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Il grido silenzioso



 

Smontaggio di Hans Küng
 di Emanuele Samek Lodovici

La vera cifra della «teologia» di Hans Küng: razionalismo d’accatto all’inizio, ingiustificato fideismo alla fine. Quando la teologia si muta in gnosi e il cristianesimo in puro umanesimo per una religione a misura del «mondo».



[Da «Studi Cattolici», n. 184, anno XX, giugno 1976, pp. 355-356]

Da mesi in Germania nella liste dei best-sellers, Christ sein (Essere cristiani), l’ultimo libro di Hans Küng, è approdato di recente in Italia ad opera della stessa casa editrice di A. Solgenitzin (Mondadori), preceduto ed accompagnato da un notevole lancio pubblicitario. L’accostamento a Solgenitzin, col quale ha condiviso in Germania i primi posti delle graduatorie dei libri venduti, è puramente casuale anche se significativo. Non esiste infatti ma distanza maggiore di quella che potrebbe passare tra la barba da vecchio credente di Solgenitzin ed il make-up da personaggio “positivo e moderno” di H. Küng. Significativo però; di quella sorta di significanza fatale che gli antichi chiamavano eimarméne (cioè significativo di quel “che ci tocca” presentemente). Nessuno infatti potrà disconoscere che i succitati autori rappresentino al meglio i due corni radicalmente opposti di una scelta circa ‘l’essere cristiani”. In Solgenitzin la via di un cristianesimo ritrovato attraverso la sofferenza e l’intelligenza più acuminata, in Küng la strada maestra di un modello cristiano reso accettabile per il “pensiero moderno”. Dove per pensiero moderno è intesa una certa tendenza critico-esegetica, dissolutrice della storicità dei testi neotestamentari, assunta come criterio discriminante di ciò che in ultima analisi ha da essere considerato vero. Il risultato, pertanto, non può essere che farsesco pur suscitando, secondo il più pretto canone aristotelico, i sentimenti della tragedia: pietà e orrore.

In questo bel libro l’Autore mostra come in Küng la dissoluzione del cristianesimo abbia raggiunto la forma coerente (1). Non ci troviamo soltanto di fronte ad un teologo ‘cattolico’ che esibisce sulla sua pagella il voto negativo a pilastri della fede cristiana come la nascita verginale di Gesù, i miracoli, l’infallibilità della Chiesa, la storicità della resurrezione, la preesistenza del Verbo, ecc., ma ad uno che ultimativamente nega a Cristo la divinità, pur riconoscendogli a più riprese l’unicità, l’originalità, l’eccellenza insuperabile della sua missione di rappresentante o intendente di Dio (nel testo tedesco Botschafter, Treuhänder, Vertrauter, Freund Gottes, p. 307).

Ancora cristiano?

È chiaro, come osserva Sala, che questo è l’articulus stantis aut cadentis del nostro essere cristiani e che per quanto ci riguarda una volta negato ci esime dal prender in esame dettagliatamente gli altri punti impugnati (tra l’altro ripercorsi puntigliosamente e con cognizione di causa da Sala); basti solo far presente che per dimostrare che Gesù è l’ultimo e definitivo inviato di Dio (ma non Dio; cfr quanto è scritto alle pp. 439-440 dell’edizione tedesca), Küng opera una scelta, mediata dall’esegesi (a sua volta guidata da una tesi di natura dottrinale anti-’soprannaturalista’) tra i loghia che Gesù dice di sé: per es. tra Mc 10, 18: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo», ritenuto autentico, ed altri dove Gesù, rompendo scandalosamente la consecutio temporum pone la propria preesistenza ed immutabilità, come in Gv 8, 58: «Prima che Abramo fosse, io sono», ritenuto “rappresentazione mitica” oggi inaccettabile. E questo senza che neppure una volta sia enunciato da Küng il criterio in base al quale una scelta esegetica viene contrapposta ad un’altra e considerata normativa; a meno che non si voglia accettare buono questo criterio: che Küng non crede.

Stando cosi le cose, al fine di sgombrare il campo dall’impressione che Küng stia dalla parte dell’uso corretto della ragione e gli altri invece rimangano al livello di una fede elementare, daremo un breve rendiconto della critica epistemologica con cui Sala (acuto lettore di un teologo con salde conoscenze filosofiche: Lonergan) guida lo smontaggio di Küng. Premesso che anche Essere cristiani, come altri libri di Küng, è comandato nelle sue tesi teoretiche da un apriori extrateoretico, l’ecumenismo (dice Küng: «l’originalità di Gesù non deve di fatto venire esagerata; questo è importante per il dialogo odierno con gli ebrei», p. 299 di Christ sein), seguiamo Sala in alcune cadenze.

Primo: la posizione künghiana che vuole riannodare l’esperienza di fede con la realtà concreta di Gesù Cristo senza le mediazioni dogmatiche preferisce un elemento decisivo della conoscenza; la realtà di una cosa si annuncia e si comprende solo attraverso una mediazione concettuale (e proposizionale). La fides quae creditur esercita la funzione insostituibile di mediare al credente la genuina figura dl Cristo (nel caso contrano sarebbe come avere un orologio che va, ma senza lancette) che altrimenti sarebbe inafferrabile. Secondo: la reciproca escludenza che Küng deduce dal confronto tra scienza empirica e le narrazioni dei miracoli di Gesù può sussistere solo se non si distingue, come fa il ‘teologo’ di Tubinga, tra la causalità della natura verificata nel circolo scientifico di osservazione-elaborazione di ipotesi-deduzione-nuova osservazione (circolarità necessariamente limitata al solo dato che si sta studiando ed assolutamente inestensibile fuori di esso) e l’interpretazione filosofica di essa, interpretazione che può essere tanto immanentistico-ateistica quanto invece aperta al trascendente.
Terzo: il modulo costante su cui lavora Küng, che gli permette di escludere quelli che il Nuovo Testamento presenta come fatti traducendoli in significati, vien meno ad una delle regole fondamentali dell’atteggiamento scientifico: quella di accettare il dato per quello che il dato dice di essere. La razionalità è la capacità di entrare coscientemente in relazione con ciò che noi stessi non siamo, sottomettendoci all’oggetto e discriminando ciò che conosciamo dal nostro atto di conoscenza. Ha ragione, pertanto, Sala a richiamare contro Küng il giudizio che i vescovi tedeschi hanno dato sull’insorgere di una nuova forma di gnosi: «In base a questa forma di interpretazione l’interpretato come tale scompare; la cosa da chiarire viene sostituita da un pensiero che chiarisce, da un mero contenuto rappresentativo. Il quale rende superflua la cosa stessa. Ora l’interpretazione diventa fine a se stessa là dove l’oggetto è inteso come un insieme di interpretazioni, e con ciò di fatto l’oggetto si dilegua».

Se, dunque, queste critiche decisive mosse da Sala mostrano la vera natura della ratio kunghiana, un razionalismo d’accatto all’ inizio, per distruggere tutto il versante storico del Nuovo Testamento, ed un fideismo ingiustificato alla fine, per conservare [l’inverificabile indefettibilità della Chiesa nella verità] ciò che nessun ossequio razionale potrebbe mantenere, vi è un punto tuttavia nel libro di Küng che rende sufficientemente edotti del come con l’autore di Tubinga noi ci troviamo di fronte ormai ad un apostata che vuol farsi passare ancora per ‘eretico’ (quella ‘sana’ eresia tanto cara alla cosiddetta religiosità laico-radicale). E questo quando Kung si pone la domanda fondamentale: per qual motivo si dev’essere cristiani? La risposta, adeguatamente commentata da Sala, non si fa attendere: per essere veramente uomini. Che è come dire: il cristianesimo ha senso solo se è in vista dell’umanizzazione dell’uomo. L’essenza del cristianesimo non sarebbe altro che puro umanesimo. Ecco un Christ sein veramente adatto, impegnativo quel tanto che non guasta, all’uomo moderno.

(1) Giovanni Battista Sala, Essere cristiani e essere nella Chiesa. Il problema di fondo in un recente libro di Hans Küng, Edizioni Paoline, Milano 1975, pp. 166, L 2.000.

© Edizioni Ares
www.ares.mi.it

 


 
   

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