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Il grido silenzioso



 

Il segreto di Pacelli
 a cura di Antonio Socci

Rivelazioni. Quando Pio XII pensò di scomunicare Hitler. Era la primavera del ‘42. Il Papa aveva invitato un suo osservatore di fiducia sul fronte russo. Quando lesse il suo rapporto decise per un atteggiamento drastico nei confronti del nazismo. Ma poi il timore di nuove persecuzioni lo frenarono. Ecco i particolari inediti di quei giorni cruciali.

[Da «Il Sabato», 9-15 luglio 1988, pp. 30-31]

Pio XII voleva scomunicare Hitler. È un documento commovente quello che ci mostra l’avvocato Giorgio Angelozzi Gariboldi, autore di uno splendido libro (Pio XII, Hitler e Mussolini, Mursia) uscito da poche settimane, di cui sta già pensando una nuova edizione con alcune clamorose notizie inedite.

Le lacrime del Papa. Accadde nella primavera del 1942. Il Papa aveva inviato don Piero Scavizzi, cappellano di un treno ospedale del Sovrano Ordine Militare di Malta, in viaggio verso il fronte russo, a portare segretamente soccorsi alle vittime della dominazione nazista. Furono affidate a don Scavizzi grosse somme di denaro per le popolazioni (che egli nascose nella fodera del suo pastrano militare) e poi documenti e lettere del Papa per i preti e i vescovi polacchi.
Tornato a Roma don Piero Scavizzi fu segretamente ricevuto da Pio XII che in lacrime ascoltô il suo terrificante resoconto.
In procinto di ripartire ancora per la Polonia, don Scavizzi disse fra I’altro al Papa: «Santo Padre, ho parlato col cardinale Innitzer, arcivescovo di Vienna, e ho visto le devastazioni, i tentati incendi, l’insozzamento delle immagini sacre, la finestra da cui i nazisti tentarono di far precipitare l’arcivescovo. Ho parlato con l’arcivescovo di Cracovia, Sapieha, con alti prelati, religiosi, persone di diversi ceti, nei vari territori occupati da Hitler, ed ho sentito frasi dolorosissime: “Siamo completamente isolati! Monsignor Orsenigo è il solo nunzio rimasto in tutti gli Stati occupati da Hitler, ma non può comunicare con nessuno di noi, e controllato, sorvegliato; sembra un prigioniero; non ci giunge alcuna notizia da Roma, dal Santo Padre; nemmeno per radio!”».
Gli eccidi di “minorati” — proseguiva don Scavizzi — e di ebrei continuano, i poveri ebrei non hanno nemmeno la tessera alimentare perche devono morire di fame! Padre Santo, io sto per ripartire e riferirò a quanti potrò ciò che Vostra Santità soffre, ciò che Ella fa; alcuni pretenderebbero, nientemeno, una scomunica contro Hitler e contro i suoi seguaci».
Pio XII, con evidente commozione, in piedi, vicino a don Scavizzi, gli rivolge queste parole (finora rimaste sconosciute, ma che oggi assumono un valore storico enorme): «Dica a tutti, a quanti può, che il Papa agonizza per loro e con loro. Dica che, più volte, avevo pensato a fulminare di scomunica il nazismo, a denunziare al mondo civile la bestialità dello sterminio degli ebrei! Abbiamo udito minacce gravissime di ritorsione, non sulla nostra persona, ma sui poveri figli che si trovano sotto il dominio nazista; ci sono giunte vivissime raccomandazioni, per diversi tramiti, perché la Santa Sede non assumesse un atteggiamento drastico. Dopo molte lacrime e molte preghiere ho giudicato che una mia protesta, non solo non avrebbe giovato a nessuno, ma avrebbe suscitato le ire più feroci contro gli ebrei e moltiplicato gli atti di crudeltà, perché sono indifesi. Forse, la mia protesta solenne, avrebbe procurato a me una lode nel mondo civile, ma avrebbe procurato ai poveri ebrei una persecuzione anche più implacabile di quella che soffrono».
Si tratta, ovviamente, di un documento di eccezionale valore (per la sua attendibilità è una testimonianza acquisita negli atti del processo di beatificazione in corso per don Scavizzi).

Il Tribunale e la storia. Ma l’avvocato Angelozzi Gariboldi ha in serbo altre significative novità. Ne parla con noi in un caldo pomeriggio romano. Finora il suo nome era noto nella capitale per la sua attività di penalista. Oggi la biblioteca del suo studio si divide a metà fra i testi giuridici e quelli storici. Eppure c’è una continuità perfetta.
Il suo libro, infatti, e il risultato di nove anni di lavoro come avvocato per difendere, in Tribunale, per conto di una nipote di Papa Pacelli, la figura di Pio XII dalle indecenti accuse di uno scrittore. Ha avuto cosi occasione di raccogliere una mole enorme di documenti e di incontrare ed allacciare rapporti con testimoni d’eccezione di quegli anni, come l’eroico avvocato Müller — che nel ‘39, con Pio XII, collaborò nel complotto dell’ammiraglio Canaris per rovesciare Hitler — o come Eugen Dollmann.
Giovanni Paolo II, in un discorso alla comunità ebraica americana, ebbe a dire: «Sono persuaso che la storia rivelerà ancor più chiaramente e in modo più convincente quanto profondamente Pio XII ha sentito la tragedia del popolo ebraico e quanto si è adoperato per assisterlo durante la Seconda guerra mondiale».
L’avvocato Angelozzi Gariboldi, che è passato appunto da una difesa in Tribunale (peraltro vincente) alla difesa stanca e divulgativa, rilegge queste parole come un suo programma.
L’avvocato sta aspettando un giornalista di Der Spiegel (il suo libro verrà probabilmente tradotto già in Austria e Spagna).
Ma questa attenzione della stampa estera non lenisce l’amarezza per quello che chiama «l’atteggiamento inspiegabile» di certa stampa cattolica: «Non ho capito perché Famiglia Cristiana non abbia voluto scrivere neppure una riga. Pensi, ho saputo perfino che la direzione de Il Popolo ha gentilmente messo alla porta una signora, una studiosa che sollecitava l’interesse di quel giornale sul mio libro. Per non dire della Rai…». Per di più è il trentennale della morte di Pio XII.



Gariboldi/Una storia da riscrivere

Il Sabato: Una delle novità che annuncia per la prossima edizione e relativa al progetto di deportazione del Papa elaborato da Hitler. Se n’e parlato molto.

Giorgio Angelozzi Gariboldi: Certamente Hitler, appena finita la guerra, aveva in mente di distruggere la Chiesa cattolica. Ma anche durante la guerra, tuttavia, fu ad un passo dall’esser realizzato il progetto di deportazione del Papa. E più di una volta. Erano soprattutto Himmler e Bormann che volevano anticipare l’invasione del Vaticano.

Il Sabato: Vediamo allora i momenti di maggior rischio.

Angelozzi Gariboldi: Innanzitutto l’aprile ‘41. Si ritiene vi sia stata un’esplicita richiesta di Hitler a Mussolini (di arresto del Papa). Sono i giorni dell’arresto, a Monaco, del vescovo ausiliare Neuhäusler, spedito a Dachau perché sospettato di passare al Vaticano le notizie sulle persecuzioni naziste (la Radio Vaticana fu la prima a denunciare al mondo — per volere del Papa — i lager nazisti). un momento molto drammatico per la Chiesa e il Papa. Poi, un mese dopo, Hitler scatena l’Operazione Barbarossa contro l’Urss (che fino ad allora era stata la sua alleata) e il progetto di deportazione viene momentaneamente abbandonato, perché gli servirebbe portare la Chiesa dalia sua parte con un pronunciamento pubblico contro l’Urss (Mussolini, attraverso l’ambasciatore Attolico proporrà la cosa a monsignor Tardini che però risponderà picche).

Il Sabato: Il secondo momento critico è nel ‘42...

Angelozzi Gariboldi: Si, precisamente nel dicembre. Hitler è preoccupalo per l’andamento della campagna di Russia e ne assume il comando diretto. Affida cosi a Martin Bormann la conduzione della politica religiosa...

Il Sabato: Sono i giorni in cui il plenipotenziario Bismarck dichiara che stanno per trasformare il Vaticano in un Museo che sarà possibile visitare con un biglietto d’ingresso di 10 lire...

Angelozzi Gariboldi: Già. Il Vaticano viene a sapere da fonte seria che i nazisti stanno allestendo un piano per bombardare e invadere il Vaticano, per mano mettere gli archivi e per sequestrare il Papa. Il Santo Padre rifiuta categoricamente ogni discorso che gli prospetti una fuga: «Dal Vaticano» dichiarò «me ne andrò solo se mi trascineranno via in catene». È noto che egli aveva già predisposto per le sue automatiche dimissioni, affidate a padre Leiber, in modo che, in caso di arresto, i nazisti non avessero nelle proprie mani il Papa, ma solo Eugenio Pacelli. Tuttavia — per suo conto — in Segreteria di Stato mette a punto un piano per condurre eventualmente in salvo il Papa al momento in cui la situazione precipitasse.

Il Sabato: È appunto questo piano che lei sta attualmente studiando?

Angelozzi Gariboldi: Sì. Ritengo di poter dire (e lo documenterò nel dettaglio) che quel piano prevedesse di chiedere asilo in Spagna (Franco infatti era riuscito a tenersi fuori dall’alleanza con Hitler). Ho finalmente trovato la lettera cifrata che il cardinale Maglione, segretario di Stato, manda il 19 dicembre 1942 al nunzio a Madrid, monsignor Gaetano Cicognani. La lettera, che chiedeva di «informare» certe personalità del governo spagnolo si conclude con un’espressione emblematica: «Della presente comunicazione non deve rimanere alcuna traccia». Poi però accade che, con in disfatta di Stalingrado, molti, nel Reich, capiscono che si profila la sconfitta e cominciano a pensare alla Santa Sede come unico mediatore possibile per trattare una pace separata con l’Occidente.

Il Sabato: Ma poi la situazione si fa di nuovo critica…

Angelozzi Gariboldi: Sì, dopo il luglio ’43, con la caduta di Mussolini, il pericolo per il Papa si fa ancora maggiore. La radio repubblichina, controllata dai tedeschi, il 7 ottobre, parla esplicitamente dei preparativi tedeschi per l’arrivo del Papa. Per di più accade un terribile episodio che compromette ancor più il Papa.

Il Sabato: Quale?

Angelozzi Gariboldi: A Roma sei tedeschi vengono uccisi in ospedale. Il comandante Staël, per ritorsione, vuol prendere 6mila ostaggi (ebrei compresi). Il Papa, venutolo a sapere, chiama subito l’ambasciatore Weizsäcker e lo diffida: «Riferisca a Kesserling» gli dice perentorio «che se verrà preso un solo ostaggio il Papa lo denuncerà al mondo intero».
L’ambasciatore rispose che in quel caso l’invasione del Vaticano sarebbe stata quasi immediata. Ma Pio XII insistette con fermezza tale da riuscire, incredibilmente, ad evitare quelle feroci ritorsioni.

Il Sabato:
Un mese dopo, a Roma, si verifica la famosa retata di ebrei. Si è scritto per anni che il Papa non proferì parola…
Angelozzi Gariboldi: Ma è un’infamia! L’arresto avvenne al mattino e alle 12 il Papa aveva già convocato l’ambasciatore. Nonostante fosse lui stesso inerme e minacciato di arresto, il Papa arriva stavolta a render pubblica la sua denuncia. Per capire ciò che Pio XII fece per gli ebrei – soprattutto romani – basti un episodio. Il rabbino capo, della Sinagoga di Roma, Israel Zolli, si convertì e volle essere battezzato con il nome del Papa, Eugenio. Al padre Dezza si spiegò così: «Guardi, questo non è un do ut des. Domando l’acqua del Battesimo e basta. I nazisti mi hanno portato via tutto, sono povero, vivrò povero e morirò povero: non me ne importa». E, per spiegare la scelta del nome Eugenio, dirà: .«Ciò che il Vaticano ha fatto resterà indelebilmente ed eternamente scolpito nei nostri cuori... Sacerdoti, come pure alti prelati, hanno fatto cose che resteranno per sempre un titolo di onore per il cattolicesimo».

Il Sabato:
Per tornare al progetto di deportazione del Papa: sul finire del ‘43 siamo di nuovo ad un passo?

Angelozzi Gariboldi: Si, qui entra in scena Karl Wolff, inviato di Himmler e comandante delle Waffen-SS in Italia. Costui, nelle sue ricostruzioni fatte nel dopoguerra, ha sempre affermato di aver voluto avvertire. il Papa per «proteggerlo». In realtà, attraverso le testimonianze dirette di Dollmann e di Moellhausen, nonché attraverso fonti storiche relative al processo di beatificazione di Pio XII, ho potuto ricostruire le cose: Wolff, nel noto incontro con padre Zeiger, era andato a minacciare il Papa di deportazione e di morte se non si fosse subito espresso pubblicamente a favore del Reich. Ed infatti, venti giorni dopo, il 14 dicembre, ricevendo il giovane presidente della Fuci, Giulio Andreotti, Plo XII ebbe a dirgli «che gli erano state fatte minacce di arresto e di deportazione, ma che il suo posto era in Vaticano e mai sarebbe fuggito o si sarebbe nascosto. Se volevano imprigionarlo, lo avrebbero trovato, appunto, al suo posto».

Il Sabato:
Ma lei ritiene che — ad insaputa del Papa — venisse preparato lo stesso un piano per salvarlo.

Angelozzi Gariboldi: Esattamente. Il progetto del dicembre ‘42 (vedi la lettera del cardinal Maglione di cui si e detto) si attualizza un anno dopo. Durante l’occupazione nazista di Roma, per iniziativa personale dell’ingegner Galeazzi (uno stretto collaboratore del Papa) e di suor Pascalina. È noto l’episodio della loro visita al Circeo: da lì il Papa avrebbe dovuto esser trasferito in Spagna, dove il Galeazzi aveva soggiornato dal 2 al 18 ottobre ‘43 per preparare il piano. Spero di poter scendere nel dettaglio con la nuova edizione. Intanto posso dire — anche per la testimonianza di quattro autorevoli esponenti vaticani — che vi fu un accordo con il governo spagnolo per dare asilo al Papa minacciato di deportazione.
E anche la testimonianza del vice-direttore dell’Osservatore romano di quegli anni, Cesidio Lolli, ha fornito elementi in questa direzione. D’altra parte il Vaticano in quegli anni era pieno di uomini, preti, suore, prelati che — sull’esempio del Papa — rischiarono la vita per salvare ed aiutare, e conoscono perciò molti fatti ed episodi di valore storico. Ci sono veramente degli esempi splendidi di nascosto eroismo: pochi sanno, ad esempio, che l’attuale cardinal Palazzini ha ricevuto perfino il titolo di «patriota».

Il Sabato: C’è un’altra perla storica che oggi, dopo il recente incontro di Mosca fra il cardinal Casaroli e Gorbacev, può far riflettere. C’è infatti un momento storico, precisamente il febbraio ‘43, in cui si parlò dell’intenzione di Stalin di stabilire rapporti diplomatici con la Santa Sede, e — addirittura — dell’invio di una lettera, un messaggio di Stalin al Papa. Cosa accadde veramente?

Angelozzi Gariboldi: Al primi di marzo la stampa inglese, ripresa poi dall’agenzia fascista Urbe e da Le journal de Génève, scrisse come notizia certa che Stalin aveva inviato un messaggio al Papa e che, fra l’altro, aveva proposto di mandare un suo rappresentante diplomatico presso la Santa Sede. La Segreteria di Stato smenti, ma in una forma molto insolita e tiepida. Infatti il cardinal Maglione si limitò ad informare che al Vaticano non era arrivata nessuna lettera e monsignor Bernardini, a Berna, aggiunse che il «rilancio della notizia di fonte inglese» era da attribuirsi ad un’agenzia fascista che voleva cosi compromettere la Santa Sede, la quale però non propendeva né per Hitler né per Stalin. Il messaggio scritto non è mai esistito, ma non e mai stato accertato se vi furono approcci in altre forme.

Il Sabato: Lei sembra pensarlo...

Angelozzi Gariboldi: Si, io sono convinto che ci fu un’avance del Cremlino. Anche la Germania tentò per anni (invano) di portare dalla sua il Papa in nome della guerra al bolscevismo. Per di più, Stalin, in quel momento, aveva anche bisogno di tranquillizzare i Paesi dell’Europa centrale che si apprestava ad invadere e che infatti si erano rivolti al Papa allarmati. Per questo, proprio nel febbraio ‘43, Stalin, anche parlando al Soviet Supremo, fece dichiarazioni molto rassicuranti, promettendo di rispettare sempre l’indipendenza e la libertà dei Paesi «liberati» dall’Armata rossa.

Il Sabato: Ma la Santa Sede credeva a queste promesse?

Angelozzi Gariboldi: Pio XII era stato il più fine diplomatico della Segreteria di Stato e conosceva bene la follia criminale di Stalin come pure quella di Hitler. Né gli sfuggivano le vere intenzioni dei loro approcci. Ma egli era abituato a distinguere fra i regimi ed i popoli, e forse poté intravedere in un avvicinamento diplomatico dell’Urss l’occasione storica per aiutare finalmente quei popoli e quelle Chiese perseguitate da trent’anni. Solo così si spiegano alcuni strani episodi che accadono in quelle settimane.

Il Sabato: Quali?

Angelozzi Garlboldi: Il 3 aprile 1943, al presidente del Consiglio ungherese Nicola de Kallay, che gli paria del pericolo bolscevico, chiedendo un suo pubblico pronunciamento, Pio XII risponde raccontando la tremenda ferocia dei nazisti contro gli ebrei ed i polacchi. De Kailay annoterà nelle sue Memorie: «Il Papa è ben cosciente dei terribili pericoli del bolscevismo, ma ha la sensazione che, nonostante il regime sovietico, larghe masse del popolo russo sian rimaste più cristiane di quanto non sia stata avvelenata l’anima del popolo tedesco». Sono dichiarazioni molto significative. Fra l’altro, proprio in questo momento Stalin tende la mano alla Chiesa ortodossa, chiedendo il suo aiuto per la difesa della patria dall’invasione nazista.

Il Sabato: Dunque Stalin tentò la stessa mossa con la Chiesa cattolica?

Angelozzi Gariboldi: Penso di sì. E comunque è un momento singolare della posizione del Vaticano verso la Russia. Lo dimostra un altro clamoroso episodio. Sempre nel febbraio del ‘43, l’arcivescovo di Westminster, cardinale Hinsley, afferma: «Secondo direttive del Papa preghiamo pubblicamente ogni giorno per la Russia. Il fatto che il popolo russo stia adesso difendendo eroicamente il suo Paese contro i violatori aumenta il fervore delle nostre preghiere». Queste parole del cardinale suscitarono un vespaio di polemiche, soprattutto nella stampa italiana e tedesca.

Il Sabato:
Ma la «lettera di Stalin» non poteva essere una notizia inventata ad arte?

Angelozzi Gariboldi: È del tutto improbabile che ne fossero interessati inglesi ed americani, perché in quel momento erano alleati dei russi. I nazisti, proprio in quei giorni di febbraio, attraverso l’ambasciatore a Berna Otto Köcker, stavano chiedendo alla Santa Sede una mediazione per una pace separata. Quindi c’è proprio da credere che l’approccio di Stalin ci fu.

a cura di Antonio Socci

 


 
   

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