degli esteri del Reich indicano chiaramente che il Vaticano agì di sua iniziativa e non su suggerimento di Hitler (10).

I dodici mesi dell’egemonia nazista costituirono probabilmente per Pio XII il periodo di maggiore solitudine, difficoltà e angoscia dell’intera guerra. La sua posizione era pericolosa al massimo grado. Vivendo nel cuore dell’Italia, non poteva facilmente evitare le pressioni dell’ambiente circostante, o eludere le insidie compromettenti tesegli dal regime fascista. Anche uomini di Chiesa dei circoli vaticani a predominio italiano, almeno così sembrò, tendevano a considerare la vittoria nazista soltanto come una vittoria italiana. D’altro canto, nei circoli polacchi — sia in Polonia che a Londra — la disperazione crescente portava a domande insistenti perché il Papa condannasse apertamente i nazisti. Al tempo stesso, nel Reich, la persecuzione religiosa si era accentuata, determinando una pietosa protesta dei vescovi tedeschi, nel giugno del 1941.

Questi dodici mesi registrarono altresì una lunga lotta da parte del Vaticano per evitare di essere «catturato» e strumentalizzato dalla propaganda dell’Asse, in un’Europa nella quale la stampa era controllata e sfruttata dai conquistatori. Le smentite del Vaticano si moltiplicarono nello sforzo di far fronte alle notizie false, tendenziose e unilaterali messe in circolazione dalle fonti dell’Asse in questo periodo. Già il 14 settembre 1940, il Papa, in un’udienza settimanale, aveva annunciato il diffondersi della falsità che genera odio. Il tema fondamentale della propaganda nazista, assecondata da quella fascista — il tutto prontamente ripreso in Spagna e nella Francia di Vichy, e, naturalmente, «esportato» nella stampa di occupazione del Belgio, del Lussemburgo, dell’Olanda e particolarmente della Polonia — era che la situazione religiosa in Germania era buona. Si pretese addirittura che la Chiesa in Polonia prosperasse. Il Papa e i suoi consiglieri, si mormorava, riconoscevano i’ineluttabilità del trionfo dell’Asse e la fine dell’era democratica; stavano pertanto sollecitando i paesi occupati ad accettare il destino manifesto del sistema totalitario.

Una correzione tipica, che dà la chiave per cogliere l’essenza della propaganda dell’Asse, fu pubblicata dall’Osservatore Romano il 17 febbraio 1941, con il titolo «Per la verità». In essa si negava:

1. Che il Santo Padre avesse dichiarato obbligatorio per tutti adeguarsi alla nuova situazione europea.
2. Che la Santa Sede si opponesse alle forme democratiche di governo.
3. Che la Chiesa Cattolica in Germania stesse ora vivendo in condizioni del tutto soddisfacenti.
4. Che in occasione del tempo natalizio il Santo Padre fosse riuscito ad ottenere il permesso per certi popoli delle aree occupate di avere speciali celebrazioni religiose.
5. Che il Santo Padre avesse dato una benedizione speciale alle armi di una particolare nazione.
6. Che il Santo Padre avesse detto che la Francia avrebbe fatto molto meglio a sostituire l’armistizio con un trattato di pace, senza attendere ha fine delle ostilità.

Alla fine del 1940, la furia dell’occupazione nazista nell’Europa orientale aveva già raggiunto il suo apice. La politica nazista in Polonia era semplice: ridurre il popolo in condizioni sub-umane, privandolo della sua intellighentsia e del suo clero. Raphael Lemkin inventò presto la parola genocidio per descrivere quanto stava avvenendo, e a questo punto essa si poteva applicare ugualmente bene ai cattolici polacchi come agli ebrei. I tentativi di rendere di pubblico dominio le atrocità commesse davano luogo soltanto a altre atrocità; e a Berlino si prestava poca attenzione agli appelli vaticani. Gli archivi del ministero degli esteri del Reich sono pieni di inutili istanze diplomatiche del nunzio papale Orsenigo. In occasione del Natale 1940, Papa Pio XII diede sfogo pubblico alla sua angoscia, in una lettera aperta indirizzata al Cardinale Maglione. «Da ogni parte — affermava — ci giungono gli echi lamentosi di una guerra devastatrice. Sono le voci dei nostri figli che lottano tra grandi sofferenze, implorando aiuto. Un male ed una sofferenza così grandi, e che si fanno ogni giorno più gravi ed estesi, non possono che trovare la più dolorosa eco nel nostro cuore di Padre, che avverte le pene e le lacrime di tutti i Suoi Figli, senza distinzione. Non abbiamo lasciato nulla di intentato affinché, in questo immenso cumulo di miserie, la compassione di Gesù, il cui posto indegnamente occupiamo, si potesse rivelare manifestando la sua bontà e dando i suoi frutti. Purtroppo, molti dei nostri sforzi hanno incontrato difficoltà di ogni genere, ancora più gravi di quelle dell’ultima guerra, alcune derivanti dalla natura stessa del flagello che infuria, altre (possiamo anche dirlo) causate dalla volontà degli uomini. Non volendo restare testimoni inerti di un tale deplorevole state di cose, e armati soltanto delle armi della verità, della giustizia e della carità cristiana, ciò che possiamo fare è invitare ancora una volta tutti alla preghiera di propiziazione e a una generosa attività di soccorso».

Il Natale del 1940 fu altrettanto buio per Pio XII che per gli inglesi, e per ragioni analoghe. L’opinione pubblica mondiale, in quel periodo bellico in cui la vera natura del piano di conquista nazista non era stata ancora completamente compresa, non capì la profondità del disastro e la tragedia che si nascondevano dietro queste parole del Papa il quale non poteva permettersi il lusso di parlare apertamente come Churchill. Questo ritardo nella conoscenza dei veri termini della situazione — certamente non chiara in questo periodo negli Stati Uniti — può spiegare perché, nel giro di pochi mesi, alcuni abbiano potuto semplicisticamente credere che il Vaticano avrebbe immediatamente perdonato e dimenticato quanto stava accadendo in Germania e in Polonia per il solo fatto che Hitler aveva deciso di attaccare l’Unione Sovietica.

La guerra nazi-sovietica: terza fase

L’attacco di Hitler all’Unione Sovietica della metà di giugno del 1941 costituì una prova per il Vaticano, così come accese il dibattito tra gli Alleati Occidentali. Per anni (almeno dal 1930) la Santa Sede era stata apertamente in conflitto con il regime sovietico che, sia in teoria che in pratica, sotto Lenin e sotto Stalin, era state spietato nel sopprimere la credenza e la pratica religiosa. Ora che lo stesso Cremlino si trovava impegnato in una lotta mortale contro le invitte forze naziste, Roma avrebbe appoggiato i nazisti e dato il suo sostegno morale alla guerra? Avrebbe rotto la sua neutralità, ora che gli obiettivi della guerra sembravano coincidere con i suoi interessi? Non era venuta l’ora di dichiarare che la guerra era una «crociata» contro il bolscevismo?

Voci di questo genere si sentirono più insistentemente in Spagna che altrove. Si sentirono in Italia, dove pressioni in questo senso vennero esercitate sul Vaticano. Si sentirono a Vichy. E si sentirono sulla stampa controllata dai nazisti in Francia, Belgio e Olanda. Ma non si sentirono dal Vaticano. No, tranne un’eccezione, ad opera di un eminente prelato cattolico nei paesi occupati il cardinale Baudrillart (cfr. p. 291).

Dope la guerra, Pio XII fece allusione ai tentativi fatti per indurlo a gettare il peso delle sue parole in favore dell’Asse nella guerra russa. Il 25 febbraio 1946, per esempio, indirizzandosi al corpo diplomatico alla presenza dei cardinali, egli disse: «Avemmo speciale cura, nonostante certe pressioni tendenziose, a non lasciare uscire dalle nostre labbra o dalla nostra penna una sola parola, un solo segno di approvazione o di incoraggiamento della guerra contro la Russia del 1941». Ciò riaffermò ancora più formalmente nella sua enciclica Sacro Vergente Anno del 2 luglio 1952 ai popoli della Russia. Nel corso della propaganda non si diede rilievo al fatto che la Germania nazista in quante tale non fece alcun passo per sollecitare il sostegno del Vaticano.

Il regime disdegnava di cercare l’appoggio morale della religione nella lotta nazista per sterminare il bolscevismo. Il tema di una «crociata per il cristianesimo» non apparve mal nei giornali di propaganda nazista in patria.

Quanti pensavano che la guerra avesse degli scopi in qualche medo religiosi furono presto disingannati dalle misure prese dai nazisti nelle aree di nuova occupazione. Nei primissimi mesi, è vero, i comandanti militari dei térritori occupati riaprirono in molti casi di loro autorità le chiese precedentemente chiuse in territorio russo, e presero anche parte alle celebrazioni religiose nei villaggi ucraini, a vantaggio delle popolazioni che salutavano i tedeschi come liberatori. Ma le vere intenzioni di Berlino non tardavano a farsi conoscere e sentire. È assolutamente chiaro che i nazisti non intesero trarre profitto dalia religione né in buona né In cattiva fede. Per quanto riguarda la cosiddetta crociata per il cristianesimo, Rosenberg affermò candidamente la posizione nazista quando dichiarò: «La lotta contro l’Unione Sovietica non è una lotta per salvare il cristianesimo bensì è in funzione dell’autopreservazione biologica dei popoli europei» (11). Pio XII non aveva davvero frainteso nell’interpretare il vero significato della spedizione nazista all’est.

In una famosa conferenza del Führer del 16 luglio ai capi militari e politici convenuti per essere istruiti sulle linee di fondo della politica orientale, leggiamo: «Incidentalmente, il Führer sottolineò che le attività da parte delle chiese sono fuori discussione. Papen gli ha mandate tramite ii Ministero degli Esteri un lungo memorandum in cui si afferma che ora è il momento giusto per ristabilire le chiese, ma questo era completamente (in italiano nel testo originale) fuori discussione» (12).

Ci sono molti resoconti di questo incontro e sono tra loro concordi non solo sulla sostanza ma anche sul tono con il quale il Führer esprimeva le sue opinioni. In una nota datata il giorno seguente, un ufficiale dell’Ufficio degli Esteri riporta il seguente dialogo: «Papen aveva proposto al Führer di riportare la Russia al cristianesimo in modo da rafforzarne il morale. Il Führer rispose: L’idea di un’attività missionaria del genere non era da prendersi nemmeno in considerazione. Se si fosse fatta una cosa del genere, si sarebbe permesso a tutte le confessioni cristiane di entrare in Russia per colpirsi l’un l’altra a mazzate con i loro crocefissi» (13). Un terzo documento su questa posizione di Hitler si trova in un memorandum delle stesso incontro steso dal dott. Otto Bräutigam, il quale faceva parte dello staff di Alfred Rosenberg, ministro per i territori orientali. Egli ricorda che in queste incentro del 16 luglio Hitler attaccò violentemente l’Ambasciatore von Papen, il quale aveva sottopesto uno schema per condurre un’azione missionaria — evidentemente attraverso Roma — nei territori dell’est. Il suggerimento dispiacque grandemente al Führer il quale proibì esplicitamente qualsiasi tentativo di esercitare un’influenza religiosa sul paese (14).

Che cosa risponde l’Ambasciatore, e già Cancelliere del Reich, Franz von Papen, al rapporto Bräutigam? In una lettera inviatami il 21 aprile 1964, il controverso diplomatico affermò: «Certamente io non proposi mai ad Hitler uno schema per condurre un’azione missionaria “evidentemente attraverso Roma” nelle province sovietiche occupate. Probabilmente Hitler lo confuse con il suggerimento, da me avanzatogli nel 1941, “di riaprire tutte le chiese nelle città e nei villaggi dei dieci territori occupati, per le molte persone che desideravano ardentemente la libertà religiosa”. Mi fu riferito più tardi che questa proposta aveva incontrato Ia veemente opposizione di Rosenberg».

La concordanza di questi rapporti sull’incontro del 17 luglio chiarisce quali erano le intenzioni di Hitler a proposito dell’attività religiosa nei territori di recente occupazione. Non c’è alcun accenno né alcun desiderio di assistenza morale, men che meno da parte di Roma. Le azioni intraprese ai livelli inferiori lo confermano. Il 23 luglio, l’uomo addetto a tenere i collegamenti da parte di Ribbentrop con l’ufficio di Rosenberg, riferì su un incontro avute con George Leibbrandt, principale consigliere politico di Rosenberg. Rosenberg, la cui nomina sarebbe stata resa nota entro breve tempo, si sarebbe preso cura di tutte le questioni ecclesiastiche. In generale, l’orientamento era di non procedere con mano pesante, ma tutti i contatti all’estere con organizzazioni ecclesiastiche nei territori occupati allo scopo di guadagnare influenza non dovevano essere permessi. Aggiungeva, in particolare che da parte del Vaticano ci si doveva attendere le seguenti mosse:

«Vorrei osservare in proposito che dobbiamo attenderci dei tentativi da porte della Sede papale di prendere contatti con la Chiesa Greco Ortodossa (sic) dell’Ucraina Occidentale (Lwow. Mons. Sheiptytskj) e di avvicinare anche la popolazione cattolica (polacca) nella Russia Occidentale e nella Lettonia orientale, nonché la popolazione lituana» (15).

Gli ordini impartiti ai comandanti militari fecero ben presto eco alla proibizione dell’attività religiosa. Un Führer-Befehl del 6 agosto all’OKW dava disposizioni ai comandanti di astenersi dal prendere parte alle cerimonie religiose locali. Ai cappellani doveva essere proibita qualsiasi propaganda religiosa tra la popolazione civile. Neppure dovevano essere ammessi ecclesiastici civili, né dal Reich né dall’estero (16).

In breve tempo, la questione della Russia e della religione era diventata una questione internazionale. Il 11 settembre, Myron C. Taylor incontrò Pio XII, con l’obiettivo di disarmare l’opposizione cattolica americana al Lend-lease (16 bis) in favore della Russia di garantire l’impegno americano a persuadere Stalin ad attenuare la sua politica antireligiosa. Al suo ritorno a New York, il 6 ottobre, Taylor annunciò una mossa verso una «definizione autoritativa delle questioni religiose connesse con la guerra», cioè — disse il giornalista del New York Times, «dev’essere rafforzato un fronte religioso contro i nazisti». La visita di Taylor fu sufficiente a sollevare nuove voci nella battaglia propagandistica volta ad allineare il Papa in un «fronte religioso» da entrambe le parti contemporaneamente. Il 17 settembre, l’Ambasciatore von Bergen, rappresentante tedesco in Vaticano indagò presso l’Ufficio degli Esteri circa voci circolanti a Roma di un accordo con il Reich secondo cui preti formati al Russicum di Roma sarebbero entrati nelle zone russe occupate. Il 15 ottobre, Berlino rispose che «non si sa nulla di nessuna negoziazione» per l’ingresso di tali preti in Unione Sovietica per compiervi un lavoro missionario (17). Ma ciò non fece desistere la stampa in Italia e nella Francia di Vichy dal riportare allo stesso tempo che tale accordo era già un fatto compiuto e che i missionari erano già in viaggio o nelle loro nuove sedi. La verità era esattamente il contrario.

In realtà, c’é un solo documento negli archivi diplomatici di Bonn che mostra che il Vaticano si sia occupato della questione. Si tratta di una tarda richiesta del Nunzio Orsenigo all’Ufficio degli Esteri dell’11 novembre 1941. Il rappresentante del Papa afferma che alcuni preti ortodossi, circa 20, erano stati recentemente ammessi nei territori russi e viceversa ad un numero inero quasi uguale di preti in Lituania e in Lettonia, già residenti in Russia, era stato ripetutamente rifiutato il permesso di andarvi. Egli pensava — così argomentava — che sarebbe stato un semplice atto di giustizia permettere ai cattolici la stessa cosa che era stata permessa agli ortodossi. La risposta ci mise diverse settimane ad arrivare all’ufficio agli esteri dal Ministero per i Territori Orientali L’ammissione degli ortodossi, diceva il portavoce dell’Ostministerium il 4 dicémbre, costituiva un’eccezione e non un precedente. Un’istruzione generale proibisce l’ingresso nel territorio già russo. Egli aggiunse che in passato effettivamente era stato concesso a preti ortodossi e cattolici di entrare nel territorio russo occupato con l’approvazione delle autorità militari. La Wehrmacht, tuttavia; egli disse, non aveva alcuna competenza per fare una cosa del genere. E, su insistenza dell’Ostministerium, essi erano stati rimandati nel luogo di provenienza.

«La ragione reale per negare ai preti cattolici il permesso di entrare nell’area gia russa è data dal fatto che i cattolici in essa abilitati a operare non la considererebbero un nuovo territorio» (18).

Se ci fu una qualche evangelizzazione religiosa nei territori della Russia occupati dai tedeschi, ciò avvenne malgrado, e non per merito della politica nazista. Un certo numero di preti che erano stati appositamente formati al Russicum per il lavoro di evangelizzazione in Russia cercarono di entrare clandestinamente in Russia e di rimanervi. Altri andarono con le forze militari italiane, alcuni come cappellani militari e altri come interpreti civili dell’esercito italiano. Ufficialmente, fu loro proibito dalle autorità militari di prestare qualsiasi opera religiosa tra gli ucraini. Quest’opera religiosa, potremmo aggiungere, non ebbe inizio con la guerra nazi-sovietica della metà giugno del 1941, ma va retrodatata al patto nazi-sovietico del 1939 e alla susseguente incorporazione dell’Ucraina occidentale nell’URSS, se non prima ancora (19).

Rifiuto di riconoscere le annessioni del Reich

In questa medesima terza fase. all’apice dell’offensiva nazista in oriente, il Vaticano ricevette un’altra sfida, ancora più frontale, alla sua neutralità. Questa volta il prezzo che pagò fu molto alto, dal punto di vista del Vaticano, poiché il risultato fu quello di fornire ai nazisti una giustificazione formale nel negare ai rappresentanti del Papa il diritto di intervenire in questioni concernenti i territori occupati, particolarmente nell’Europa orientale. Dico formale poiché sin dall’inizio della guerra era stato di fatto negato ai rappresentanti del Vaticano l’accesso a queste regioni.

Seguendo una prassi consolidata e perfettamente legittima, adottata sin dai tempi della prima guerra mondiale, se non ancor prima, la Santa Sede non volle riconoscere i mutamenti territoriali conseguenti ad azioni militari, fino a che i risultati non fossero stati sanzionati da un trattato di pace. Un riconoscimento prematuro avrebbe soltanto esposto il Vaticano all’accusa di cercare di anticipare l’esito del negoziati politici, se non di pregiudicare l’esito della guerra stessa. Di conseguenza, non solo Pio XII continuò a ricevere in Vaticano l’ambasciatore dell’«estinta» Polonia, ma stabilì un incaricato d’affari presso il governo polacco in esilio, quando questo si trovava ancora in Francia. Dopo la prima guerra mondiale, la Santa Sede si era procurata delle critiche in Francia per aver ritardato la nomina di incaricati ecclesiastici in Alsazia, nell’attesa che il territorio venisse definitivamente assegnato alla Francia. Questa volta toccava ai tedeschi di arrabbiarsi. Il Papa si rifiutò di nominare rappresentanti della Chiesa nel Warthegau e nel Governo Federale. E si rifiutò anche di riconoscere al governo nazista il diritto di dire chi dovesse essere fatto vescovo in tali aree.

La crisi stava già covando prima della campagna di Russia, ma esplose e si sviluppo rapidamente dopo di essa. Il 29 agosto 1941 l’ambasciata tedesca presentò una nota verbale nella quale rivendicava a Berlino iò diritto di fare commenti e obiezioni alla nomina dei vescovi o di ecclesiastici di pari rango nei nuovi territori (20). Nella nota, Bergen non lasciava adito a dubbi circa i territori a cui si riferiva. Si trattava delle regioni annesse al territorio tedesco sin ‘dal 1939: i territori già polacchi (Warthegau, Governo Generale), Alsazia e Lorena, Lussemburgo e la parte della Slovenia distaccata dalla Jugoslavia (Bassa Stiria, Carinzia e Carniola). E non era tutto. Secondo Weizsaecker (21) andavano inclusi anche l’Ostmark, il distretto di Memel, Eupen-Malmedy, i Sudeti tedeschi e il Protettorato di Boemia e Moravia, Sebbene il concordato del 1933 non facesse riferimento a queste aree, secondo Berlino era nondimeno necessario che la Santa Sede si consultasse con il Reich prima di procedere alle nomine non solo dei vescovi residenziali, ma anche di qualsiasi altro prelato in questi territori.

Ciò equivaleva a domandare che la Santa Sede riconoscesse politicamente e giuridicamente la sovranità tedesca sui territori annessi e ciò mentre la guerra era ancora in corso. La reazione di Roma fu un cortese ma netto rifiuto. Nel professare il sentito desiderio che le relazioni tra la Chiesa e lo stato tedesco avessero a migliorare, il Cardinale Segretario di Stato in data 18 gennaio 1942 replicava che

«Le relazioni tra chiesa e stato in Germania sono ancora ben lontane dall’essere ciò che dovrebbero essere, come, purtroppo, è reso manifesto dalle misure e dagli atti che continuano a verificarsi sia nel territorio del Reich che nei paesi annessi, misure ed atti che violano gravemente i diritti della Chiesa, essendo contrari non solo ai concordati esistenti e ai principi di diritto internazionale ratificati dalla Seconda Conferenza dell’Aia, ma spesso — e questo è molto più grave — agli stessi principi fondamentali della legge divina, sia naturale che positiva».

Colta in questo modo l’occasione per elevare la sua protesta relativa al deprecabile stato generale dei rapporti stato-chiesa, la nota vaticana passava al punto principale della nota verbale tedesca. Essa negava al governo, salve espresse concessioni in proposito, il diritto di essere consultato, soltanto in nome della sovranità, sulle nomine ecclesiastiche. Proseguiva poi ribadendo la sua prassi consacrata dal tempo in materia di conquiste territoriali in tempo di guerra:

«Inoltre, la Santa Sede ha una norma ed una prassi costante di diritto, di prudenza e di rispetto, determinata dai più alti principi morali e giuridici, secondo cui, quali che siano gli accordi o i privilegi richiesti dagli stati, non procede a innovazioni nella vita religiosa di un paese, in qualsiasi modo occupato o annesso in seguito ad operazioni militari, se non quando, concluse le ostilità, le nuove condizioni siano formalmente riconosciute nei trattati di pace o dagli organi internazionali competenti in materia (22).

Il rifiuto del Papa di prestarsi ad un implicito riconoscimento delle conquiste naziste fu seguito dalle previste contromisure. In un rapporto del 27 giugno 1942, il nunzio affermò che sino al giorno prima non aveva colto nessun accenno da cui dedurre che la replica del Vaticano avesse avuto corso o fosse stata ricevuta. Aveva solo notato che le pratiche relative in qualche modo al nuovi territori registravano inconsueti ritardi o erano quasi perdute nel mare della burocrazia. Ma il giorno precedente, andando a chiedere notizie dei professori polacchi arrestati all’università di Lublin, si sentì rispondere da Weizsaecker che «la decisione era che nessuna proposta o richiesta riguardante i territori che non erano appartenuti al Vecchio Reich sarebbe stata ulteriormente presa in considerazione» (23). (I 17 professori circa i quali «non era disponibile nessuna informazione» erano già stati assassinati) (24).

La decisione era di Hitler. Il 10 giugno 1942 egli aveva decretato che, dato che non aveva voluto riconoscere il diritto del Reich di controllare le nomine ecclesiastiche nei territori di nuova occupazione, il Vaticano sarebbe stato privato, come logica conseguenza, di ogni possibilità di intervenire su questi stessi territori. II Vaticano — diceva il Führerbefehl — con la sua dichiarazione secondo la quale per tutta la durata della guerra è incapace di riconoscere qualsiasi mutamento territoriale, si è automaticamente privato di qualsiasi rapporto ufficiale con i territori che sono stati incorporati o occupati dopo il settembre 1939» (25). Per stare al sicuro, Hitler applicò la norma anche alle aree annesse prima del 1939.

L’effetto pratico e immediato di questa decisione fu che le autorità locali tedesche furono autorizzate a trattare soltanto con le autorità ecclesiastiche locali, ma non con qualsiasi rappresentante papale. In base allo stesso provvedimento fu negata la giurisdizione in materia al Ministero per gli Affari Ecclesiastici (il cui capo, Hanns Kerrl, morì nel dicembre del 1941).

Dovevano ancora passare tre angosciosi anni di guerra. Per quanto riguarda il Vaticano, si verificarono in Europa orientale molti eventi nei quali erano in gioco interessi vitali, ma nei quali era impossibilitato ad interferire. Una delle conseguenze fu quella di dover lasciare i cittadini polacchi nella convinzione che il loro Papa non stesse facendo niente per loro. Pochi di loro seppero che la ragione era che il Papa si era rifiutato di riconoscere l’annessione tedesca del territorio polacco. Durante la guerra, infatti poco si seppe dell’impasse esistente tra Roma e Berlino in questo periodo del 1942.

I nazisti «baluardo contro l’invasione bolscevica»

La battaglia di Stalingrado, terminata con la resa dell’intera Sesta Armata agli ordini del Feldmáresciallo Friedrich von Paulus ai primi di febbraio del 1943, segnò l’inizio della posizione difensiva dei nazisti. Rappresentò anche un’improvvisa svolta della propaganda nazista che da questo momento in poi concentrò i suoi sforzi sugli orrori che sarebbero derivati all’umanità se le orde Rosse si fossero riversate sull’Europa occidentale in Seguito alla sconfitta delle forze tedesche. Goebbels ricorda riel suo diario, in data 4 marzo: «La nostra propaganda sta ottenendo un successo enorme».

In contrasto con gli sforzi propagandistici al di fuori della Germania in questi ultimi anni di guerra, con i suoi appelli agli europei perché contribuissero a salvare il continente dal bolscevismo, Berlino non prese mai in seria considerazione l’ipotesi di sollecitare l’appoggio della Santa Sede. La suprema leadership nazista non manifesto mai l’intenzione di rivedere la sua politica antireligiosa. Si rimane colpiti dall’immobilismo della politica nazista, anche in quest’ora di pericolo. Il tema della difesa dell’Europa si limitava a perseguine intenti propagandistici all’estero ed una funzione di sostegno morale in patria. Quando Hitler e Mussolini si incontrarono in aprile, lo staff di Mussolini propose di fare un qualche proclama per sostenere il consenso. Propose di proclamare l’indipendenza della Polonia, degli stati baltici e dell’Ucraina e la fine della persecuzione razziale (cioè degli ebrei). Ma gli italiani ebbero modo di conoscere la dura intransigenza nazista, quando Ribbentrop disse loro che queste proposte erano inammissibili (26).

Nella Polonia cattolica che si opponeva al sovietici tanto per motivi politici che per motivi religiosi, le parole caddero nel vuoto. Il Governatore Generale, Hans Frank scrisse a Hitler il 19 giugno 1943 sollecitando una drastica revisione della politica polacca, che comprendesse un nuovo atteggiamento nei confronti della Chiesa. «Per ottenere l’appoggio polacco, egli scriveva, è necessario, se non proprio la cooperazione della Chiesa, almeno un atteggiamento legale» (27). Il suo appello non ottenne alcun riscontro pratico. Una lunga istruzione fatta uscire dal ministero per la Propaganda nel febbraio 1944 sul come organizzare una colossale campagna in Polonia per lanciare un «movimento popolare europeo contro il bolscevismo», non conteneva alcuna indicazione volta a sollecitare il sostegno della Chiesa e in generale non faceva alcuna menzione agli asseriti elementi religiosi della propaganda nazista. La campagna (dal nome di codice Aktion Bertha) non fu mai realizzata (28).

Insomma, durante la ritirata orientale del 1943-44, il regime nazista o non volle o non poté cambiare la sua politica. Non fece aperture o concessioni in nessuna direzione, né politica, né religiosa o umanitaria. Tra le altre cose, non era assolutamente disposto a fare concessioni al Vaticano. E qui, pertanto, su quali basi si poteva attribuire valore alla propaganda nazista? Nell’alta burocrazia tedesca c’erano poche persone che pensavano necessaria una politica di conciliazione. Il processo di Norimberga ci ha aiutato a identificarne alcune. Una era il generale delle SS Walter Schellenberg il quale era capo del servizio di informazione segreto nazista all’estero; un’altra era Wilhelm Hoettl, incaricato del servizi segreti del Partito in Italia; c’era poi il Lt. delle SS generale Karl Wolff; in genere quei tedeschi per la maggior parte nazisti, che lavoravano in Italia. Essi volevano una rapida conclusione della guerra e speravano di poter trovare una base per un appoggio da parte del Vaticano. Hoettl testimoniò a Norimberga a favore del suo ex capo, Ernst Kaltenbrunner, che, su sua (di Hoettl) pressione, nella primavera del 1943 aveva raccomandato ad Hitler di «addivenire ad un mutamento nella politica ecclesiastica, così da poter contare sul Vaticano come negoziatore di pace». Egli disse che Himmler si oppose violentemente a questo suggerimento. Un passo analogo di Weizsaecker, aggiunse, incontrò lo stesso destino (29).

Il barone Ernst von Weizsaecker si dimise da Segretario di Stato per divenire, nell’aprile del 1943, il nuovo ambasciatore del Reich in Vaticano, in sostituzione del malaticcio Diego von Bergen, il quale morì poco dopo. Egli ha scritto di aver cercato il posto in Vaticano poiché esso offriva la possibilità di lavorare per una rapida pace, attraverso i contatti internazionali che vi si potevano tenere (30). Molti di coloro che lo conobbero sono convinti che egli non avesse assolutamente nessuna simpatia per il sistema nazista. Tuttavia i suoi sentimenti antinazisti non assunsero mai una forma aperta ed egli rimase sino alla fine il rappresentante ufficiale del Reich. Tra i suoi obiettivi, forse condannato all’insuccesso sin dall’inizio, c’era quello di convincere Berlino della possibilità di conseguire la pace con Ia mediazione del Vaticano. Una base su cui fondare l’accordo, secondo Weizsaecker, era costituita dal pericolo comunista. I suoi dispacci riflettono questa strategia sin dal giorno in cui presentò le sue credenziali.

Secondo quanto Weizsaecker riferì a Benlino circa la sua prima udienza papale, il Papa lo stette ad ascoltare per mezz’ora, senza tradire alcuna emozione. «Solo nel discutere sulla lotta contro il bolscevismo, le sue reazioni si tradussero nel riconoscimento di un interesse comune con il Reich» (31). Weizsaecker non cita alcuna parola del Papa. In verità, si trovano nei rapporti della missione vaticana una mezza dozzina di riferimenti in cui si fa cenno a una preoccupazione del Vaticano, cioè del Papa o di Maglione, per il pericolo bolscevico e a una fiducia del Vaticano nel baluardo che la Germania era ritenuta rappresentare contro questo pericolo. Ma nessuna di queste affermazioni dei pretesi sentimenti vaticani si avvale di una citazione diretta e di prima mano; alcune di queste affermazioni sono di terza mano o di natura generica, le rimanenti sono chiaramente interpretazioni a proprio uso e consumo che accentuano il preteso Alpdruck (incubo) del comunismo del Papa. Se il Papa disse tali cose ad altri, perché non le avrebbe dette all’unica persona alla quale sarebbero risuonate come una musica, vale a dire all’ambasciatore tedesco, colui che non avrebbe perso tempo nel riferirlo a Berlino? Ma Weizsaecker non attribuisce mai alcun sentimento del genere alle fonti ufficiali del Vaticano. Per di più, Weizsaecker neppure una volta fa menzione di una qualche mossa del Papa rivolta contro i nazisti, ma al contrario tenta di illustrare con quanta benevolenza il Papa trattasse i tedeschi.

Le storie infondate dell’interesse del Vaticano a mantenere la Germania unico baluardo contro il bolscevismo devono pertanto essere interpretate essenzialmente in funzione della propaganda anticomunista dri nazisti e in particolare della strategia personale dell’ambasciatore del Reich.

In una lettera personale indirizzata a me il 16 luglio 1964, Sigismund von Braun, già collaboratore di Weizsaecker in Vaticano e oggi osservatore della Repubblica Federale presso le Nazioni Unite, contesta questa interpretazione dei dispacci di Weizsaecker.

«I telegrammi di Weizsaecker, naturalmente, si riferiscono solo a ciò che il Vaticano pensava del comunismo. Non c’era alcun motivo di telegrafare a Berlino ciò che la Curia pensava del nazismo. Weizsaecker e i suoi interlocutori della Segreteria di Stato vaticana erano completamente d’accordo nel condannare il nazionalsocialismo. Del fatto che nulla di ciò traspaia dai telegrammi di Weizsaecker in patria, non si deve dedurre che non si dicesse nulla o che le opinioni drl Vaticano sul comunismo e sul nazismo fossero sbilanciate in favore del nazismo. Comunque Ia Curia, nel 1943, aveva riconosciuto benissimo i pericoli che minacciavano il mondo da parte dell’Unione Sovietica, e anche su questo punto il Papa e Weizsaecker erano d’accordo, sebbene si trovassero in un certo senso in campi apposti».

In altri termini, i rapporti di Weizsaecker erano calcolatamente unilaterali e incompleti. Ma, se è vero che Il vero giudizio del Papa sul regime nazista fu censurato e non poté venire alla luce, non potrebbe essere stato distorto e riferito fuori del suo contesto anche il giudizio sul comunismo? Weizsaecker, ad esempio, stese i suoi rapporti con li deliberato intento di destare a Berlino la speranza di una pace mediata dal Vaticano. In vera, lo zelo e l’ingenuità quasi patetici con cui raccoglieva e utilizzava le citazioni rende ancor più significativo il fatto che non abbia citato neanche una volta su questo punto un portavoce ufficiale del Vaticano (32).

Ci sono chiaramente molte cose da apprendere dagli ancora non disponibili documenti degli archivi vaticani relativamente al fatto se la mentalità di Pio XII e dei suoi collaboratori ufficiali sia adeguatamente rappresentata in questi insoddisfacenti dispacci di Weizsaecker, che in fondo sono rapporti studiati di un ambasciatore dalla posizione ambigua. Pio XII, come Winston Churchill, era pienamente consapevole dei pericoli di un’egemonia sovietica in Europa. Resta la questione di come egli concepisse il ruolo postbellico della Germania a questo proposito.

Nello stesso periodo, gli organi vaticani, la radio vaticana e l’Osservatore Romano non dissero nulla che potesse in qualche modo lasciar credere che la Germania, e implicitamente il sistema nazista, fossero considerati in quegli ambienti come il «baluardo» contro i bolscevichi.

Anzi, fu proprio quando i nazisti accampavano la pretesa di essere Ia sola speranza dell’Europa contro la invasione bolscevica, che le relazioni del Vaticano con Berlino registrarono la loro più profonda decadenza. In data 2 marzo 1943, il Cardinale Segretario di Stato Luigi Maglione mandò al ministro degli Esteri von Ribbentrop la più dura lettera di protesta che arrivò da Roma nel corso della guerra (33). Parlò delle disastrose condizioni dei cattolici tedeschi e polacchi nel Warthegau (popolazione di 10 milioni) e in altre regioni annesse o occupate dal Reich. Qui Martin Bormann e la Cancelleria del Partito avevano mano libera nel portare avanti la loro concezione di ciò che Ia religione avrebbe dovuto essere nel perfetto Stato nazionalsocialista. Precedentemente, in data 8 ottobre 1942, Maglione aveva scritto una protesta analoga, che si concludeva con la affermazione che se la situazione non fosse migliorata, la Santa Sede si sarebbe trovata costretta, seppure controvoglia, «ad abbandonare l’atteggiamento di riserbo sin qui tenuto» (34). Ma questa lettera non fu indirizzata a Ribbentrop bensì all’ambasciatore tedesco. Berlino rimbrottò il suo inviato a Roma per aver accettato la lettera papale, dato che essa trattava dell’argomento proibito dei territori orientali (35).

Proprio per questo motivo l’Ufficio degli Esteri respinse dopo pochi giorni la lettera del 2 marzo a Maglione, dichiarando che essa era irricevibile. Il 17 aprile Maglione scrisse al nunzio: «Il governo del Reich, pertanto, persiste nel cercare di rendere impossibile alla Santa Sede la cura degli interessi religiosi di paesi occupati, cerca cioè di impedirle il mandato divino che essa ha di salvaguardare i diritti di tutti i cattolici. Sua Eccellenza comprende quanto ciò offende l’Augusto Capo della Chiesa, e quanto profonda è la pena che gli procura. Io, pertanto, incarico Sua Eccellenza di informare il governo del Reich per iscritto: 1) che il gesto compiuto dal Ministero degli Esteri non è un gesto amichevole nei confronti della Santa Sede; 2) che la Santa Sede da parte sua, in considerazione del modo in cui la lettera sunnominata è stata consegnata e del tempo per il quale e stata trattenuta, ritiene tale documento regolarmente giunto a destinazione» (36).

Il Vaticano era a quel tempo preparato a veder Hitler interrompere i rapporti diplomatici, espellere il nunzio e ripudiare il concordato? Era .preparato, da parte sua, a prendere una simile iniziativa? Nel suo rapporto giornaliero del 17 marzo, col quale restituiva la lettera di Maglione, Weizsaecker affermava che «il nunzio ha finalmente accettato la lettera. Ha poi cambiato argomento e ha lasciato il mio ufficio con una considerazione malinconica, la quale potrebbe essere interpretata come espressiva della sua convinzione che i giorni della sua permanenza a Berlino sono contati» (37).

Il tipo di linguaggio usato nella corrispondenza può apparire del tutto sottomesso a chi non abbia consuetudine con lo stile vaticano. Ma nel 1904 una lettera diplomatica stesa in termini ancora più discreti aveva provocato la rottura dei rapporti diplomatici con la Francia e la denuncia di un concordato secolare. Molti si chiedono tuttavia perché di fatto, dopo questo genere di trattamento, non sia stato Pio XII stesso ad assumersi la responsabilità di una rottura aperta con Hitler e di una denuncia del concordato. In primo luogo, le aree a cui le lettere si riferivano erano precisamente quelle aree a cui non si applicava il concordato del 1933. Per quanto riguarda la Germania di prima del 1939, dove il concordato era ancora formalmente in vigore, Pio XII stesso diede una risposta a tale quesito. Nella sua allocuzione del 2 giugno 1945, immediatamente successiva alla capitolazione tedesca, egli dichiarò:
«Di fatto, malgrado tutte le violazioni subite, il concordato del 1933 dava ai cattolici un fondamento giuridico alla loro difesa, costituiva una roccaforte dietro la quale proteggersi nella loro opposizione — per quanto era possibile — alla crescente campagna di persecuzione». Per disprezzato che fosse dai nazisti, l’accordo rimaneva tecnicamente e formalmente in vigore e costituiva un elemento relativamente frenante nei confronti delle prevaricazioni naziste, soprattutto se si fa il confronto con le misure draconiane adottate contro la Chiesa nel Warthegau, dove l’accordo non veniva applicato.

L’opinione pubblica mondiale restò completamente all’oscuro di questa controversia sino alla fine della guerra, quando il Vaticano consegnò la corrispondenza ad esso relativa al Tribunale di Norimberga. È interessante fare delle considerazioni di ciò che avrebbe potuto accadere se ci fosse stata una fuga di notizie nel 1943. Il fatto che il Vaticano abbia deciso di tenere la bocca chiusa in quei frangenti, può far propendere alcuni ad interpretare la disputa come un battibecco familiare tra spiriti fondamentalmente compatibili. Altri potrebbero interpretare il silenzio del Vaticano come giustificato dal timore che, parlando apertamente, la difesa nazista contro il comunismo sarebbe risultata indebolita e l’Europa avrebbe corso maggiori pericoli. Io ritengo piuttosto che un’istituzione di antica data, con una lunga esperienza di rapporti con governi persecutori, abbia il diritto di aspettarsi spiegazioni più intelligenti e più penetranti della sua condotta. In ogni caso, la corrispondenza pubblicata aiuta a spiegare perché, nel 1943, con le spalle al muro, il regime nazista non abbia fatto un passo per sollecitare l’appoggio del Vaticano contro i Rossi.

Dall’occupazione di Roma alla capitolazione (quinta fase)

Il 4 giugno 1944 le truppe alleate entrarono in Roma e sottrassero il Papa al controllo dei nazisti. Nella stessa prima settimana di giugno si ebbe lo sbarco degli alleati in Normandia. La storia della liberazione di Roma e dei negoziati che portarono alla sua smilitarizzazione da parte del comando militare tedesco in Italia, e tutta quanta la storia dell’occupazione tedesca di Roma, è trattata più approfonditamente altrove. Una parte notevole di questa storia e gia stata scritta da mons. Alberto Giovannetti in Roma città aperta, Milano, 1962. Perché Hitler non abbia riservato a Roma lo stesso destino che aveva pensato di riservare a Parigi, e perché il Papa non sia stato rapito, come suggerivano alcuni nell’entourage del Führer, sono altri aspetti di questa fase della guerra che meritano un’attenzione separata, quale non si può qui riservare.

Con la presenza a Roma di nuove forze, la neutralità della Città del Vaticano e della Santa Sede doveva essere riaffermata. II 7 giugno, una dichiarazione autorevole dichiarava che dall’inizio della Guerra Mondiale la Santa Sede aveva mantenuto un atteggiamento di «stretta imparzialità» in ordine alla guerra. La dichiarazione continuava: «La chiara politica della Santa Sede è sempre stata quella di mantenere immutato questo atteggiamento di neutralità nei confronti di qualsiasi autorità militare abbia avuto il controllo effettivo della città di Roma. La Santa Sede confida di poter continuare questa attività spirituale nel mondo mediante regolari e liberi contatti con i suoi rappresentanti nelle varie nazioni e con l’episcopato della Chiesa cattolica di ogni paese» (38).

Nel chiedere la possibilità di mantenere i suoi collegamenti con tutti i paesi — come i tedeschi avevano permesso quando erano padroni a Roma — il Vaticano aveva particolarmente in mente la probabilità di un prossimo armistizio. Da questo momento, comunque, fu chiaro al Vaticano che il regime di Hitler era condannato e che i negoziati con Berlino, qualora ci fossero stati, avrebbero dovuto necessariamente prendere in considerazione il decesso del regime nazista. Pochi giorni prima della liberazione, nella sua allocuzione annuale del 2 giugno ai Cardinali in occasione del suo onomastico, Pio XII sollevò moltissime critiche nei paesi alleati poiché le sue parole furono interpretate come una mossa in favore di una «pace morbida» con la Germania. Infatti, dopo aver sottolineato le difficoltà materiali e la situazione di indigenza di Roma e dintorni, e prevedendo chiaramente una disfatta tedesca, egli deprecò lo spirito di vendetta e scoraggiò l’idea di una «completa vittoria» o di una «completa distruzione». Ciò, egli riteneva, avrebbe solo prolungato la guerra, sarebbe costato inutilmente altre vite umane da entrambe le parti e avrebbe creato le premesse di un altro conflitto mondiale.

Pio XII dubitava della saggezza della formula di Resa Incondizionata di Casablanca (gennaio 1943), tanto più che essa non era stata ben definita. Egli era assai più favorevole ad una pace politica o negoziata che ad una stabilita esclusivamente dalla decisione delle armi. in questa conclusione egli non era naturalmente solo. Molti leaders alleati non approvavano questa formula e molti credevano, a ragione o a torto, che essa costituisse un approccio errato al problema della pace. Gli sforzi del Papa per utilizzare i suoi contatti ora quasi quotidiani con i leaders alleati che passavano da Roma (compreso Winston Churchill che ebbe un’udienza di 35 minuti il 23 agosto) si scontrarono con l’inflessibile determinazione alleata di portare avanti la guerra sino alla resa completa, senza altri negoziati che non fossero quelli finalizzati alla capitolazione militare.

Fu in questi intensi mesi compresi tra il giugno 1944 e il giugno 1945 – un lungo anno pieno di eventi drammatici – che la minaccia di una spaccatura tra gli Alleati interessava in modo costante americani ed inglesi. Una pace separata sia con gli angloamericani che con i sovietici rientrava naturalmente nei desideri del nazisti. Nell’aprile del 1944, Goebbels aveva già inviato a Hitler un memorandum di 41 pagine nel quale sosteneva che sé una pace con Churchill era impossibile, un accordo con Stalin era invece possibile (39). Sembra che questa sua «soluzione orientale» fosse condivisa da Martin Bormann. Altri tedeschi vedevano la via d’uscita in un accordo con l’occidente. In tale accordo era implicita l’esclusione dei sovietici dall’Europa, se non una conversione di fatto del fronte contro i sovietici.

Per quanti aderiscono alla teoria dell’«ossessione» anticomunista, considerandola la chiave interpretativa delle relazioni del Vaticano con il Reich tedesco, i piani per rivolgere il fronte contro 1’URSS avrebbero dovuto avere una speciale attrattiva, la quale avrebbe dovuto tradursi in un’azione concreta. Altri leaders politici come Franco in Spagna e alcuni politici balcanici filooccidentali caldeggiavano questa soluzione. Il generale Lt. delle SS Karl Wolff, che propose la capitolazione delle forze tedesche nel nord Italia, riteneva che gli Alleati avrebbero potuto fare la pace con Hitler, assegnando come contropartita al Führer il compito di condurre la lotta contro i bolscevichi. Tuttavia non esiste alcuna indicazione che Wolff sia stato mai incoraggiato in questa direzione o in altra analoga da Pio XII. Inoltre, in questo momento dell’ultimo anno di guerra, si diffuse la voce di un possibile accordo tra il Vaticano e il Cremlino, senza alcuna recisa smentita da parte del Vaticano.

Nel febbraio del 1945 Ribbentrop mandò all’ambasciata presso il Vaticano quella che Weizsaecker definì la sua ultima istruzione politica. In un lungo telegramma, il ministrò degli esteri del Reich chiese a Weizsaecker di far passare l’idea di una pace separata con l’Occidente, da far seguire da un’azione contro i sovietici. Egli propose che gli Alleati permettessero alla guerra di esaurirsi in Occidente, per terra e per aria; se non avessero accettato, Hitler avrebbe rovesciato la sua politica e avrebbe portato la Germania ad una deliberata bolscevizzazione. «L’intera proposta, che io ero incaricato di portare avanti — scrive Weizsaecker nelle sue memorie — era completamente irrealistica» (40). Weizsaecker non ci dice se ventilò questa proposta al Vaticano. Se lo fece, la reazione non poté che essere completamente negativa, dato che nella risposta dell’ambasciatore a Ribbentrop egli asseriva che nessuna pace del genere era realistica senza «un ricambio di persone» nel Reich.

Assistenza umanitaria nella zone occupare dai nazisti

In tempo di guerra, chi è in posizione di neutralità ha l’opportunità di assistere le vittime della guerra in un modo che e impossibile ai belligeranti all’interno de sui mezzi limitati, e secondo le sue lunghe tradizioni, la Santa Sede cercò sin dai primi giorni di alleviare le sofferenze del feriti e dei prigionieri; programmò anche interventi in favore delle popolazioni civili delle aree devastate dalla guerra. Cercò in particolare di dare un segno visibile del suo interessamento e della sua compassione attraverso le visite del rappresentanti del Papa ai campi dei prigionieri di guerra. Nella maggior parte dei casi, gli Alleati collaborarono permettendo la trasmissione di cibo, indumenti e messaggi. Notevole fu la loro prontezza nell’accogliere i rappresentanti pontifici e nel fornire garanzie che gli aiuti avrebbero raggiunto i loro destinatari.
br> L’esperienza del Vaticano con i nazionalsocialisti fu invece quasi dappertutto negativa. Nel gennaio del 1941, il nunzio pontificio Mons. Orsenigo visitò un campo vicino a Monaco dove diverse centinaia di preti e di studenti di teologia francesi erano raccolti in qualità di prigionieri di guerra. Ma anche questo tipo di prigionieri era sotto il controllo dell’autorità militare e così questa visita fu definita un’eccezione alla regola che proibiva ai membri del corpo diplomatico accreditato a Berlino di visitare i campi. Richieste di visitare Sachsenhausen e Dachau, dov’erano incarcerati preti tedeschi e polacchi, furono respinte. Il punto di vista nazista era che i campi di concentramento erano un affare interno e non interessavano le poténze straniere o le organizzazioni internazionali. Solo negli ultimi mesi della guerra, agli inizi del 1945, la Croce Rossa Internazionale poté prendere contatti con i capi dei vari campi di concentramento. Tra questi c’era il famigerato capo di Auschwitz, Rudolf Hoess, il quale naturalmente non lasciò trapelare alcun sospetto circa la vera natura del suo campo.

Un analogo disprezzo dell’interessamento benefico del Papa ebbe modo di manifestarsi quando il Vaticano cercò di aiutare i tedeschi e di placare il dolore e ’incertezza delle famiglie tedesche coinvolte nella tragedia della guerra. Sia la Gestapo che il Ministero per la Propaganda rifiutarono al Vaticano il permesso di far giungere messaggi alle famiglie dei prigionieri internati nei campi alleati. Persino gli elenchi dei prigionieri di guerra trasmessi per radio, che avrebbero portato ai parenti Ila notizia che i loro cari erano per lo meno vivi, non erano graditi alle autorità naziste. Queste affermarono che il popolo tedesco non aveva bisogno di ricevere benevolenza da mani straniere e che le madri e le mogli tedesche erano abbastanza eroiche da sopportare l’incertezza del destino toccato ai loro figli e ai loro mariti. Al Papa non fu permesso di mandare in Germania le migliaia di cartoline e di biglietti che gli erano giunti attraverso le nunziature e le delegazioni in Inghilterra, Nord America, Nord Africa, Medio Oriente, India e Australia. Anche durante l’occupazione tedesca di Roma, non fu concessa alcuna facilitazione per la trasmissione di questi messaggi mediante trasporto militare. Gli elenchi, pertanto, si accumularono inevasi nei magazzini vaticani. Solo all’inizio del 1945 fu permesso alla Radio vaticana di trasmettere tali messaggi in Germania.

Questo è un esempio di durezza di cuore che a suo tempo non poté essere pubblicizzato, per timore di pregiudicare un possibile futuro ammorbidimento della linea politica. Ancor oggi l’arbitrario rifiuto da parte nazista dei tentativi di recare sollievo compiuti dal Papa, è poco conosciuto. Fino agli ultimi mesi della guerra, la politica dei nazisti fu deliberatamente ispirata alla ruvidezza che, si pensava, garantiva la condiscendenza al governo nazista, mentre la compassione era solo un invito all’indisciplina e alla rivolta. Un rapporto della Croce Rossa Internazionale relativo all’ultimo periodo (marzo 1945) afferma che i negoziati a Berlino confermavano l’esistenza di due correnti che si scontravano costantemente. Il primo gruppo sosteneva una politica di trattamento umano e corretto come prescritto dagli accordi internazionali, e in particolare era favorevole alla collaborazione con la Croce Rossa. L’altro gruppo credeva che fosse necessario avere cuori e nervi di acciaio per combattere sino all’ultimo senza alcuna considerazione per i sentimenti umani e senza fare alcuna concessione alla propaganda straniera o a qualsiasi ideologia umanitaria. Al primo gruppo, afferma la Croce Rossa, apparteneva il generale delle SS Walter Schellenberg, il quale esercitava influenza su Himmler; ma a capo dei «duri» c’erano Hitler e Bormann (41). E fu la linea di Hitler e Bormann a caratterizzare la politica nazista per la maggior parte della guerra.

Le note diplomatiche ora requisite a Bonn sono mute testimonianze dei vari tentativi da parte vaticana tramite il nunzio Orsenigo di ottenere grazia per i condannati a morte, libertà per i prigionieri, o altre concessioni umanitarie. Gli appelli per le vittime della guerra, come le proteste per la persecuzione e per le violazioni del concordato, rimasero senza risposta. Weizsaecker ci disse di aver deliberatamente régistrato ogni appello a titolo di testimonianza, anche se sapeva che non ne sarebbe venuto fuori niente e che l’informazione richiesta, da cui tanto dipendeva, non avrebbe avuto seguito.

Alle udienze del processo di Norimberga vari testimoni sottolinearono l’atteggiamento inflessibile che regnava a Berlino e nella Cancelleria del Reich di Hitler a proposito di queste proteste. Le candide affermazioni del Ministro degli esteri von Ribbentrop fatte nel corso del suo interrogatorio preprocessuale del 5 ottobre 1945, appaiono del tutto credibili alla luce degli altri documenti trovati negli archivi, con la loro descrizione dell’intransigenza di Hitler, spinta sino al fanatismo, nei confronti di tutte le lamentele provenienti dal Vaticano. Alcuni estratti possono fare il punto meglio di un riassunto (42).



D. Ricevette dal Vaticano una comunicazione in data 2 marzo 1943 che richiamava la sua attenzione su un lungo elenco di persecuzioni di vescovi e di preti, quali imprigionamenti ed esecuzioni, e altri impedimenti del diritto di libertà religiosa?
Ribbentrop: In questo momento non lo ricordo con precisione, ma so che avevamo un intero cassetto pieno di proteste del Vaticano.
D. Fece un’indagine per accertare se erano vere?
Ribbentrop: Francamente, mi era impossibile affrontare il Führer sull’argomento del Vaticano.
Esso andò così lontano che io posso dire questo: quando nel 1941 fu creato il Ministero per l’est, il Führer dispose che tutte le questioni vaticane relative ai territori dell’est non fossero più esaminate da noi; per cui avvicinare il Führer con una di queste proteste era assolutamente inutile. Esse arrivarono continuamente al Führer e ai consigli del Partito, ma avvicinare il Führer su qualcuna di queste faccende era del tutto impossibile, ed egli mi disse una o due volte «Questa è una faccenda meramente interna che non è di vostro interesse». Ripetutamente.
D. Lei rispose alle proteste papali?
Ribbentrop: Penso che a molte non risposi. Un buon numero.
D. Vuol dire che non poteva nemmeno discutere col Führer le relazioni con il Vaticano, nonostante l’importanza che queste avevano per gli affari esteri e per il resto del mondo?
Ribbentrop: Devo dirlo, assolutamente, al cento per cento. No…

Il barone Steengracht von Moyland, successore di Weizsaecker come Segretario di Stato, disse che un giorno in cui ad Hitler vennero presentate delle proteste papali, egli dichiarò semplicemente «Sono tutte una ottusa menzogna», e le mise da parte (43).

Il punto morto esistente nelle relazioni nazi-vaticane registrò dei peggioramenti man mano che la guerra si sviluppò, sia che i nazisti avessero dei successi, sia che fossero sconfitti. La maggior parte delle proteste, degli appelli e degli interventi documentati negli archivi riguardano personalità e pubblicazioni cattoliche. Altri trattano di individui per i quali erano stati fatti al Papa degli appelli speciali. Ciò non deve sorprendere, dal momento che degli appelli in favore di altri possono essere facilmente ignorati, senza che il provvedimento sia passibile d’inchiesta, riguardando questioni interne e andando oltre la competenza del Vaticano. In quest’ultima fattispecie rientrerebbe la posizione degli ebrei.

Le note relative alle proteste papali, conservate con tanta cura da Weizsaecker, alle quali facciamo riferimento, citano poche volte del casi di ebrei. Ciò sta a significare che non furono fatti appelli o, forse, che Weizsaecker preferì non lasciare alcuna testimonianza scritta di questi interventi? Questo è uno di quei casi che le testimonianze ancora inedite del Vaticano potrebbero contribuire a risolvere. In considerazione del documentato e riconosciuto sostegno dato dal Vaticano ai rifugiati degli altri paesi antisemiti europei, sembra strano che in questo caso non si abbiano segni di un qualche intervento papale.

Tenendo conto della generale non-collaborazione dei nazisti di fronte agli appelli del Vaticano in favore dei suoi vescovi e dei suoi preti, non dovrebbe sorprendere che i nazisti abbiano ancor meno prestato orecchio all’intercessione vaticana in favore degli ebrei. Orsenigo fece l’esperienza di essere duramente ripreso per essersi intromesso in faccende che agli occhi dei nazisti non lo riguardavano. Ciò comunque non gli impedì completamente di presentare, dietro istruzioni del suo capo a Roma, istanze umanitarie nelle quali la posizione degli ebrei era citata, in termini diplomatici ma, non di meno, chiari. Ad esempio, un memorandum del barone Adolf Steengracht von Moyland, in data 19 luglio 1944, ci informa che gli Stati Uniti avevano scongiurato il Vaticano di chiedere ai nazisti di trattare gli internati nei campi di concentramento tedeschi e dei paesi occupati secondo le norme della convenzione di Ginevra, cioè di concedere loro di ricevere pacchi e comunicazioni, ecc. Steengracht ricorda che espresse la sua meraviglia per il fatto che il Vaticano si fosse permesso d’essere strumentalizzato dalla propaganda americana. Il nunzio, egli aggiunge, replicò che «l’intervento riguardava ovviamente quelle persone che erano state tratte in arresto a causa della loro razza, della loro religione o dei loro principi politici» (44).

Nulla lascia credere che questa richiesta abbia sortito un esito più favorevole delle precedenti, fossero esse in favore di ebrei o di cattolici. In realtà, può destare meraviglia il fatto stesso che si sia compiuto questo tentativo dell’ultima ora, se non si tiene conto che questo era il momento in cui Pio XII stava usando la sua influenza — con successo, visti i risultati — con l’Ammiraglio Horthy a Budapest per bloccare la deportazione imminente degli ebrei ungheresi (45). In effetti, il Vaticano ebbe miglior fortuna intervenendo in favore degli ebrei con i regimi satelliti, attraverso i suoi rappresentanti diplomatici a Vichy, Budapest, Bratislava, Bucarest e altrove. Ma questa è una faccenda che va oltre i limiti del presente studio.

Osservazioni conclusive

In questo studio, ho cercato di tracciare le linee principali della politica vaticana nei confronti del regime nazista nei vari periodi della guerra, assumendo come punto di partenza la dichiarata neutralità ufficiale del Vaticano. Alcune conclusioni illuminanti — io credo — si possono tirare dal modello emergente dai drastici cambiamenti intervenuti in questi sei anni nella scena politica. Se per caso la Santa Sede ebbe una simpatia latente per il nazismo o lo considerò un alleato in qualche modo attendibile contro il bolscevismo, va quanto meno detto che riuscì mirabilmente a confondere lo storico. Quando le fortune naziste erano all’apogeo, la Santa Sede insisteva ne sottolineare la sua neutralità. Neanche nelle ore della massima prosperità nazista ci fu il minimo segno che il Vaticano accettasse, o ancor meno salutasse con favore, una vittoria di Hitler. Quando più tardi l’esca dell’anticomunismo fu fatta cinicamente ciondolare davanti a tutta l’Europa, Ia pretesa ossessione anticomunista del Vaticano rispose decisamente poco alle attese. Quando la Germania si pose, dopo Stalingrado, come l’unico baluardo della civiltà occidentale contro le avanzanti orde rosse, il Vaticano mantenne la sua linea. Sollecitato a dare una mano nel dividere gli Alleati così che il fronte potesse essere rivolto, con i nazisti, contro l’Unione Sovietica, ancora una volta il Vaticano restò sordo. Il rifiuto opposto dal Papa alla richiesta di Hitler che il Vaticano riconoscesse le annessioni tedesche è ancor più significativo in quanto comportava la rinuncia alla possibilità di intervenire nella vita della Chiesa di quelle regioni.

Alcuni affermano che il Papa agì con questa cautela poiché ebbe l’intelligenza di nascondere i suoi veri sentimenti, o che era un realista e sapeva che Hitler non avrebbe vinto. Siffatte spiegazioni semplicistiche di problemi tanto complessi non soddisfano lo storico.

La coerente neutralità del Vaticano non era dettata da opportunismo, ma era di principio. Né si trattava semplicemente di seguire la linea di minore resistenza, poiché ciò richiedeva un coraggio straordinario e una eccezionale fermezza da parte di Pio XII nel mantenere un atteggiamento coerente contro le tremende tempeste che in quegli anni si rovesciarono sulla Chiesa. Gli episodi riferiti nelle pagine precedenti danno un’idea del tipo di pressioni che venivano esercitate sul Papa da tutte le direzioni.

Per il Vaticano, la neutralità ufficiale non significava indifferenza morale per le tragedie e i crimini che si accompagnavano alla guerra. Vi sono alcuni che sostengono che il Papa, in virtù della sua autoproclamata autorità religiosa e morale, avrebbe dovuto esprimersi più apertamente, decisamente e concretamente su alcune delle maggiori atrocità della guerra, avrebbe cioè dovuto uscire dal suo «silenzio». Essi lo condannano, di fatto, per non aver gettato il peso della sua autorità nel giudicare apertamente l’aggressore e lo sterminatore. In altre parole, nessuno, e particolarmente un leader morale, aveva il diritto di essere neutrale in quel tragici giorni. Questa è una posizione teoricamente legittima, anche se discutibile. Chi scrive ha pubblicato altrove Ia sua opinione in materia, per quanto riguarda Pio XII. Qui, in un testo a carattere eminentemente storico, credo mi sia lecito rinviare tali questioni etiche e di principio ad una altra sede. Vorrei solo osservare che la neutralità gode di uno status rispettabile e consolidato nel diritto internazionale. Nei duri e crudeli tempi di guerra, la comunità umana ha bisogno di alcuni centri di calma, di alcuni angeli di misericordia, in grado di servire gli afflitti di entrambe le parti senza essere imperiosamente costretti dall’una o dall’altra parte a costituirsi giudici morali delle nazioni. Nel restare, come fece, al di fuori del conflitto tra le parti contendenti, il Vaticano poteva legittimamente appellarsi non solo alla legislazione internazionale ma ancor più alle sue consolidate tradizioni.

La neutralità era, di conseguenza, necessaria alla Santa Sede non come un mezzo per evitare responsabilità o per sottrarsi a decisioni difficili, quanto piuttosto come la condizione indispensabile per portare avanti la sua specifica missione religiosa e morale, almeno come essa la concepiva. Nella sua opera di valutazione del ruolo del Vaticano durante Ia guerra, lo storico deve porsi nella stessa ottica che il Vaticano aveva assunto durante la guerra. Ciò e indubbiamente difficile per lo storico medio non avvezzo a valutare la funzione della religione nelle questioni di carattere pubblico, ma lo sforzo va fatto, nell’intento di raggiungere un giudizio storicamente onesto ed equilibrato sugli uomini e sulle politiche.

Note

(1) Menshausen (aiuto di von Bergen) a Weizsaecker, 12 settembre 1941, «Nel suo cuore, è stato ripetutamente assicurato, Pio XII sta dalla parte delle potenze dell’Asse». Documenti sulla politica estera tedesca, 1918-1945. Serie D. Vol. XIII. p. 489.
(2) Trials of War Criminals before the Nuremberg Military Tribunals under the Council Control Law No. 10. Washington. D.C. 1945-51. pp. 520-522.
(3) P.S. - 1520.
(4) National Archives. T. - 120. Roll 314 (54688-93), 9 gennaio 1940.
(5) Weizsaecker a Bergen, 25 gennaio 1940. Ib. (239337.38); anche NG-4603.
(6) DGFP, VIII; Robert Leiber in Gente, Roma, 3 marzo 1965.
(7) Pio XII, del Cardinale Domenico Tardini, 1960, pp. 80-81.
(8) Bergen all’Ufficio degli Esteri, maggio 1941, NA T-120 Roll 314 (239432).
(9) Ib. (239433).
(10) Bergen al Ministero degli Esteri, 28 giugno 1940; ib. (239478-79); memorandum Weizsaecker, 3 luglio 1940, (2394841); anche NG-5610.
(11) St.-S. Inland I-D 18/1 (1942043).
(12) DGFP, XIII, 155.
(13) Ib., nota.
(14) The Wiener Library Bulletin, aprile 1964.
(15) DGFP, XIII, 205; anche NG-4516.
(16) Ib., p. 536.
(16 bis) Accordo del 1941 in base al quale il Presidente degli Stati Uniti poteva fornire materiale bellico al paesi Ia cui difesa considerava importante (NdT).
(17) Haidlen (Vatikan Referat) a Bergen, 15 ottobre 1941. NA. T-120. Roll 314 (240086).
(18) DGFP, XIII, 952. La storia di una pretesa intesa tra il Vaticano e il governo nazista per l’invio di preti da Roma nelle regioni occupate della Russia fu pubblicata da Eleanor Packard che, insieme con suo marito Reynolds Packard, era corrispondente dell’UP a Roma net gennaio 1943 sull’American Magazine. Questa fonte è citata nell’organo sovietico War and the Working Class, da M.B. Petrov (cfr. N.Y. Times, 10 ottobre 1944). La stessa versione apparve nel Balcony Empire, a firma di entrambi i Packard, Fascist Italy at War (Oxford, New York, 1942, p. 230). Interrogata da me a Roma nel maggio 1965, la signora Packard non fu in grado di citare nessuna autorità particolare a sostegno del suo rapporto, tranne dire che si trattava di una cosa di dominio pubblico e che era probabilmente apparsa in qualcuno dei giornali romani (controllati dal fascisti) verso la metà del 1941.
(19) Il personaggio principale della vicenda era il grande Metropolita ucraino di Lwow, Andrei Sheptytski, il quale sin dal 1939 si era servito dell’annessione sovietica dell’Ucraina occidentale per mandare all’est i suoi preti.
(20) DGFP, XIII, 381-383.
(21) NG-4516.
(22) PS-3261.
(23) NG-4563.
(24) NG-4567.
(25) NG-4576, NG-4570.
(26) Sperco W., Ecroulement d’une dictature, 88 ss.
(27) PS-437 (inedito).
(28) Yivo Institute, archivi (New York)m Occ E 2 – 63.
(29) IMT, XI, 230.
(30) Memorie di Ernst von Weizsaecker: «Va da sé che io non riferii nulla a Berlino delle mie conversazioni sulla pace, e in tutto lo riferii molto poco» (p. 286).
(31) Il modo di esprimersi tendenzioso di Weizsaecker emerge più chiaramente nel testo originale: «Das Gespräch, das gegen 1/2 Stunde dauerte, wurde vom Papst ohne sichtbare Leidenschaft, aber mit einem Unterton von geistlichem Eifer geführt, der nur bei der Behandlung der Bolschewistischenkämpfer in eine Anerkennung gemeinsamer Interessen mit dem Reich überging». (NA. T-120. Roll 361, 5 luglio 1943). Se il Papa avesse realmente tradotto in parole i suoi pretesi sentimenti, l’ambasciatore le avrebbe certamente riportate.
(32) Freiherr von Braun scrisse questa lettera per conto di Albrecht von Kessel, massimo collaboratore di Weizsaecker all’ambasciata tedesca in Vaticano. Il passo che segue, tratto da una lettera precedente di Sigismund von Braun del 24 giugno 1964, è qui riportato con il permesso del corrispondente, nell’intento di chiarire il ruolo paradossale dell’ambasciatore von Weizsaecker, così come è visto dai suoi più stretti collaboratori del periodo 1943-1944:
«1. La ragione principale per la quale egli (Weizsaecker) aveva chiesto di essere trasferito in Vaticano era la speranza che, a tempo debito, e quando fosse venuto il momento opportuno, un intervento della Santa Sede avrebbe contribuito ad abbreviare il corso della guerra e quindi a salvare la vita di molti che sarebbero altrimenti morti negli ultimissimi mesi. Egli non dubitò neanche per un istante che Hitler avrebbe perso la guerra e sapeva che l’ultimo anno sarebbe stato il più terribile dell’intero periodo. Egli pertanto era intento a preparare il terreno a Berlino affinché, se tale intervento di fatto avesse avuto luogo, i responsabili fossero almeno disposti a stare a sentire quanto veniva dalla Santa Sede o dal Papa in persona.
«2. Dal tempo della firma italiana dell’armistizio, ai primi di settembre del 1943, e specialmente dopo l’occupazione di Roma da parte dell’esercito tedesco l’8-10 settembre dello stesso anno, noi continuammo a temere che Hitler, in uno dei suoi frequenti accessi di rabbia ordinasse il rapimento del Papa e di alcuni membri della Curia Romana, un pericolo che Weizsaecker riteneva del tutto realistico.
«Queste due considerazioni lo indussero a riferire a Berlino in un senso che a) non eliminasse a priori la possibilità di una mediazione da parte del Papa e b) riducesse il pericolo di un rapimento. Egli perciò sfruttò tutte le occasioni per descrivere il Vaticano in modo che sembrasse avere delle vedute non pericolose per la Germania».
(33) PS-3264.
(34) PS-3263.
(35) Menshausen fu convocato a Berlino e ripreso da Weizsaecker, il 3 novembre 1942, per aver accettato Ia protesta del Vaticano. NG-4573.
(36) PS-3269-A.
(37) 17 marzo 1942. NG-4572.
(38) Corriere di Roma (giornale alleato), 8 giugno 1944.
(40) Weizsaecker, Memoirs, p. 299.
(41) Comité international de la Croix Rouge. Documents sur l’activité du Comité international de la Croix Rouge en faveur des civils detenus dans les camps de concentration en Allemagne (1935-1945), seconda edizione, Ginevra, giugno 1946. Serie II, No. 1, p. 95 ss.
(42) Nazi Conspiracy and Aggression. Office of the U.S. Chief of Counsel for Prosecution of Axis Criminality. Wash., D.C. (1946-1948), Vols. I-VIII, Supplements A & B. Suppl. B. p. 1235-37. Cfr. anche p. 116.
(43) IMT, X, 115.
(44) St.-S. Inland II B (277278); NG-4647.
(45) Cfr. «Pio XII e gli ebrei di Ungheria nel 1944», p. 221.

 


 
   

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